L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Al chiaro di luna

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presenta una splendida serata al chiaro di luna. Il maestro Antonio Pappano dirige l’Orchestra dell’Accademia in un programma ricco e ben equilibrato. Si parte con l’ouverture dal Nabucco di Giuseppe Verdi, si passa al Concerto in re maggiore per violino e orchestra, op. 35 di Pëtr Il’ič Čajkovskij e si conclude con la Sinfonia n. 7 in la maggiore op. 92 di Ludwig van Beethoven. Solista del concerto è il talentuoso Ilya Gringolts.

ROMA, 15 luglio 2021 –Il ritorno del maestro Antonio Pappano sul podio dell’Orchestra di Santa Cecilia coincide con un concerto di valore assoluto, sotto un cielo terso e illuminato dal chiaro di luna. La suggestiva cornice del teatro esterno dell’Auditorium, che si armonizza con la piazza antistante a creare un teatro classico all’aperto, fa da sfondo a un concerto – ho già detto – di rara qualità.

Ad aprire la serata è l’ouverture dal Nabucco di Verdi. L’acustica, tranne qualche molesto rumore esterno, è ottima, mercé un impianto di amplificazione ben dosato; qualche pagina di spartito vola qua e là a causa del vento, creando certo qualche intermezzo piacevole. Pappano, però, incurante di qualsivoglia distrazione esterna, imposta un’agogica pressoché perfetta: fa cantare i momenti più lirici del pezzo, fa scorrere con energia quelli più concitati, come la marcia sul tema della maledizione d’Ismaele e il crescendo rossiniano. Gli applausi esplodono fragorosi dai molti spettatori assiepati.

Nella parte centrale della serata Ilya Gringolts esegue il Concerto per violino di Čajkovskj. L’intesa fra Pappano, l’orchestra e l’esecutore è incredibilmente fluida. Ogni suono si armonizza come meglio non si potrebbe. L’esecuzione è complessivamente memorabile, soprattutto per l’estrema sensibilità del violinista nei passaggi più arditi e per una magistrale tenuta ritmica della partitura da parte del direttore. Pappano, infatti, stacca sempre bene i tempi, è attento a esaltare le gemme liriche disseminate nella partitura, scolpendo il suono soprattutto mediante l’equilibrata dosatura delle differenti compagini strumentali. Gringolts dà prova di possedere un senso perfetto del ritmo, come pure un controllo incredibile del suono dello strumento, non solo nei passaggi più arditi, tersi e sgranati, come le fioriture, le doppie note etc., ma anche nei delicatissimi vibrati che riesce a generare nei passaggi più lirici. Esempi del suo virtuosismo più sfrenato si sono potuti godere, naturalmente, sia nel I che nel III movimento; in particolare, la cadenza del I esce particolarmente bene, godibilissima e spettacolare. Il vibrato intenso e soffice della corda di Gringolts ha reso indimenticabili i passaggi più delicati del II movimento. Da par suo, Pappano conferisce carattere a ogni passaggio e la lettura della partitura risulta variegata, ben studiata, emozionante. Tanto il pubblico ha apprezzato l’esecuzione da applaudire perfino alla fine del I movimento; un errore di etichetta certo perdonabile, soprattutto considerata la bravura degli interpreti e l’insolita estensione e complessità dell’Allegro moderato. Nel congedarsi, Gringolts regala come bis l’Allegro affettuoso dalla Sonata n. 2 di Tartini.

Il concerto si chiude con un’indimenticabile esecuzione della Settima di Beethoven. Ancora, Pappano dà prova di leggere Beethoven sulle due assi cardine del ritmo e dell’impasto melodico. Il ritmo è sempre vivo, energico, trascinante, fino alle frequenti esplosioni; gli impasti di colori, del pari, sono sempre calibrate, vivide. Momenti indimenticabili dell’esecuzione sono stati certamente il tema, danzante e riconoscibilissimo, del I movimento (Vivace), come pure quello, intensamente drammatico, dell’Allegretto (II); non si dimentichi la bravura nel dosare i volumi nel Presto (III) e l’intenso, altisonante finale (IV). Gli applausi suggellano quello che forse è uno dei più riusciti concerti dell’intera stagione.


 

 

 
 
 

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