L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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L'ultimo peccato di vecchiaia

di Roberta Pedrotti 

Qualche dubbio filologico per l'annunciato debutto dell'edizione critica curata da Davide Daolmi della versione orchestrale della Petite messe solennelle: gli scrupoli pragmatici del concertatore Alberto Zedda, direttore artistico del Rof, hanno prevalso sugli aspetti più problematici (ma anche enigmatici e affascinanti) del lavoro filologico. Ambivalente l'esito dell'esecuzione, proiettata anche in diretta streaming e in Piazza del Popolo su maxischermo, fra prove eccellenti e altre interlocutorie.

PESARO, 21 agosto 2014 - Pesaro è sempre stato teatro di dibattiti musicologici e la strettissima, simbiotica, collaborazione istituzionale fra il Rof e la Fondazione Rossini ha inevitabilmente posto al centro dell'attenzione il rapporto – non necessariamente conflittuale – fra teoria filologica e pratica esecutiva. Una questione articolata, ricca di stimolanti implicazioni, ma anche foriera delle tempeste più impetuose, che si sono però sempre consumate fra interventi verbali, conferenze, interviste, articoli a latere. Non si ricordava invece, pur senza palesi note polemiche (anzi, con chiare attestazioni di stima), una contrapposizione netta come quella che si riscontra fra i due saggi riportati nel programma di sala di questa Petite messe solennelle.

Naturale e legittimo, da parte del curatore dell'edizione critica Davide Daolmi e del concertatore Alberto Zedda esprimere diverse considerazioni e punti di vista sulla prassi esecutiva e sulle due versioni, per due pianoforti e harmonium e con orchestra, mentre colpisce maggiormente l'opposta valutazione di dati che si supporrebbero oggettivi: “L'ideale sinfonico che Rossini concepisce per la Petite messe è lontano dalle grandi masse tipiche delle produzioni sacre del secondo Ottocento. È una soluzione in controtendenza rispetto alle espansioni cui tendeva il sinfonismo di quegli anni. […] organico ruvido e severo, sottratto alle avvolgenze sinfoniche tardo romantiche” scrive Daolmi, mentre Zedda, poche pagine dopo, ribatte “La strumentazione a grande orchestra [scilicet qui orchestra tout court] muta profondamente il sound della Petite messe, conferendogli un colorazione tardo-ottocentesca” e sostiene l'opportunità esecutiva di un organico più ampio e di alcune varianti rispetto a quel che è ristabilito in edizione critica.

Per quanto il gioco possa essere intellettualmente suggestivo, con i se e con i ma la storia non si fa , ci ammonivano a scuola, e se le motivazioni pratiche addotte da Zedda per evitare, ad esempio, ai solisti di unirsi al coro (come prescritto in autografo) in tutti i numeri della messa ci paiono ragionevolissime, convince meno l'argomento secondo cui “piace immaginare che se la nuova versione della Messa fosse giunta al traguardo dell'esecuzione lui vivente, Rossini vi avrebbe apportato delle modifiche”. Speculazione legittima e anche interessante, che però non giustifica di per sé gli interventi sul testo. La stessa orchestrazione (di pugno di Zedda) del Prélude religieux è, ovviamente, un'operazione sensata se si pensa alla storia della musica costellata di trascrizioni e rielaborazioni strumentali, ha una sua precisa valenza pragmatica in considerazione anche della rarità di validi organi in teatri e sale da concerto, ma non può sostituirsi stabilmente all'organo che Rossini prescrive qui solista, e collante armonico e timbrico a sostegno della linea del basso in tutta la partitura.

La sensazione è che, in questo caso, pratica e grammatica non abbiano trovato un accordo fecondo, nonostante il solenne exordium “È motivo d'orgoglio, ma anche di responsabilità, il privilegio di includere nella programmazione di questo festival la prima esecuzione della versione per orchestra della Petite messe solennelle nell'edizione critica recentemente data alle stampe dalla Fondazione Rossini”. Ha prevalso un pragmatismo rispettabilissimo in ogni altra sede ma che a Pesaro ci ha fatto rimpiangere l'occasione di ascoltare l'edizione critica nella sua peculiarità: proprio perché problematica nell'ambito del Festival Rossiniano ci sarebbe parso naturale, se non proprio doveroso, veder tentata questa via, lasciando ad altre sedi l'opportunità di accomodamenti e compromessi. Se anche poco o nulla, in fin dei conti, cambierà, se lo studio filologico dell'autografo indica che i cantanti si uniscano al coro dispiace vederli qui, invece, tacere, così come spiace non intendere l'organo, o quello che Daolmi definisce “il sapiente lavoro di cesello che Rossini aveva destinato all'uso alternato dei più diversi tipi di fiati (trombe con e senza pistoni, cornette cromatiche, un oficleide)”.

