L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Sacro e pagano

di Roberta Pedrotti

 

Orazio Sciortino torna al Bologna Festival per un concerto che lo ha visto protagonsita con il Coro del Teatro Comunale alle prese con l'interessantissima proposta della Via Crucis di Liszt accostata allo Szymanowski "pagano", siciliano e polacco.

BOLOGNA, 31 ottobre 2014 - Per qualcuno è la veglia di Ognissanti, per qualcuno la festa di Halloween, per altri, semplicemente, una sera autunnale come tante altre, ma che può sempre esser resa speciale da un buon concerto.

Sacro è l'incipit, con la Via Crucis per soli, coro e pianoforte di Franz Liszt. Opera severa, quasi mistica, ecumenica e sperimentale della piena maturità dell'ungherese, composta nel 1876, a dieci anni dalla morte.

I testi selezionati attraversano tutta la tradizione cristiana occidentale, accostando il latino delle Scritture e del repertorio liturgico e devozionale al tedesco del corale luterano. Ne sortisce una sorta di particolarissimo distillato di Passione o di Oratorio, fra meditazione, narrazione e discorso diretto, in cui la scrittura raggiunge un'essenzialità estrema, una sintesi stilistica che proietta il secolare linguaggio ecclesiastico, e in particolare la modalità, verso orizzonti lontani, affatto novecenteschi. Descrive così anche una netta, icastica gestualità musicale, quasi una plasticità fisica, per esempio nel motto Jesus cadit e nei seguenti primi quattro versi dalla sequenza dello Stabat Mater, dove le voci femminili si dividono fra lo sviluppo della descrizione nell'intera quartina e la dilatata insistenza sul primo verso, a dar sostanza e ostinata presenza all'essere, lo stare di Maria immobile, pietrificata, ai piedi della Croce.

Liszt, nella Via Crucis, molto richiede e poco, o nulla, concede nell'esecuzione e nell'ascolto, eppure il rigore ispirato, composto e visionario di questa scrittura penetra acuto come una lama nella mente con tutta la potenza concentrata nel riserbo tragico della narrazione, quasi una sacra rappresentazione in puro suono, compenetrato nell'essenza della parola. Il Coro del Comunale di Bologna preparato da Andrea Faidutti con i solisti Gabriele Lombardi (baritono) e Lucia Michelazzo (contralto) aderisce con intima partecipazione allo spirito della partitura e al piano Orazio Sciortino iscrive con sapienza nell'avorio luci e ombre, morbide e nette.

Pagano è il seguito. Dopo l'intervallo al bassorilievo in cui arcaico e avanguardia si guardano allo specchio, segue un'altra forma di sacralità, quella del mito, non più cristiana. Panica. Dalla visione delle metope del Tempio di Selinunte Karol Szymanowski trae tre quadri pianistici consacrati a tre volti del femminile nell'Odissea: le insidiose Sirene, la malinconica e seducente Calipso fuori dal tempo, la giovinezza di Nausicaa. Pagine non lontane da influenze impressioniste e liberty, ma nelle quali pulsa in profondità un'anima notturna e dionisiaca, sedotta da un Mediterraneo che poco o nulla ha a che fare con il vitalismo solare idolatrato da Nietzsche. Al contrario, il mare pur scintillante che lambisce l'isola delle sirene, Ogigia e la terra dei Feaci, è un mare nero, i suoi gorghi iridescenti sono cupi e profondi come l'abisso. Il profumo è quello intenso dei fiori e dei frutti della Magna Grecia, ma c'è un qualcosa di malato in questa intensità, di stordente. Sono profumi che prendono corpo nella notte, che inebriano e uccidono, dolci e pungenti, sensuali e fatali come la Digitalis purpurea. Il melos serpentino delle donne uccello dal canto mortale, la nostalgia rarefatta e il tempo sospeso della ninfa immortale, l'incombere dell'inganno, di illusione e disillusione nei piedi agili e leggeri della figlia di Alcinoo, adolescente incosciente: potrebbero essere esercizi di genere, se l'esperienza siciliana di Szymanowski non infondesse nella sua ispirazione un aroma inafferrabile, perturbante, che permea ogni piega della scrittura. Forse proprio perché siciliano, Sciortino riesce a dar vita a gusto ipnotico di una terra antica, incantatrice e labirintica come il Mito, mescolando la fiaba e la filosofia, la storia e il sogno del viaggio e degli incontri di Odisseo.

Così si congeda, con una magnetica lettura della Sehnsucht della classicità secondo Szymanowski, il pianoforte di Sciortino, che tornava, giustamente applauditissimo, di fronte al pubblico del Bologna Festival dopo aver vinto il premio del pubblico come miglior artista emergente dell'ultima rassegna Talenti, promossa dalla benemerita istituzione concertistica felsinea.

Torna il coro, torna Szymanowski, questa volta con una meditazione sulla tradizione della sua terra, su canti popolari polacchi trascritti per un complesso a cappella in cui si distinguono tre corifei: ancora Lucia Michelazzo (contralto), il soprano Rosa Guarracino e il tenore Massimiliano Brusco. Sei pezzi non facili, tratti dalla tradizione della regione di Kurpie e caratterizzati da forme modali, intervalli e strutture che dal repertorio orale arrivano a specchiarsi nella progressiva emancipazione ed esplorazione tonale a cavallo fra XIX e XX secolo. Particolarmente significativi, anche dal punto di vista etnografico, i testi, radicati nella civiltà contadina e consacrati per lo più a temi amorosi, con la particolarità di A chtóż tam puka (Ma chi bussa là) in cui alla vigilia delle nozze una fanciulla cerca la madre che la invita ad andare sola perché lei si trova già sepolta “serrata da tre catenacci. Il primo – tre assi di legno, il secondo – la sabbia gialla, il terzo – l'erba verde”, rammentando il ben nutrito filone macabro che anima l'immaginario slavo ed ebraico.

Oltre che per la difficoltà musicale dei pezzi, al Coro va reso merito per l'impegno di fronte alla difficoltà linguistica imposta dall'idioma polacco, uno dei più difficili da pronunciare correttamente (e lasciamo a esperti e madrelingua l'onore e l'onere di valutazioni in merito).

Il mito, fondante di una civiltà che ha le sue indiscutibili radici nella cultura classica grecoromana, l'episodio cruciale per la religione che, da due millenni, segna la storia europea, la tradizione orale e popolare che vede scorrere nei secoli dei e santi, chiese e templi; dottrine e ricerche musicali colte, forme e modi tramandati di voce in voce per cantare sacro e profano, cristiano e pagano, reale e sovrannaturale, si incontrano delineando una feconda dialettica fra i brani in programma, scelti con intelligenza e resi dagli interpreti con eloquente, limpida profondità.

la foto del coro è di Rocco Casaluci