L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

La memoria di Brahms

di Francesco Lora

Nell’LXXXIII Maggio Musicale Fiorentino ha avuto luogo un nuovo, memorabile concerto con la direzione di Zubin Mehta e Daniel Barenboim al pianoforte: in programma, nientemeno che il Concerto n. 2 di Johannes Brahms, eccellente meno per tecnica che per poetica.

FIRENZE, 6 luglio 2021 – I concerti di musica d’arte hanno la loro retorica e la loro ritualità. Se c’è un direttore, un’orchestra e un solista, il programma può aprirsi con un’ouverture da concerto e vede comunque la prima parte dominata dal solista, che saluta poi l’uditorio con uno o più bis; la seconda parte spetta di norma ai soli direttore e orchestra, con un piatto forte del repertorio sinfonico. A Firenze, al Teatro del Maggio, il 6 luglio, nel cartellone dell’LXXXIII Maggio Musicale Fiorentino, nulla della convenzione è stato rispettato; non per distrazione né per stravaganza, ma poiché tutto giustificava il ribaltamento. Le partiture stesse, anzi, sono sembrate conformarsi al contesto d’eccezione. In prima posizione è stata collocata, di Johannes Brahms, la Sinfonia n. 3 in Fa maggiore op. 90, oggi forse la sua di più infrequente e ricercata esecuzione. Nel festival sull’Arno, dall’8 giugno alla data in oggetto, Zubin Mehta ha diretto in quattro programmi e cinque serate tutte le quattro sinfonie brahmsiane, più il Concerto in Re maggiore per violino op. 77, con Pinchas Zukerman, il Doppio concerto in La minore per violino e violoncello op. 102, con Zukerman stesso e Amanda Forsyth, e il Concerto in Re minore per pianoforte op. 15, con Daniil Trifonov. Solo nell’ultimo appuntamento, la detta Sinfonia n. 3 è parsa divenire una colossale ouverture da concerto, condotta da Mehta con modi intimi e sommessi, e contenendo ad arte il numero di professori in organico. Si è ammirato il lavoro sull’amalgama sontuoso del suono, alla maniera dei maestri educati nel secondo dopoguerra, controbilanciato da una non altrettanto prioritaria indagine di fraseggi ficcanti. E quando, nel movimento conclusivo, il direttore ha dato per un istante – ma un istante solo – spazio agli ottoni del MMF onde sfanfarare gagliardi, v’è stato da saltare all’improvviso sulla poltrona: il contesto, prima e dopo, è stato solo di morbidezza e cantabilità, col primo piano tutto riservato al legato degli archi e al pitturare dei legni.

La prospettiva del programma puntava con evidenza verso la seconda parte del programma, occupata dal Concerto n. 2 in Si bemolle maggiore per pianoforte op. 83. V’erano ancora Mehta e l’Orchestra del MMF, com’è ovvio, e v’è stato soprattutto Daniel Barenboim, alla tastiera di quella composizione disumana per difficoltà tecnica ed estensione testuale (quattro movimenti) nonché cronometrica (cinquanta minuti). Un altro concerto, dunque, un altro benedetto concerto fiorentino, come da molti anni, che ha affiancato in amicizia il Mehta direttore e il Barenboim pianista. Un concerto tra i più scevri di rete di sicurezza per il podio e la tastiera. Sia Barenboim sia Mehta hanno eseguito a memoria: e non si saprebbe allora se prima constatare l’impossibilità di eseguire tale composizione sfogliando un libro – il delirio virtuosistico non lascerebbe il tempo di voltare e leggere: l’apprendimento mnemonico è di fatto ineludibile – o se piuttosto rimanere increduli davanti alla possibilità di trattenere nel pensiero ogni dettaglio di quella partitura sterminata, olimpionica, enciclopedica. Tant’è. Mehta ha accompagnato con più enfasi in questo concerto pianistico che nella sinfonia, a dispetto del più ricco novero di parti strumentali schierate in quest’ultima. Barenboim, lo si è visto sudare freddo davanti a una partitura che dà filo da torcere a lui stesso: le sue medesime, venerabili mani sono cadute in fallo su non pochi tasti. Però, con Barenboim al pianoforte, la tecnica non più verde si scambia vantaggiosamente con la sovrana nobiltà e potenza di eloquio espressa da un sommo leone della vecchia scuola: con lui lo strumento respira, diviene contro-orchestra, fila spedito a reggere le mura portanti dell’idea compositiva anziché indugiare in fronzoli compiaciuti eppure divaganti. Alla fine, neanche un bis per il pubblico supplicante: nessuno lo concederebbe dopo una Nona di Beethoven o una Terza di Mahler, e nessuno avrebbe potuto, realisticamente, ammetterlo dopo un tale Secondo di Brahms.


 

 

 
 
 

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