L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Carmen nel cerchio vuoto

 di Andrea R. G. Pedrotti

 

G. Bizet

Carmen

Kasarova, Kaufmann, Pertusi, Rey, Camarena

direttore Franz Welser-Möst

regista Matthias Harmann

Zurich Opernhaus, 2009

DVD Decca 2014

0440 074 3881 7 DVD-Video NTSC DH

La Carmen di Georges Bizet, andata in scena recentemente alla Opernhaus di Zurigo nell'edizione viennese - con recitativi in luogo dei dialoghi parlati - ed eternata dalla Decca, si presenta al pubblico con un cast di stelle, che, in buona parte, non deludono.

La scenografia è estremamente scarna: un semplice disco centrale sul quale si alternano elementi scenici, nulla più che fondamentali. L'azione è trasposta parzialmente in Italia (i militari sono carabinieri, anche se campeggia la scritta “Policia”), in principio della seconda metà del XX secolo. Dalle note di regia si evince come la costante presenza di grandi sigari - figurati anche in un'insegna luminosa e stretti in pugno dalle compagne di Carmen - voglia avere un significato fallico, metafora di come la sigaraia tenga in pugno il cosiddetto sesso forte. Francamente ci pare un'idea un po' pretestuosa e poco chiara, se non si fosse letto il libercolo di accompagnamento al DVD. La recitazione è classica e i caratteri vengono rispettati fedelmente. Tutto il primo atto ha luogo presso una spiaggia, una SPA, la riva d'un lago, una campagna; non è ben chiaro, ma ciò che si comprende bene è che ci si trova in una località di villeggiatura, dove Don José affronta il proprio mestiere distrattamente, quasi non vi fosse contrabbando nei pressi. L'indicazione geografica non è molto chiara, nemmeno in relazione all'emisfero: i contrabbadieri paiono sudamericani. Forse Cuba, vista l'incessante presenza dei sigari come da libretto?

Talmente distratto e celato da spessi occhiali da vista, Don José non scorge nemmeno il giungere di Carmen, che principia il suo canto mentre lui è ancora intento a leggere un giornale, probabilmente a risolvere un qualche gioco enigmistico. Tutto nella norma, comunque, nulla di eccessivo, ma neppure troppi spunti. Gli atti successivi hanno vita nei dintorni della località, o della struttura, di villeggiatura che, in questa produzione, ospita i tragici accadimenti. Unico elemento palesemente simbolico è nel finale, dove, appoggiato su una cassa di legno, troviamo un teschio bovino, immago di morte e del tradimento.

Vesselina Kasarova non ha il necessario fascino né la necessaria verve scenica per interpretare il ruolo, in una produzione che tanto s'affida al carisma degli interpreti. Il fraseggio è piatto, così come gli accenti. In lei manca quasi completamente quella componente di femme fatale, cifra carattaristica e imprescindibile di ogni artista che si cimenti con questo ruolo. L'emissione vocale appare ingolfata, disomogenea, a tratti cavernosa e anche la prova d'attrice non è pienamente all'altezza: statica e dai movimenti estremamente legnosi.

Jonas Kaufmann ovvia, come sempre, a qualche discutibile scelta tecnica e d'emissione (specialmente nei pianissimo e nelle sfumature) con un'interpretazione di assoluto livello, uscendo pienamente vincitore. Il personaggio è perfetto: prima stolido e distratto, poi sempre più disperatamente furioso con il mondo che aveva sacrificato sull'altare di un amore ingannevole. I suoi momenti migliori sono, senz'ombra di dubbio, il finale II e IV, quando mette in luce con notevole proprietà artistica e analitica tutte le sue qualità di straordinario fraseggiatore e attore.

Isabel Rey è una Micaëla estremanente affidabile, legge bene il personaggio, forte di una grande esperienza di palcoscenico, specialmente nel teatro di Zurigo. Convincente la sua prestazione nel duetto con Don José. La celebre aria “Je dis que rien ne m'épouvante” è eseguita correttamente, anche se un accento più convinto e meno languido sarebbe stato più appropriato.

Ottimo l'Escamillo di Michele Pertusi: disinvolto sul cerchio scenico quanto fra i cinque righi del pentagramma. Il basso-baritono parmigiano non delude in alcuna parte dell'opera, anzi, dimostra, una volta di più, la sua arte e, cosa che non guasta, una pronuncia francese che nulla ha di perfettibile. Il rivale in amore di Don José è qui gradasso e arrogante come sempre, ma nella rilettura della regia la tendenza è quella a rimarcare le qualità di “tamarro” del Toreador, perennemente con la camicia slacciata, una vistosa, e pesante, catena al collo e bracciali ai polsi.

Cameo di rilievo è la presenza di Javier Camarena, come Remendado. Il tenore messicano, anche in un ruolo così breve, con sguardi ammiccanti e impareggiabile capacità di tenere il palco, dimostra il suo essere uno dei più straordinari cantanti contemporanei. Riesce a emergere e a farsi notare fra gli altri, senza mai essere invasivo. Non a caso, recentemente, è riuscito a strappare le note e fragorose richieste di bis al MET.

Bene anche gli altri comprimari uomini: Morgan Moody (Zuniga), Krešimir Stražanac (Moralès) e Le Dancaïre di Gabriel Bermúdez. Convincono meno Sen Guo (Frasquita) e Judith Schid (Mercédès). Buone le prove dei complessi del teatro di Zurigo: voci bianche, orchestra e coro, diretto da Ernst Raffelsberg.

Dal podio la bacchetta di Franz Welser-Möst talvolta eccede nell'impeto e accelera sovente i tempi dei professori d'rchestra, tuttavia la sua lettura risulta efficace; forse priva di quelle sfumature che sarebbero necessarie, senza il sostegno di una regia d'effetto, o che, comunque, non si poggi solo su pochi elementi scenici, qualche simbolismo e giochi di luci piuttosto monocromatici.

Regia, appunto, affidata a Matthias Harmann, le scene di cui s'è detto sono a firma di Volker Hintermeier, i costumi (estremamente essenziali e poco distinti nel corso dell'opera, a eccezione, ovviamente, della divisa di Don José) sono di Su Bühler, le luci di Martin Gebhardt (bella la luna proiettata sul fondo del palco a dare l'idea dell'oscurità), la coreografia è di Teresa Rotemberg. Per la ripresa TV, Felix Breisach.


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