L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Omaggio a Benedetti Michelangeli

di Daniele Valersi

Omaggio all’arte pianistica di Arturo Benedetti Michelangeli in Trentino: i primi recital dell'edizione del decennale hanno protagonisti Sofya Gulyák, Alexandra Dovgan e Grigory Sokolov

Il concerto inaugurale del festival “Omaggio all’arte pianistica di Arturo Benedetti Michelangeli” è stato degno dell’importanza della rassegna, popolata da virtuosi del massimo rilievo, ancora più marcata in quest’anno, il decimo di programmazione. Con la sua statura artistica carismatica, la pluripremiata Sofya Gulyák ha regnato, con generosità e grazia, in una sala piena per quanto lo consentivano le misure anti-Covid, quella del Centro Congressi di Lavarone (TN). Il suo programma, anche se presenta ricorrenza di forme come il Rondò e il Valzer, non si presta a individuare una linea tematica definita (o più linee), si manifesta piuttosto come un caleidoscopio di espressività pianistiche multiformi, che si dipanano dal pieno Romanticismo al Novecento. Dava l’avvio alla serata la Barcarola op. 60 di Sigismund Thalberg, una bella pagina, complessivamente pacata, che si sviluppa nella parte centrale anche mediante variazioni e che punta soprattutto sulla gradevolezza dell’ornamentazione. Piacevole e fluido il Rondò op. 62 di Carl Maria von Weber, che ben si merita l’appellativo La gaité, interpretato in linea con quello spirito che consente di rendere il carattere spesso incostante della scrittura pianistica di Weber. Inappuntabili i Valzer n. 2 e n. 3 op. 34 di Chopin, dal carattere antitetico, l’uno lento e meditativo, l’altro vorticoso e diffuso; rendendo degnamente onore a Liszt Gulyák concludeva la prima parte con la trascrizione della “Morte di Isotta” di Wagner e con “La campanella”, terzo dei Grandes études de Paganini. Splendida trascrizione di una difficile pagina orchestrale, frutto dell’ammirazione e dell’amicizia di Liszt nei confronti di Wagner, “La morte di Isotta” è riservata ai maggiori tra gli interpreti poiché richiede un tocco sopraffino; ne vengono ricordate come paradigmatiche solo le esecuzioni di Horowitz e Richter. Per Paganini Liszt provava un’autentica venerazione, le acrobazie violinistiche venivano da lui tradotte in esempi di virtuosismo per la tastiera. Gulyák disponeva di un Bösendorfer dalla timbrica suadente, un bel suono che solo negli acuti estremi, fortunatamente rari nel programma, non soddisfaceva del tutto. Forte alternanza di caratteri anche per la seconda parte, in cui le “Variazioni su un tema di Robert Schumann” op. 20 di Clara Wieck, dono di compleanno per il marito, erano seguite dal popolare Rondò capriccioso op. 14 di Mendelssohn, reso con la dovuta nitidezza e con verve brillante. La grande personalità dell’ottima interprete padroneggiava l’ultimo chiaroscuro della serata: La plus que lente di Debussy seguita da quel vorticoso turbine che è La Valse di Ravel, la cui versione originale è per pianoforte solo, che non manca mai di richiamare l’ebbrezza e il rapimento di Emma Bovary durante il ballo alla Vaubyessard.

