L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Senza tragedia

di Mario Tedeschi Turco

La National Philharmonic Orchestra of Russia dimostra tutto il suo valore tecnico sotto la guida di Vladimir Spivakov in un concerto che ha comunque dato adito a qualche perplessità e privilegiato l'aspetto lirico su quello tragico. Luci e ombre anche per il solista al pianoforte Ivan Bessonov.

VERONA 10 settembre 2021 - È un’orchestra relativamente giovane, la National Philharmonic Orchestra of Russia (NPR), fondata su iniziativa del presidente Putin nel 2003 e da allora affidata a Vladimir Spivakov. Poca tradizione, dunque, ma compattezza, nitore, precisione, preziosità di timbro, volume sonoro sono apparsi, al Filarmonico di Verona per la rassegna «Il Settembre dell’Accademia», di qualità rilevatissima: un ensemble di virtuosi senza macchia, perfettamente affiatati e sintonizzati sul gesto del direttore, dove non sai se ammirare di più il velluto degli archi, le volate degli strumentini, la granitica plasticità degli ottoni. I tre bis offerti al termine del concerto, del resto (Danza ungherese e Danza napoletana dal Lago dei cigni di Čajkovskij, Danza da La boda de Luis Alonso di Géronimo Giménez), sono stati eseguiti esattamente per ribadire l’eccellenza assoluta dello scintillante complesso: perfetto, e tanto basti.

Per venire alla carne e al sangue della musica eseguita, invece, qualche dubbio in più sarà necessario esprimerlo. Concerto n. 2 di Rachmaninov, con il diciannovenne Ivan Bessonov, una delle stelle in ascesa del concertismo russo: l’intesa tra direttore e solista è stata ottima, gli attacchi precisi, il fraseggio ampio, con un bel respiro collettivo, dall’angoscia progressiva dell’inizio, al dialogo tra flauto, clarinetto e pianoforte del secondo movimento, sino al trionfante finale. Bessonov ha mostrato sicurezza, abbandono lirico, varietà dinamica tuttavia un poco trattenuta negli estremi dinamici dei fortissimo, così che le discese nell’abisso del Moderato non sono state restituite al meglio, come del resto le accensioni ultra-patetiche dell’Adagio sostenuto: ‘cantate’ molto bene, c’è da dire, ma giunte prive di quel tragico incipiente che riteniamo essenziale per una completa messa a fuoco del diagramma poetico (ed emotivo, e sentimentale) di Rachmaninov. Si è trattato in ogni caso di un’ottima esecuzione, piena di slancio cinetico come di soffusa elegia. Il giovane Bessonov poi – lode al coraggio – ha proposto come bis la Ballata n. 4 di Chopin. E qui le cose si sono fatte assai più problematiche, in una lettura confusa, i piani sonori senza definizione, il canto da notturno e quello da barcarola dei due temi principali indifferenziati, il flou preimpressionista dell’inizio slabbrato e il passaggio canonico a due e tre voci assurdamente privo di smalto e rilievo. Buoni per contro i passaggi accordali, risolti con precisione, e di discreta intensità anche il finale. Ma il tutto è da rivedere ab imis fundamentis, per Bessonov: il tempo è dalla sua.

Nella seconda parte della serata, la Quinta sinfonia di Čajkovskij secondo Spivakov. Ribadita la qualità di valore indiscutibile della tecnica - e del direttore, e dell’orchestra - una Quinta in cui ancora una volta hanno latitato il senso del tragico e le torsioni disperate, in favore di un concetto lirico sì, ma disteso, quieto. Spivakov ha portato in primo piano lo spirito pastorale e quello della danza, certo presenti nella scrittura del compositore (pensiamo al primo movimento, al secondo tema in maggiore, e al ritmo di valzer subito successivo, oppure al terzo movimento sulla medesima scansione) ma che non parrebbero a tutta prima la cifra fondamentale del capolavoro, che vive altresì (soprattutto?) di contrasti laceranti, vuoi nei motivi, vuoi nella ricchissima, sussultoria, diresti nevrotica varietàdi indicazioni dinamiche, agogiche ed espressive. Anche nel celeberrimo solo del corno nell’Andante cantabile con alcuna licenza - staccato a un tempo piuttosto veloce, peraltro coerente con il tactus complessivo – latitava quel «dolce con molta espressione» notato in partitura. Fatto si è che la sinfonia è giunta al termine in un tripudio di colori magnificamente ottenuti, con gioia mai retorica, in cui il corale in maggiore del quarto movimento e la metamorfosi tematica del materiale precedente hanno celebrato una vittoria senza ombre della forma (della fede, secondo alcuni) e non certo quella del destino implacabile (secondo molti altri). Un’interpretazione rilevata e decisa, dunque, quella di Spivakov, sulla quale è lecito forse avere dubbi come concetto, ma non certo come qualità esecutiva: magistrale.

Vivissimo successo di pubblico (dimezzato come ovunque, causa misure di contenimento pandemia) e tripudio finale con i bis già menzionati.


 

 

 
 
 

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