L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Verso il Romanticismo

di Alberto Ponti

Con un programma per archi tutto incentrato fine XVIII e inizio XIX secolo si inaugura il primo dei concerti estivi organizzati dal Teatro Regio nel cortile di Palazzo Arsenale

Il palazzo dell’Arsenale, con il suo magnifico cortile, è uno dei gioielli nascosti di Torino. Nascosto perché, essendo tuttora sede del Comando per la Formazione e Scuola di Applicazione dell’Esercito, non è normalmente visitabile, salvo rare eccezioni. L’apertura del cortile appena restaurato, che dovrebbe d’ora in poi essere aperto al pubblico alcuni giorni della settimana, non potrebbe avere viatico migliore della stagione estiva del Teatro Regio, che qui si terrà da giugno e settembre con un nutrito elenco di opere e concerti. Nell’attesa del ritorno alla normale routine post-covid nella storica sede di Piazza Castello, l’istituzione torinese ha predisposto un intrigante programma destinato ad allietare l’estate, per tradizione abbastanza sonnacchiosa, dei melomani e degli appassionati subalpini. Significativamente intitolata ‘A Difesa della Cultura’, la rassegna è un intelligente modo di reagire alla crisi posta dalla pandemia con una proposta, inedita per tempi e modi, indotta dalle necessità ma di elevato valore culturale.

Dopo l’inaugurazione martedì 15 giugno con lo storico allestimento del donizettiano Elisir, giovedì 17 è andato in scena il primo appuntamento concertistico con l’orchestra d’archi del teatro, guidata dal primo violino Stefano Vagnarelli.

Il sottotitolo Verso il Romanticismo allude a quel periodo tra fine Settecento e inizio Ottocento, classico nelle forme e nel linguaggio ma denso di fermenti e innovazioni che spianeranno di lì a poco la strada alla grande stagione romantica. Pur nella diversità degli stili e delle influenze, la musica dei compositori di quei decenni pare infatti più proiettata verso il futuro che summa delle esperienze compiute fino allora. In tale sensazione avrà certo il suo peso la nostra prospettiva storica di ascoltatori di due secoli successiva ma in pochissime epoche storiche è così facile avvertire tante idee e germi musicali che troveranno puntuali sviluppi e corrispondenze nella generazione seguente.

L’apertura della serata, affidata a un pezzo come Crisantemi (1890) di Giacomo Puccini, con la sua eccezione temporale (si dovrebbe semmai dire ‘oltre’ il Romanticismo!), funge in realtà da valida epigrafe all’inimitabile secolo musicale, con i fondamenti dello stile ancora intatti, seppur dilatati e prossimi alla disgregazione.

Leggiadro e luminoso è il Mozart del Divertimento in re maggiore K 136 (1772), cesellato in punta d’archetto nella virtuosistica perfezione dei tre movimenti, con il finale costruito su un richiamo del tema d’apertura e ripetuto tra gli applausi come encore al termine del concerto. Il Wolfgang Amadeus sedicenne è molto diverso dal compositore che nel giugno 1788 dà alla luce l’Adagio e fuga in do minore K 546 che, pur nella concisione dei mezzi, emerge tra i capolavori dell’ultima stagione e pare anticipare i vertiginosi intrecci polifonici destinati a trovare nella stessa estate massima realizzazione nel finale della Sinfonia Jupiter.

Eleganza e ironia sono invece i segni distintivi del breve Allegro in do maggiore e quale orchestra migliore di quella di un teatro d’opera italiano riuscirebbe a cogliere al meglio le minime sfumature espressive, il perenne oscillare tra l’ombrosa serietà del contrappunto e il sorriso della commedia?

Assai apprezzata dal pubblico, la Sinfonia per archi in si minore (1823) di Felix Mendelssohn-Bartholdy è forse il pezzo, anche per contiguità, più prossimo allo sbocciare del giardino romantico. Perfetta nel bilanciamento tra i vari temi, sapida nell’armonia, coinvolgente ed originale nel discorso, lascia già intravedere dietro la porta l’immortale Ottetto op. 20 e trova nella compagine subalpina interpreti ideali per densità di sentimento e brillantezza timbrica e ritmica.

Si termina con la trascrizione orchestrale del celebre Minuetto del Quintetto op. 11 n. 5 (1771) di Luigi Boccherini, col buio della sera ormai calato nel cortile, in un incanto tra musica e architettura che da solo vale il biglietto della serata.


 

 

 
 
 

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