L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Bravo senza osare

di Lorenzo Cannistrà

Vincitore della 62ma edizione del prestigioso concorso pianistico intitolato a Ferruccio Busoni, il giovane bulgaro Emanuil Ivanov si esibisce al Teatro alla Scala in un raffinato programma di cui offre una lettura corretta, ma senza picchi di originalità

Streaming da Milano, 27 febbraio 2021 - Correva l’anno 1992. A quei tempi la tv generalista trasmetteva molti più concerti di “classica” rispetto ad oggi, ma l’offerta complessiva era incomparabilmente inferiore a quella odierna, se consideriamo i nuovi canali digitali dedicati e il mare magnum del web. Perciò, quando si annunciava qualche bel concerto, l’assetato musicofilo non di rado si precipitava ad immortalare l’evento con il videoregistratore, spesso sovrascrivendo la nuova traccia su qualsiasi cosa che in quel momento potesse essere sacrificata senza troppi rimorsi (spesso si trattava di qualche ciofeca di film). Fu così che ebbi modo di vedere e rivedere più volte la finale del “Busoni” di quell’anno: a vincere a mani basse, con un Terzo di Beethoven eseguito senza compromessi, fu una ragazzina ucraina dalle dita d’acciaio e dal cuore caldo, Anna Kravtchenko, mentre pregevole, anche se un po’ fallosa, fu la prova del terzo classificato, Sergei Babayan, che portava sempre di Beethoven il Primo concerto (Fabio Bidini, secondo classificato, me lo persi).

Il concorso Ferruccio Busoni di Bolzano era considerato all’epoca, e non a torto, un autentico evento nel mondo del pianoforte. La serata finale poteva essere oggetto di notizia al tg nazionale – così fu quando, l’anno successivo, vinse Roberto Cominati. Cosa lo rendeva, e lo rende ancor oggi, un appuntamento così prestigioso e imperdibile? La storia dei vincitori già parlerebbe da sola, considerati i nomi che nel corso dei decenni si sono avvicendati sul gradino più alto del podio. Ma ciò che lo rende una competizione particolarmente seria e affidabile, è probabilmente il fatto che mai, nei suoi circa 70 anni di vita, il concorso è venuto meno ai suoi valori ispiratori nella scelta del più meritevole del primo premio (spesso non assegnato). Tali valori trovano il loro compendio nell’elenco di qualità che secondo Busoni il pianista deve possedere per definirsi completo: «intelligenza non comune, cultura, vasta educazione in tutte le discipline musicali e letterarie e nelle questioni della vita umana, carattere, sentimento, temperamento, fantasia, poesia, magnetismo personale, presenza di spirito e autocontrollo». Certo, il “magnetismo personale” è una merce rara, e non esiste competizione pianistica che possa tirarlo fuori, se non c’è. Non a caso, nelle ultime generazioni di vincitori del Busoni (Romanovsky, Andaloro, Chloe Mun) possono ravvisarsi artisti solidi e completi, anche se è difficile definirli degli autentici fuoriclasse.

Questa premessa è un po’ lunga, me ne rendo conto e mi scuso con il lettore. Ma essa serve a sostenere due idee: 1) il prestigio del concorso “Busoni” è tale che invitarne il vincitore dell’ultima edizione rappresenta una scelta magari non doverosa, ma lungi da far gridare allo scandalo; 2) il ventiduenne Emanuil Ivanov, l’artista in questione, appare comunque in linea con gli standard qualitativi (passatemi la brutta ma sintetica espressione) del prestigioso concorso, benchè a mio avviso non dotato di un carisma indimenticabile.

Il programma proposto dal giovane Ivanov non è di quelli compiacenti, che ammiccano al pubblico affamato di effetti facili. Il minimo comun denominatore delle opere eseguite in questo recital può essere individuato, sia pure un po’ genericamente, nella raffinata e talvolta esasperata ricerca timbrica. Tutti questi capolavori terminano peraltro con una sorta di incertezza armonica, un baratro di silenzio sospeso tra domanda e angosciosa attesa, anche laddove, come nella sonata di Scriabin, si sarebbe potuto intravedere un luminoso finale con l’affermazione fiduciosa della tonalità d’impianto.

