L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

L'anima nella maschera

di Roberta Pedrotti

Pasqua è anche tempo di concerti corali. Al Teatro alla Scala l'appuntamento coincide con l'ottantesimo compleanno del maestro Bruno Casoni; al Comunale di Bologna il programma è dedicato alla memoria di padre Gabriele Digani, noto per il suo impegno sociale, e delle vittime del Covid.

Cantare in coro è la forma primordiale, istintiva, più intima e fisica del fare musica insieme. Paradossalmente, diventa anche la più pericolosa quando la pandemia viaggia proprio attraverso le vie respiratorie; così, molte attività si interrompono, altre procedono a singhiozzo, nei paesi dove le parrocchie non hanno saputo rinunciare alla messa cantata sono esplosi focolai, nei teatri le precauzioni non sono mai troppe, anche a costo di sospensioni e quarantene. Allora, diventa necessario cantare con la mascherina. Non sarà forse comodo, ma non viviamo in tempi comodi per nessuno e questa è l’immagine, questo è il suono del nostro tempo, di cui anche il canto è espressione. Anzi, ne diventa l’espressione più alta perché il coro, quando può ritrovarsi, rende concreta l’esistenza della musica e della comunità. Dimostra che ci sono valori profondi che si esprimono contro ogni ostacolo anche nella distanza, diventa collante e legame che, anche senza trovarsi gomito a gomito, pervade lo spazio. La mascherina è la tutela che permette di cantare insieme ed è il simbolo della possibilità di cantare insieme anche ora, è un segno di rispetto e di condivisione verso chi sta soffrendo, di continuità e partecipazione con un quotidiano in cui la mascherina è fondamentale per sé e per il prossimo.

Tutto questo risuona ancor più importante - anche alla vista - nel giorno in cui si festeggiano gli ottant’anni di Bruno Casoni, milanese, un rapporto con il teatro alla Scala, nato nel 1983 come assistente di Giulio Bertola, poi alla guida delle voci bianche, infine maestro del coro dal 2002 e insignito dell'Ambrogino d’oro nel 2013. Fuori dalla città natale, ricordiamo almeno gli otto splendidi anni torinesi, coronati da un memorabile Mefistofele di Boito al Teatro Regio con Bruno Bartoletti sul podio. Ci si potrebbe divertire a elencare medaglie, ma quel che conta e che resta è poi la musica, il far vibrare sempre e comunque le voci del “suo” coro come fosse una e molteplice in ogni angolo del teatro. Una comunità e un’unità che non solo canta per noi come ideali e lontani destinatari, ma si esprime anche in vece nostra come abitatrice dello spazio del Piermarini, del teatro come specchio e fulcro della civiltà, della collettività. 

Il compleanno del maestro coincide con il giovedì santo e la tradizione suggerisce un programma sacro e meditativo che si addice anche al momento, con pagine di rara finezza distribuite in poco più di un secolo. La più recente, il Salve Regina di Arvo Pärt è del 2001, le più remote, i tre Mottetti di Elgar, furono pubblicate nel 1902 ma risalgono a quindici anni prima, nel mezzo, a cavallo della seconda guerra mondiale, sta il Requiem di Maurice Duruflé. Tutte condividono un legame stretto e variamente declinato con le radici più remote della musica occidentale, con il canto gregoriano da cui sviluppare con aggiornato ma ferreo rigore dottrinale intrecci polifonici anche assai complessi. Il contraltare è sempre l’organo (Lorenzo Bonoldi), vale a dire il corrispettivo strumentale del coro umano, con i suoi registri, le sue canne, la sua molteplicità nell’unicità. Solo Duruflé, che fu eccelso organista, va oltre e distingue voci soliste, un mezzosoprano e un baritono (Marzia Castellini e Marco Granata), un violoncello (Simone Groppo), le percussioni (Gianni Massimo Arfacchia), che più che accentuare drammaticità amplificano il melos riflessivo e la solennità sincera dell’intonazione. Tutto reso ai massimi livelli per la precisione, la compattezza, la duttilità dinamica, la pasta dei complessi preparati e concertati da Casoni così come per le voci sole e gli strumenti.

Per le feste tornano i cori, i più ostacolati in tempo di pandemia, e dopo gli appuntamenti intorno al Natale e a Capodanno, torna anche quello del Comunale di Bologna, con un programma che, trasmesso proprio dalla domenica di Pasqua, si concede qualche luce in più. Abbiamo l’orchestra, dalla Sinfonia al Santo Sepolcro e il Credo di Vivaldi passiamo a Mozart (Adagio e fuga in Do minore KV 546, Misericordias Domini Offertorio KV 222, Ave Verum Corpus Mottetto KV 618), dalla Messa in sol maggiore per Soli, Coro e Archi D. 167 di Schubert al Choral-Kantate Christe, du Lamm Gottes di Mendelssohn. Il maestro Alberto Alberto Malazzi dimostra non solo di saper guidare il coro nella varietà stilistica espressiva del programma così come nel carattere specifico di ogni singolo brano nonostante i limiti oggettivi di distanziamenti ed esecuzioni per lo streaming, ma guida anche con sicurezza l’orchestra del Teatro. C’è poi il piacere di ritrovare un veterano delle scene bolognesi come il baritono Maurizio Leoni al fianco di due allievi della Scuola dell’Opera del Comunale, il soprano Melissa D’Ottavi e il tenore Pierluigi D’Aloia, voci limpide che speriamo di sentire presto dal vivo. Una sola nota stonata: il coro è tutto posizionato in platea con l’orchestra e in pochissimi indossano la mascherina, al contrario degli strumentisti (e sì che chi suona dovrebbe emettere meno fiato e meno goccioline di chi canta…). Come è successo anche per il concerto di Capodanno a Vienna (di certo ineccepibile per protocolli, ma alienante da vedersi), non dubitiamo del fatto che, metro alla mano, le distanze siano state certificate come appropriate da chi di dovere e che tutti gli artisti del coro si sottopongano a tamponi e a rigorosissimi protocolli che non ci facciano temere per la loro salute. Tuttavia, tanto più che il concerto è dedicato alla memoria di padre Gabriele Digani e di chi come lui è stato vittima del Covid, anche al di là dei discorsi strettamente legati alla sicurezza, sarebbe stato molto apprezzato vedere anche qui il coro in mascherina e magari distribuito nei palchi, a far vivere ogni spazio del teatro in un abbraccio ideale, ricordando il dramma attuale, il senso di responsabilità reciproca che ci lega - o ci dovrebbe legare - tutti.

 


 

 

 
 
 

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