L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

per Vincenzo Milletarì foto agomille; per Oksana Lyniv foto Michele Lapini

Crescendo sulle orme di Mozart

di Roberta Pedrotti

Dopo un anno di chiusura, punteggiato dal ritorno nella sala del Bibiena per i concerti estivi e dal trasferimento temporaneo nello spazio più vasto del Paladozza, il Comunale dà seguito alla sua stagione sinfonica attraverso il suo canale youtube. Preceduto da una breve presentazione del direttore o, nel caso del primo appuntamento, del sovrintendente macciardi, ogni concerto resta disponibile in un archivio online (cosa senz’altro di cui tener conto anche per il futuro), il cartellone procede man mano, articolandosi in cicli compiuti: le sinfonie di Beethoven, i suoi concerti per pianoforte e orchestra, ora, in primavera, un fil rouge meno definito, ma con le ricorrenze di debutti e di programmi dedicati al percorso fra Mozart, Schubert e Schumann.  Una stagione in crescendo, che dal ritorno di Daniel Oren alle prese con il repertorio slavo, sviluppa sempre maggior interesse con tre direttori per la prima volta sul podio del Comunale - se non addirittura in Italia.

Daniel Oren ed Enrico Dindo, dal 7 marzo - In apertura, nel programma trasmesso in prima visione il 7 marzo, Enrico Dindo con il Concerto per violoncello di Dvořák fa la parte del leone senza bisogno di far la voce grossa, anzi giocando in punta (metaforica) d’archetto su un lirismo intelligente, dinamiche sfumate, mezzetinte adeguate alla concezione tutt’altro che appariscente del compositore slavo, alla sua articolazione melodica fra radici popolari dell’est Europa e suggestioni d’oltreoceano. Non altrettanto si può dire della concertazione di Daniel Oren, buon accompagnatore solidale con il solista ma poco interessante e stimolante in Dvořák; piuttosto enfatico poi nella Patetica di Čajkovskij, cui non si può negare una buona qualità esecutiva generale, un suono rotondo e un certo qual trasporto, senza però andare molto oltre l’effetto di superficie.

Vincenzo Milletarì, dal 14 marzo - Il cardine della programmazione passa dagli umori slavi alle atmosfere mitteleuropee fra Sette e Ottocento, con una serie di debutti sul podio del Comunale. Vincenzo Milletarì aveva destato qualche perplessità quest’estate nel Trovatore a Macerata e lo si ritrova volentieri, in tutt’altro repertorio e contesto, con esiti assai più convincenti. Già l’attacco dell'ouverture Le Ebridi di Mendelssohn lascia intendere un bel controllo delle dinamiche, un crescendo ben calibrato dall’attacco sottilissimo ma non evanescente, l’attenzione a una tinta definita, umbratile e nitida. Le medesime qualità, con sobria varietà di fraseggio e giusto lirismo abbinato allo slancio energico, si intendono anche nell’Incompiuta di Schubert, a suggellare una sorta di dittico romantico cui segue un ritorno a Mozart, con la sinfonia numero 38, Praga. Si tratta, quindi, del Mozart estremo, della sua piena maturità sinfonica, alle porte della Jupiter, testamento ideale di Wolfgang Amadé per le generazioni di Felix e Franz. Anche qui il gesto è netto e attento, i tempi e le dinamiche gestiti con cura e coerenza; con il tempo, e dal vivo, avremo sicuramente occasione di saggiarne pesi, colori, evoluzione artistica.

Gianluca Capuano, dal 21 marzo - Anche lui per la prima volta a Bologna, Gianluca Capuano si inserisce in questo percorso da Mozart al Romanticismo con un programma prezioso, che incunea fra due Schubert giovanili non troppo consueti, la rarità della Sinfonia in Re minore di Anton Eberl, vale a dire di un compositore d’una decina d’anni più giovane di Mozart e che a Mozart ebbe modo di essere vicino, così da porsi come ideale anello di congiunzione con le generazioni successive. Splendida idea, che restituisce il clima viennese a cavallo fra due secoli con il suo carattere peculiare e di crocevia d’influenze europee. L’ouverture in stile italiano di Schubert (1817) è una chiara eco della rossinimania che stava già conquistando la capitale asburgica prima della storica tournée del 1822, ma d’altra parte la sinfonia di Eberl (1804) sembra vicinissima allo stile cui si abbevera, e che già esprime adolescente, il Pesarese, guadagnandosi il soprannome di Tedeschino. Il gusto italiano di Schubert, peraltro si riflette anche nella sesta sinfonia Piccola, di pochi mesi posteriore all’ouverture. Capuano rende questi stretti rapporti con la disinvoltura di chi è avvezzo alle esecuzioni storicamente informate, con la franchezza di chi sa che la storia insegna a cercare colori, dinamiche, sonorità. Il suono è terso ma non esangue, il passo deciso, ma anche leggero, vario con saggezza e sapienza, accattivante senza essere banale.

Oksana Lyniv, dal 28 marzo - Dopo due esordi al Comunale, un debutto assoluto per l’Italia, quello di Oksana Lyniv, in curriculum l'esperienza come assistente di Kirill Petrenko, nel cassetto il contratto per Der fliegende Holländer quest’estate a Bayreuth (pare che nel 2021 la prima donna sul podio della Sacra Collina faccia ancora notizia, speriamo in un futuro in cui non ci si debba più far caso). Il suo vero biglietto da visita, più d’ogni premessa, è l’incipit della Sinfonia n. 25 di Mozart: nessuna fretta di esibire chissà quale enfasi sturmer, un motto deciso e propulsivo integrato in un discorso compiuto, che è quello di un Mozart che non ha bisogno di sottolineare alcunché. L’attacco ha una una nobile semplicità fiduciosa nell’energia insita nel testo, che infatti scatta subito deciso e brillante nelle ricorrenze del primo tema, ma anche e soprattutto nella continuità dei movimenti successivi, sia per la tensione ritmica sia per il peso conferito ai legni, di cui Lyniv plasma - senza bacchetta - le morbidezze per far emergere ben calibrati chiaroscuri. Dopo questo tardo Settecento animato più che da assalti tempestosi, da aneliti sublimi tinti di Sensucht inquieta, dopo il fremere del diciassettenne Amadé fresco di dramma metastasiano (Lucio Silla), arriva Schumann, con il doppio dei suoi anni e già assediato dal disturbo mentale. Per la sua Seconda Sinfonia, Lyniv, ora, impugna la bacchetta per i tre movimenti più mossi (il primo Sostenuto assai. Allegro ma non troppo, il secondo Scherzo: Allegro vivace, il quarto Allegro molto vivace), in cui si percepisce come quella stessa vitalità mozartiana ora si muti in una tensione più scoperta, nervosa, in cerca di una risoluzione che invano Schumann profila nell’ultimo movimento, com’è evidente nel controllo che mette in evidenza i nervi scoperti di una forma imposta al disordine interiore. Il cuore, allora va cercato nel terzo movimento, l’Adagio espressivo per il quale Lyniv torna a suggerire a mani nude il dilagare di un sincero moto interiore sospeso dal tempo cui la bacchetta ha dato e darà forma in una dialettica intelligente che si imprime nella memoria con il debutto di un'artista da seguire con attenzione.

 


 

 

 
 
 

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