L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Fin du printemps

di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia chiude il ciclo dei concerti di primavera con Kazuki Yamada a dirigere i complessi della maggior orchestra romana in un programma che parte da Haydn e termina con Rachmaninov: del primo si esegue il Concerto per violoncello n. 1, del secondo la Sinfonia n. 2. Come solista nel concerto haydniano si esibisce Luigi Piovano. La serata è un successo.

ROMA, 11 giugno 2021 – Il ciclo dei concerti di primavera si chiude con una soirée dal programma ben equilibrato ed eseguito magistralmente. Sul podio dell’orchestra di Santa Cecilia torna Kazuki Yamada, direttore posato ed elegante, dal gesto pacato, ben espressivo. La serata si apre con il Concerto per violoncello n. 1 di Franz Joseph Haydn, partitura che trasuda classicità nella compostezza e chiarezza armonica dei movimenti laterali, inframmezzate dal lirismo di quello centrale. Yamada imposta un’agogica opportunamente misurata, volta a far interamente splendere la parte per violoncello, che è circondato da un impasto orchestrale sostanzialmente basato sugli archi e rischiarato dagli interventi dei legni (che scompaiono nel II movimento). Ad eseguire la parte del solista è Luigi Piovano, che sa interpretare splendidamente la linea melodiosa della penna di Haydn, dosando sapientemente i volumi sonori dello strumento, padroneggiandone i colori e financo i respiri; del resto, il violoncello è strumento molto espressivo, specialmente nella zona mediana della sua tessitura, come si evince dalla linea melodica dal sapore elegiaco che costituisce la parte violoncellistica del II movimento del concerto (Adagio). Apprezzabilissimo, inoltre, il virtuosismo galoppante del III movimento (Allegro molto), dove Piovano dimostra tutta la sua abilità. Alla fine gli applausi sono pieni e sonori, tributando giusto merito all’esecuzione.

Il secondo tempo è occupato dalla Seconda di Rachmaninov, eseguita nella sua versione integrale. Yamada, da direttore sensibile qual è, affronta il sinfonismo di Rachmaninoff con il giusto piglio: fa emergere bene le zone armoniche più scure e grigie, facendo svettare l’orchestra (nei volumi, soprattutto) nelle zone di colore più chiaro e intenso, dosando correttamente l’impasto tardoromantico del russo, scopertamente debitore della poetica dell’ultimo Čajkovskij. Questo movimento dell’orchestra ondeggiante, che verticalizza la massa strumentale, è perfettamente evidente nel I movimento (Largo – Allegro moderato), dove Yamada scolpisce il fregio di temi che Rachmaninov mette in partitura. Varietà di toni presenta anche lo Scherzo (II), che il direttore legge ancora cavandone la poliritmia. Vero banco di prova della sensibilità di un buon direttore è l’esteso Adagio (III), pagina pregna di chiaroscuri, zone liriche e più dense, dove non è facile districarsi pagando il giusto tributo al russo – cosa che, peraltro, riesce benissimo a Yamada. Sintesi tematico-ritmica dei passati movimenti è l’ultimo, l’Allegro vivace, in cui il direttore trova la quadra delle varie sezioni, concludendo fra gli applausi una bella serata di musica.


 

 

 
 
 

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