Il recital si apre con Busoni – prevedibile omaggio – ma senza indugiare su una ipervirtuosistica trascrizione. Nella Fantasia nach Johann Sebastian Bach BV 253 troviamo sicuramente quella predilezione, tipica in Busoni, per le sonorità paraorganistiche, ricavate sovrapponendo abilmente e ineditamente (fino a quel momento) diversi registri del pianoforte. Ma Ivanov mette bene in evidenza anche il carattere meditativo, quasi introspettivo di questo lavoro, che non manca di un pathos intenso anche se contenuto, non esibito (il brano venne composto in memoria del padre scomparso).

In Miroirs Ivanov si cimenta con gli esiti più innovativi del linguaggio raveliano, con luci e ombre. Ho apprezzato soprattutto Noctuelles e Une barque sur l'océan per la evidente pulizia, non solo tecnica. Queste pagine ci vengono restituite quasi con un distacco che esalta, più della componente pittorica, la precisione e l’intima consequenzialità della tecnica compositiva raveliana: ma anche questa è la sostanza dei Miroirs. Ivanov affronta queste pagine senza esasperare certi effetti pianistici che, insiti nella scrittura, emergono anche senza troppo (è il caso di dire) calcare la mano. Allo stesso modo vengono ben colti il mistero e la rarefazione sonora in Oiseaux tristes e La vallée des cloches, anche se il bagaglio timbrico del giovane bulgaro è ancora da rimpinguare. Meno convincente Alborada del gracioso. La buona fattura dell’esecuzione non può far dimenticare un certo tocco “leggero”, che favorisce senz’altro brillantezza e spettacolo, ma che determina freddezza, mancanza di sensualità, e neanche troppa abbondanza di nuances. Ne deriva una gradevolezza epidermica, ma nel complesso anche un sostanziale fraintendimento dello spirito spagnolo, evocato in maniera un po’ superficiale.

La Sonata n. 5 di Scriabin conclude degnamente il raffinato e oltremodo denso programma. Ivanov dà una lettura corretta di questo capolavoro e ne regge molto bene la spasmodica tensione, ma questo è ancora un livello minimo, al quale un giovane lanciato nell’agone del concertismo mondiale non può fermarsi. Senza scomodare le leggendarie interpretazioni di Richter o Sofronitsky, basta anche solo ascoltare Daniil Trifonov per capire cosa ancora manca al pur eccellente Ivanov. Bene le sezioni lente, in cui, se non languore e sensualità, traspaiono dall’eloquio del giovane bulgaro le giuste dosi di dolcezza e di mistero. Nei momenti più concitati si avvertono maggiormente i limiti di un giovane bravo che ha però ancora paura di osare. A farne le spese sono tutte quelle indicazioni, imprescindibili per il genio visionario di Scriabin, quali “imperioso”, “Quasi trombe”, “con luminosità” e soprattutto “estatico”: in tutti questi frangenti Ivanov tira fuori un timbro che soltanto si avvicina all’intenso sentimento voluto dal compositore, senza mai veramente raggiungerlo con pienezza.

Per concludere, un’ultima considerazione tratta dai ricordi personali. Nell’anno in cui la Kravtchenko trionfava a Bolzano, il Teatro alla Scala invitava per un recital Stanislav Bunin, il vincitore (nel 1985, ben sette anni prima) del concorso Chopin di Varsavia, tra i più importanti al mondo. Ebbene, Bunin (nipote diretto nientemeno che di Heinrich Nehuaus) aveva già una personalità eccezionale, nonostante i suoi 25 anni, e infiammò il grande teatro con uno Chopin mai sentito e un fantastico Debussy offerto in bis. Insomma, si guardava, oltre alla che alla competizione di provenienza, anche al peso specifico dell’artista, per quanto giovane.

Ma erano, appunto, altri tempi.


 

 

 
 
 

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