In questa prima fase del festival gli eventi si susseguono a ritmo serrato e, subito dopo il grandioso concerto di Sofya Gulyák, erano in locandina gli attesi recital di Alexandra Dovgan e di Grigory Sokolov, in giorni consecutivi. Ammirazione e meraviglia, così si può sintetizzare la sensazione che è rimasta dopo il concerto al Centro Termale di Pejo della giovane Dovgan, pianista che può degnamente stare a fianco dei più grandi interpreti di oggi, che in questa occasione eseguiva la Partita n. 2 BWV 826 di Johann Sebastian Bach, le Waldszenen di Schumann, le Ballate n. 1 op. 23, n.2 op. 38, n. 4 op. 52 e l’Andante spianato e Grande Polacca brillante op 22 di Chopin. La sicurezza che mostra sul palco, in quel breve tragitto dalle quinte al pianoforte, il gestire sobrio ed essenziale, la decisione dell’attacco e il controllo costante durante tutta l’esecuzione non mancano di impressionare, la musica che scaturisce dalle sue dita convince a pieno e lascia stupiti. Da parte sua si tratta di un ritorno al festival, che già l’aveva ospitata nel 2019 e che l’avrebbe voluta anche l’anno scorso, dovendo tuttavia rinunciarvi per l’impossibilità di un trasferimento in tempo utile dalla Russia. Bell’esempio di fusione tra stili italiano, francese e tedesco (soprattutto nella “Sinfonia”), la Partita bachiana veniva esposta con esecuzione ineccepibile, che innervava gli artifici contrappuntistici di un ritmo vitale e incalzante senza per questo cadere nei trabocchetti del meccanicismo, anzi, con la consapevolezza del giusto peso retorico che hanno i ritornelli nella musica dell’epoca. Il brano, il secondo di una raccolta di sei che a sua volta fa parte di un ciclo intitolato Clavierübung, esprime una meditazione a posteriori su alcuni aspetti paradigmatici della musica strumentale del tempo; è da vedere come un punto di arrivo del comporre di Bach, che con le quattro raccolte intese manifestare il rigore nella concezione di un ciclo ordinato e compiuto piuttosto che produrre musica con finalità didattiche (a questo proposito non deve trarre in inganno la definizione Übung). I contenuti delle quattro raccolte danno la misura del progetto compositivo, che inizia con le Partite, prosegue con il trattamento degli stili (l’Ouverture francese e il Concerto italiano della seconda raccolta), quindi con le fantasie sul corale (precedute da un Preludio e Fuga per organo, nella terza raccolta), per concludersi con le Variazioni Goldberg, la quarta delle Clavierübung. Un inizio di concerto impostato alla solidità, una pagina che si pone alle radici della musica per tastiera, al quale seguivano i nove episodi che tratteggiano le schumanniane “Scene dalla foresta”, legati a una funzione descrittiva molto sentita, che, pur trascendendo l’aspetto puramente onomatopeico, risulta indispensabile per mantenere quella sensazione di stupefatto mistero che ispira la pagina musicale. Nelle diverse suggestioni, che passano da atmosfere idilliache, serene, bucoliche a rappresentazioni velate di mistero inquietante, si ritrova anche la migliore vena liederistica di Schumann, presente nell’invenzione melodica. Eseguite con maestria, nell’economia del programma le “Scene” rappresentavano una transizione dalla materia puramente formale verso la musica di passione e sentimento, quella di Chopin, con la quale hanno anche qualche affinità dato il carattere narrativo, leggendario, cavalleresco della Ballata romantica. Delle quattro ballate composte da Chopin, alla seconda parte del programma mancava solo la terza (op. 47) per farne l’integrale; quale pezzo conclusivo è stato scelto l’Andante spianato e Grande Polacca brillante op 22, uno dei brani prediletti da Arturo Benedetti Michelangeli, come pure lo era la Ballata n. 1 op. 23. Alexandra Dovgan suona Chopin fin dalla più tenera età, ha cominciato infatti suonando con i genitori, entrambi pianisti; se la prima parte trascorreva in modo ineccepibile, nella seconda parte si percepiva un trasporto, una partecipazione maggiore, soprattutto nell’intenso brano conclusivo, condotto con slancio ed energia. Dopo averla ascoltata si è propensi ad avallare il parere di Sokolov nei suoi confronti (l’ha definita “il futuro del pianoforte”), persuasi di trovarsi di fronte non a un fenomeno passeggero e neppure a uno dei tanti bambini prodigio.

Al concerto di Dovgan è seguito, il giorno successivo, quello di Sokolov (presso l’auditorium del liceo “Russell” a Cles), caratterizzato dalla monotematicità delle due parti: la prima fatta tutta di Polacche di Chopin (op 26 n. 1 e n. 2, op. 44, op.53 “Eroica”), la seconda dedicata ai dieci Preludi dell’op. 23 di Rachmaninov. Molto è stato scritto sull’indole di questo grande interprete che si distingue nettamente nel panorama pianistico. Anche l’aspettativa che accompagna i suoi recital gioca un ruolo mediatico non da poco, accrescendone la portata carismatica; nel concerto di Cles si ammirava il controllo assoluto del ritmo e del fraseggio, oltre alla capacità di ricavare dallo strumento una vasta gamma di volumi sonori e qualità timbriche. Le due Polacche dell'op. 26 sono i primi esempi di questo genere prodotti da Chopin nella sua piena maturità stilistica e contengono forti chiaroscuri, accostando potenti accordi e marcate appoggiature a episodi cantabili. Con le sue quattro sezioni, la Polacca op. 44 si allontana un poco dalla caratteristica danza nazionale per rivestire in parte i caratteri della Fantasia; infine, la grandemente frequentata op 53 “Eroica”, dal celebre tema universalmente conosciuto. L’intensità dell’interpretazione trasformava l’ascolto di questi celebri brani in un’esperienza emozionale unica, da vivere con la massima intensità. Svettava un suono cristallino e pieno, plasmato a ottenere sapienti sfumature, che dopo la brillante resa delle Polacche passavano a differenziare i caratteri tutt’altro che omogenei dei Preludi di Rachmaninov. I recital di Sokolov sono epici anche per la durata; in questo caso al ritardo iniziale (dovuto anche a uno smistamento particolarmente laborioso del pubblico all’ingresso) si è aggiunto un intervallo di mezz’ora per riaccordare lo strumento; non sono mancati infine gli innumerevoli “fuori programma” di cui abitualmente il grande virtuoso fa omaggio al pubblico.


 

 

 
 
 

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