Bisogna ammettere che la cifra timbrica scabra sottolineata da Daolmi nel suo saggio è stata perseguita, con una concertazione asciutta e perfin spigolosa, da Zedda, senza che però il suono dell'orchestra del Comunale di Bologna sortisse analitico e preciso, né ispirato e suggestivo come si sarebbe auspicato. Anche la prova del coro felsineo spinge a una riflessione amaramente memore della qualità (anche attoriale) esibita proprio a Pesaro in produzioni come Mosé in Egitto, Ciro in Babilonia, Guillaume Tell. L'organico si è ridotto, l'età media avanza senza opportuni rinforzi e rinnovamenti, né ci pare che l'avvicendamento fra Lorenzo Fratini (ora in forze al Maggio Fiorentino) e il nuovo maestro Andrea Faidutti abbia portato alcun giovamento a un complesso cui si augura un luminoso futuro, ma che in questa Petite messe si è trovato in più punti in chiara difficoltà per amalgama, precisione, qualità di suono.

I quattro solisti rappresentano quasi l'amplificazione nei quattro registri di un'unica accorata e critica spiritualità, il rifrangersi in mille enigmatiche sfaccettature di un pensiero musicale e religioso profondo anche nelle sue inafferrabili ironie. Il destino, la speranza, l'allegrezza, la felicità, l'abisso, l'attesa, l'aspirazione, il tormento e il piacere che - nelle parole attribuite, con una certa verosimiglianza di contenuti, da Zanolini a Rossini - costituirebbero l'orizzonte della musica drammatica permeano anche la scrittura sacra e sembra che il destino beffardo abbia fatto di abisso e felicità anche i poli di una compagnia di canto egualmente ripartita fra paradiso e inferno.

Nel primo trovano posto trionfanti le due voci gravi: Mirco Palazzi è l'interprete ideale per questo repertorio, in virtù della nobiltà del suo canto, dell'ispirata compostezza di un'espressione severa e solenne, ma anche intimamente sentita, della bellezza di un canto impeccabilmente sorvegliato. Non è da meno Veronica Simeoni, emissione pulitissima, vocalità d'ambra e avorio che, senza abbandonarsi ad avvolgenti volute timbriche o a essenziali stilizzazioni, s'impone per la personalissima musicalità, plastica, accorata, schietta, e pur limpida ed elegante come il profilo di una scultura di Canova.

Più che di buone intenzioni, la via di Dmitry Korchak è lastricata di potenzialità sprecate. Lo ricordavamo giovanissimo e svettante, anche se a tratti acerbo, in ruoli lirici tendenti al contralitino, abbiamo inteso la sua vocalità ampliarsi e acquistare la potenzialità di nuove bruniture, ma, purtroppo, più che guidare ad arte questa maturazione, anche cercare di enfatizzarla gonfiando le gote e spingendo sovente più del necessario, a detrimento di musicalità e fraseggio, nonché della piena sanità d'emissione. Un vero peccato, perché, anche al di là del mero dato tecnico, il tratto operistico del Domine Deus non si dovrebbe ridurre a un'esuberanza limitata nella paletta dinamica, ma permetterebbe ben altre sottili soluzioni e sfumature.

Nemmeno il rammarico di un potenziale mal sfruttato si può invece rivolgere nell'ascolto di Olga Senderskaya, ma solo quello di ritrovare una cantante che fu già pessima Amaltea nel Mosé in Egitto (privata, fortunatamente, dell'aria e salvata dalla formidabile caratterizzazione scenica imposta da Graham Vick) in una parte più scoperta e impegnativa. La voce, già pigolante tre anni fa, è ora per di più vetrosa e senescente, inabile al legato, incerta nell'estensione, nell'intonazione e nell'emissione. Se per la “pouvre petite Messe” il Buon Dio avrà accordato il paradiso a Rossini, come nei suoi auspici, il martirio di O salutaris hostia avrà risparmiato qualche annetto di purgatorio a molti presenti, per fortuna poi ristorati dal bell'Agnus Dei intonato dalla Simeoni. E un dubbio, ascoltando quest'ultima, ci coglie: Verdi, per quel Libera me, Domine che, dopotutto, a Rossini era stato dedicato in prima istanza, avrà avuto presente il canto vivido e sublime che chiude l'ultimo peccato della feconda vecchiaia del Pesarese?

 

foto Amati Bacciardi


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