L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Se Verdi s’assottiglia, non è più lui….

di Emanuele Dominioni

 

Piacevole e convincente l'allestimento di Falstaff proposto dal Teatro Municipale di Piacenza con un cast giovane e ricco di belle sorprese e conferme, capitanato da un grandioso Nicola Alaimo nel ruolo del titolo.

Ciò che guida l’azione in un’opera come Falstaff è il carattere istrionico, disilluso, bonario e diremmo quasi “onnisciente” del vero protagonista: Giuseppe Verdi. E’ comune opinione infatti che dietro la figura e nei tratti del vecchio cavaliere Sir John Falstaff, non vi sia in realtà nient’altro che lo sguardo e il pensiero del musicista ormai ottantenne, che non solo è deus ex machina musicale della vicenda, ma si staglia soprattutto come figura carica di umanità e buon senso. Le tante riflessioni che Sir John fa sulla propria esistenza riflettono senza ombra di dubbio il sentire verdiano, e se tale affermazione potrebbe suonare scontata tale immedesimazione fra autore e personaggio emerge con strabiliante potenza proprio nel Falstaff.

La genialità in questo caso si schiude nell’assoluto dinamismo della teatralità verdiana, che emerge qui primariamente nel rapporto fra i protagonisti. Nel loro disilluso e frenetico agire i personaggi di ispirazione shakespeariana costruiscono una ricca tela fitta di intriganti vicende permeate dagli impulsi vitali più disparati: la burla, l’intrigo amoroso, la gelosia, l’onore (e la sua beffa), la nostalgia di una giovinezza perduta, il sarcasmo sono sentimenti che accompagnano tutta la letteratura verdiana ma che qui più che altrove assumono un’inedita forza parodistica. In un gioco abilissimo di echi e allusioni, Verdi stravolge il senso melodrammatico di molti codici espressivi, ottenendo una mirabolante girandola teatrale volta a smascherare gli inganni e le debolezze umane.

Nella ripresa dell’opera da parte del Teatro Municipale di Piacenza il messaggio registico nella sua totalità si snoda attraverso un tipo di drammaturgia fresca, vivace e caratterizzata ironicamente così come emerge dal libretto. In siffatto solco la lettura di Cristina Mazzavillani Muti del capolavoro verdiano è coerente e tradizionale rispetto alle intenzioni verdiane sia nella sua trasposizione scenica sia nel taglio attoriale. Con l’ausilio delle consuete proiezioni - espediente feticcio della regista - venivano ricreati gli ambienti descritti nel libretto intervallati da atmosfere e immagini proprie della biografia verdiana: vediamo, ad esempio, la riproduzione della Villa di Sant’Agata come sfondo alla scena del giardino dell’atto I e all’inizio del terzo. Un accorgimento quest’ultimo, che viene direttamente rielaborato dalle personale considerazioni di Verdi circa quest’opera. Come egli stesso scrive in una lettera del 1892 “Mi convinco sempre di più che la vastità della Scala nuocerebbe all’effetto. Scrivendo Falstaff non ho pensato né a Teatri né a cantanti. Ho scritto per piacer mio, e per conto mio, e credo invece che alla Scala, bisognerebbe rappresentarlo a Sant’Agata”.

La scena aveva un’organizzazione spaziale di shakespeariana memoria, con pochi ma significativi elementi; il tutto si costruisce e sviluppa intorno alla relazione fra personaggi. In questo contesto la recitazione non scadeva mai nel caricaturale ma risultava sempre pertinente all’assoluta umanità dei personaggi. Bellissimi i costumi, di curata fattura e taglio. Di grande cura ed effetto anche l’uso delle luci di Vincent Longuemare, che donavano un’atmosfera diremmo quasi fiabesca e infine perfettamente a fuoco nelle diverse ambientazioni della vicenda.

È chiaro che in un'opera come questa e accompagnata dai tali presupposti registici, l’abilità e la perizia scenica e interpretativa degli interpreti hanno giocato un ruolo determinante nella riuscita dello spettacolo. Su tutti il Falstaff di Nicola Alaimo si pone come paradigma assoluto di presenza, carisma e talento scenico. Il suo è un personaggio a tutto tondo dal fascino quasi hollywoodiano, caratterizzato frase per frase nella sua tronfia saccenza e imponenza. La voce del basso-baritono è piegata e diremmo quasi guidata dalla parola nella delineazione di una linea di canto molto incisiva e dinamica. Le inflessioni che egli dona al testo sono di grande effetto, e riesce suscitare in più punti la risata del pubblico. A lui va la palma del migliore della serata. La Quickly di Isabel de Paoli ben si rapporta a questo Falstaff nel ricreare momenti di vera comicità. Stentorea e disomogenea nei diversi registri è la vocalità del mezzosoprano pavese, la quale però riesce a utilizzare questi limiti per disegnare un personaggio arguto, astuto e di grande presa sul pubblico. Alice era Eleonora Buratto, dotata di ottima voce di soprano lirico, fraseggia con corretta eleganza sostenuta da un’ottima emissione. Kiril Manolov, che ricordiamo come Falstaff nella stessa produzione a Ravenna, ha presenza scenica imponente che accanto a quella di Alaimo pareva quasi una sua controfigura. La tecnica vocale è solida e riesce a dare rilievo drammatico allo smarrimento di Ford durante l’aria. Una lieta sorpresa è costituita dalla Nannetta di Damiana Mizzi, che ricordiamo ottima e debuttante Giulietta belliniana qualche anno fa nella stagione Aslico. Una voce di morbida fattura e un fraseggio assai mobile le hanno permesso di creare un personaggio smaliziato e innamorato, lontano dall’archetipo dell’ingenua fanciulla. Di valore anche la prova del tenore Alessandro Scotto Di Luzio nonostante durante l’aria un eccessivo ampliamento del registro medio grave lo abbia penalizzato nella zona acuta, in cui lo sforzo era evidente. Mostra però una vocalità e una presenza scenica assolutamente pertinenti al ruolo di Fenton. Perfettamente a fuoco il dottor Cajus di Giorgio Trucco. Nonostante una lieve sbavatura dovuta a un vuoto di memoria, di qualità è anche la performance di Matteo Falcier quale Bardolfo, e soprattutto del basso Graziano Dellavalle come Pistola. Carismatica e vocalmente ineccepibile è la Meg di Anna Malavasi.

A dirigere la complessa partitura verdiana è Nicola Paszkowski il quale si mostra esperto e preciso concertatore mantenendo tempi e dinamiche in sintonia col palcoscenico anche nei difficili pezzi d’insieme. Il coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati risponde con seria professionalità alle direttive che provengono dalla buca e da una regia che lo sollecitava fortemente a livello scenico, con esiti più che positivi.


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