L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Algerian Party

di Roberta Pedrotti

G. Rossini

L'italiana in Algeri

Goryachova, Shi, Esposito, Cassi, Luciano, Sicilia, Lupinacci

direttore José Ramon Encinar

regista Davide Livermore

Pesaro, Rossini Opera Festival 2013

DVD Opus Arte, OA 1141 D, 2014

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Trentacinque anni di storia e un progetto come quelli del Rossini Opera Festival costituiscono un ricchissimo matrimonio, ma, di conseguenza, comportano anche notevoli responsabilità. Ogni scelta   non si limita a suscitare o meno approvazione: innesca dibattito, ispira riflessioni, approfondimenti, infiamma considerazioni estetiche e scambi dialettici.
Se uno dei grandi meriti del Festival è stato, e continua ad essere soprattutto in alcune proposte registiche, la riscoperta dell'universo ambiguo del tragico rossiniano, non meno importante è il discorso sul comico, tuttavia più accidentato e tortuoso. Necessario era, indubbiamente, liberare l'opera buffa da vezzi, lazzi e incrostazioni farsesche per mettere in luce tutte le qualità della commedia, che potranno essere declinate in diverse prospettive, realistiche, astratte, surreali, malinconiche o giocose. Nella follia perfetta organizzata rossiniana c'è tutto: schegge di umana verità, sottili inquietudini, gioco iperbolico e trascinante. Proprio da questo intreccio deriva la sua forza, e agli interpreti non resta che stabilire in che proporzione valorizzare ogni componente. Questo ha insegnato la Rossini Renaissance, questo era il progetto che Gianfranco Mariotti concepì dopo aver riscoperto Il barbiere di Siviglia grazie a Claudio Abbado. Ora le sue parole, estrapolate in una breve intervista nei contenuti extra del DVD, potrebbero essere fraintese quando utilizza il termine “filologico” riferendosi a un modo malinteso di far teatro in musica anestetizzandolo, mentre proprio il Rof ci ha insegnato che la filologia è lo strumento per liberare la vitalità di questo teatro in musica e che all'essenzialità del testo “ripulito” segue un ricchissimo ventaglio di possibilità per l'artista, affinché l'opera respiri sempre autentica e attuale. Questo è quello che si deve intendere (e chi conosce da tempo Mariotti sa bene quanto articolato sia il suo pensiero in merito): non fermarsi a un timore reverenziale che impedisca ogni libertà, ogni margine personale, ogni gioco sul testo. Il teatro, d'altra parte, è pragmatico, sono i risultati a contare, se uno spettacolo alla fine è coerente, ben realizzato, se funziona. E funziona se c'è alla base, oltre alla tecnica del regista, un gusto e un pensiero che non cerchi il divertimento a tutti i costi, ché la risata così ricercata è spesso greve ed effimera, se nasce si spegne senza lasciar traccia, se non nelle ferite alla qualità del testo. Anche per questo in un festival si esplora, si sperimenta, si discute.
In questo caso abbiamo un allestimento che si ferma in potenza. Davide Livermore punta al puro divertimento surreale spazzando via tutti gli aspetti più sofisticati della seduzione di Isabella, così come la sua forza femminile, la sua autonomia e la sua autorità; pensa a Hollywood party, predilige la commedia avventurosa, frenetica, coloratissima, pop, gioca sull'innocuo eroismo sexy da fumetto contrapposto a tutti gli stereotipi duri a morire sul gentil sesso. Chi ricorda le ironie sull'emancipazione presenti perfino su Topolino negli anno '70 avrà perfettamente chiare le intenzioni di Livermore, che potrebbero benissimo dar vita a uno spettacolo disimpegnato ma non banale, anche perché valorizzato dai superbi costumi di un Gianluca Falaschi che, con matita felicissima, lancia a briglia sciolta la sua fantasia. Purtroppo la potenza non si trasforma in atto perché esplode nelle mani del suo creatore, l'idea prolifera senza controllo innescando una reazione a catena di trovate, scene e controscene che soffocano e stuccano, con iterazioni che ottundono il meccanismo perfetto della follia rossiniana. Ne è un esempio il finale primo, in cui le proiezioni psichedeliche che si alternano per tutta la lunga scena finiscono per disperdere l'effetto – che avrebbe potuto essere spassoso – dell'interpretazione allucinogena della celeberrima stretta onomatopeica. Altrove il Livermore immaginifico cede il passo al Livermore politico, con allusioni che avrebbero (e hanno) trovato miglior causa nei suoi Vespri siciliani, ma qui risultano solo appesantire il discorso che si vorrebbe tutt'altro che impegnato: perché non lasciar ridere e sorridere di questo mondo frenetico, surreale e innocuamente sessista e voler alludere ala problematico rapporto fra politica e cultura in Italia, allo strapotere televisivo, alla spazzatura e ai festini dei potenti? Concetti condivisibili, ma fuori luogo. Così, alla fine, il giocattolo è troppo ricco, troppo colorato, troppo dispersivo: le buone idee si confondono nella massa, i punti deboli restano in evidenza.
Paradossalmente la protagonista ne fa le spese proprio perché in questo allestimento l'interprete trovo il suo punto di forza.
Anna Goryachova, Isabella perfetta nell'ottica di Livermore, infatti, non è un contralto. Non è nemmeno un autentico mezzosoprano, ma una voce quantomeno ibrida che a inizio carriera poteva sfoggiare un certo smalto naturale e uno sfogo rivelatore in acuto. Non è dunque la vocalità di Isabella, la sua, ma la cosa, come già scrivemmo a suo tempo, non costituisce necessariamente un problema perché la storia del canto è piena di grandissime Isabelle che non potevano dirsi emule perfette della Marcolini per lo strumento, ma con stile, fraseggio, fascino, spirito e musicalità hanno saputo risultare credibilissime e seducenti. Il problema è proprio nella mancanza di questo fascino, di questa personalità intrigante e soggiogante. Là dove il microfono supplisce alla debolezza del centro e del grave così evidente in sala non ci restituisce particolari crismi di belcantista e artista di classe superiore quali il ruolo e il luogo esigerebbero.
È bellissima, ma di una bellezza di carta. Nonostante le ben calibrate tridimensionalità, il suo fascino è bidimensionale, fine a se stesso, si direbbe da fumetto, se Valentina ed Eva Kant non avessero ragioni di avanzare rimostranze. Ma, d'altra parte, è ciò che l'estetica rutilante dello spettacolo richiede senza concedere tempo e spazio ad altre malìe; l'iperattiva eroina è una femmina decorativa, la cui forza, senza spessore intellettuale è caratteriale, è solo funzionale alla commedia, all'avventura, all'immaginario maschile che addomestica i moti d'emancipazione eroticizzandoli ed esorcizzandoli con sarcasmo. Livermore, da persona intelligente e pungente qual è, vuol chiaramente giocare con gli stereotipi, ma nell'affollare la superficie di azioni, immagini, scene e controscene iterate senza requie alla fine riduce questa Isabella bellla senz'anima a una ammiccante figuretta da calendario o sensuale guerriera a metà fra Amazing Stories e le mode boccaccesche di qualche decennio fa.
Ovviamente anche gli altri personaggi sono bozzetti di carta o, al più, di celluloide, seppur con esiti meno penalizzanti rispetto alla protagonista: Yijie Shi è, difatti, un Lindoro/ James Bond dal fascino esotico, che canta benissimo, con gusto e arguzia. Non sembra sempre convinto delle mille azioni che compie o che si sviluppano attorno a lui, ma recita ugualmente con apprezzabile partecipazione. Convintissimo e scatenato appare il Mustafà di Alex Esposito, cui l'indole capricciosa e arrogante del nababbo mediorientale, occidentalizzato ma non troppo, abituato a vivere istante per istante, senza fermarsi a pensare ma assimilando tutto il peggio di due culture non troppo diverse fra loro. Peccato che anche nel suo caso l'ipercinesi sfochi i contorni, sfumi caratteri potenzialmente interessanti, non permetta al canto di esprimersi al meglio, come invece avviene quando all'artista bergamasco è richiesta un'azione più misurata, che lo metta in luce da splendido attore qual è più che da disponibilissimo saltimbanco, quale all'occorrenza sa pure essere.
Taddeo è il buffo, lo dice già il nome, che discende dalla Commedia dell'Arte. Non è però un buffone, non è una macchietta. È un uomo ingenuo, che compensa pavidità e insicurezza con tratti d'eccessiva sicumera. È un uomo innamorato. Comicamente, certo, ma la commedia, per non essere banale farsa, vive anche di contrasti, di sfaccettature caratteriali che vanno oltre l'apparenza e lo stereotipo.
Proprio perché concepita per una tipologia particolarissima di cantanti spesso “parlanti”, la scrittura è insidiosa e scegliere un non specialista per il ruolo può essere un'opportunità ma anche una trappola. Nello specifico Mario Cassi, baritono brillante e non buffo tout court, è troppo strapazzato da uno spettacolo che ne fa la caricatura costantemente maltrattata del Groucho Marx di Dylan Dog.  Tenta ammirevolmente di valorizzare frasi come “Hai capito, questo core pensa adesso come sta” e conferire un po' più di spessore al personaggio, ma lo spessore qui finisce per essere fuori luogo e viene travolto dal turbinio psichedelico del contesto, oltre che dalla pochezza della bacchetta.
Davide Luciano è un Haly appropriato, ben gestito nel canto in coppia con la presenza muta ma fondamentale di Sax Nicosia, attore sempre di straordinaria bravura anche nella caratterizzazione sopra le righe della macchietta del gay effemminato (che fa giustamente il paio con la visione della donna incarnata da questa Isabella/Barbarella in un immaginario machista anni '70).
Mariangela Sicilia, Elvira, e Raffaella Lupinacci, Zulma, sono bravissime nel canto e spiritose nelle loro goffe caratterizzazioni, anche loro, come tutti, debitamente bidimensionali. Il coro, uscito direttamente da un film di Blake Edwards, fa il suo dovere.
La vera zavorra della produzione è costituita dalla direzione grigia e greve di José Ramon Encinar. Il curriculum per lo più novecentesco e sinfonico, con puntate teatrali quasi esclusivamente nella – nobilissima – zarzuela e senza contatti diretti con il belcanto italiano si fa sentire concretamente fra imprecisioni, dinamiche farraginose e latitanza di senso del canto, del teatro e della commedia. Davvero una scelta infelice per il podio nella città di Rossini.
Un DVD non è una rappresentazione teatrale, altrimenti sarebbe solo una pallida ombra e un imperfetto surrogato. Un DVD è e dovrebbe essere considerato un prodotto artistico a sé, nel quale le scelte tecniche ed editoriali dell'intero cofanetto, non solo quindi del filmato puro e semplice, devono essere valutate non meno dell'esecuzione che testimonia. Così non possiamo non concludere le considerazioni su questa registrazione esprimendo tutta la disapprovazione per la scelta dell'Opus Arte di omettere i sottotitoli in italiano, come già in occasione del Mosé in Egitto, sempre da Pesaro. Là la mancanza era aggravata da una videodiscografia ancora vergine del titolo, oltre che dalla peculiarità di uno spettacolo completamente svincolato dalla tradizione, ma non dal testo del libretto.
Al di là dei dubbi incidentali, resta una questione sostanziale: se esiste la tecnologia per offrire questa opzione, perché negare all'acquirente italiano che non abbia piena confidenza con qualsivoglia opera di seguirne il testo? Perché negare al non madrelingua la possibilità di seguire il libretto originale? Chi conosce L'italiana in Algeri a memoria forse non ci farà nemmeno caso, ma una casa discografica dovrebbe pensare a offrire strumenti di fruizione al pubblico più vasto possibile, considerato soprattutto che chi lo desideri ha sempre l'opportunità di escludere i sottotitoli.
Discutibile parimenti la scelta di non inserire una lista delle tracce e di indicare nel menu del DVD solo un elenco numerico con gli incipit testuali indicati giusto in una manciata rada di casi.
Per il resto la grafica, con le foto degli storici e bravissimi Amati Bacciardi, è ben curata, adeguata con gusto allo spirito dello spettacolo, la realizzazione tecnica di qualità.