L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Un Trovatore tra luci e ombre

 di Claudio Vellutini

 

La ripresa dello spettacolo di David McVicar - non curata personalmente dal regista scozzese - non risulta particolarmente incisiva, come il cast, nel quale si distinguono la voce torrenziale e l'esperienza di Stephanie Blyte come Azucena e, soprattutto, le qualità dell'emergente Amber Wagner quale Leonora. Efficace, pur con scelte musicali discutibili, la direzione di Asher Fisch.

 

CHICAGO, 29 novembre 2014. Il trovatore secondo David McVicar torna alla Lyric Opera di Chicago dopo otto anni. Concepita per questo teatro, la produzione è stata nel frattempo ripresa da diverse prestigiose compagnie americane, tra cui il Metropolitan di New York e la San Francisco Opera, dove l’avevamo vista nel settembre 2009. Il tempo passa e, quella che nel 2006 fu accolta dalla critica locale come un’interpretazione suggestiva e provocatoria dell’opera verdiana, impostata su un’iconografia e un’atmosfera di ispirazione goyesca, oggi appare piuttosto scontata. A penalizzare l’effetto, forse, ha contribuito il fatto che McVicar non ha curato personalmente la ripresa. Il regista scozzese è abile uomo di teatro e, anche in occasioni in cui la sua immaginazione sembra cedere il passo ad una solida professionalità, l’attenzione al dettaglio, ai movimenti scenici, alla caratterizzazione dei personaggi consegnano allo spettatore un’esperienza soddisfacente. Questa ripresa, invece, lascia un po’ di amaro in bocca. La definizione dei personaggi faceva leva soprattutto sul talento scenico dei singoli interpreti—talora visibilmente latitante—e colpi di scena, quale l’irruzione di Manrico e dei suoi uomini nel convento in cui Leonora sta per prendere il velo, erano malamente coordinati, annacquando così le polveri di un momento che, originariamente, aveva un’efficacia esplosiva.

Il cast affiancava giovani leve a cantanti dall’illustre e onorata carriera, presentando qualche luce e diverse ombre. “Una forza della natura” è l’epiteto ricorrente con cui Stephanie Blythe è stata ripetutamente e giustamente descritta ne ruolo di Azucena. Anche in questa occasione, il mezzosoprano ha fatto sfoggio di un organo vocale di inusitata potenza, messa a servizio di una incisiva adesione al testo cantato. Unica tra tutti i membri del cast, infatti, la cantante sembrava voler abbracciare e far proprio il principio estetico della “parola scenica” verdiana. Tuttavia, a differenza di quando l’avevamo sentita cinque anni fa a San Francisco nello stesso ruolo (nonché in numerose altre occasioni), questa volta non possiamo non notare degli evidenti cedimenti che, dopo una resa di “Stride la vampa” dall’intonazione vacillante, hanno costretto la cantante ad alcuni aggiustamenti della tessitura al fine di evitare l’eccessiva esposizione di un registro acuto affaticato. Con eccellente professionismo, tuttavia, la Blythe ha compensato queste defaillances con una grinta interpretativa di grande impatto ed efficacia.

Lo stesso, purtroppo, non può dirsi né di Quinn Kelsey (Conte di Luna) né di Yonghoon Lee (Manrico). Il primo ha voce cospicua, ma usata un tanto al chilo col solo scopo di sfoggiare decibel anziché idee musicali o interpretative, e per di più priva di un’appropriata gestione tecnica. Lo si nota nella celebre aria “Il balen del suo sorriso”. Il baritono si è lanciato sul cantabile a pieni polmoni per strappare un applauso convinto a scena aperta. Si trattava però di un consenso effimero, che si è subito raffreddato non appena Kelsey ha mostrato di essere rimasto a corto di energie durante la cabaletta “Per me ora fatale”, eseguita senza slancio e con acuti in più di un caso al limite dell’urlo. Il tenore coreano Yonghoon Lee, in tal senso, è apparso più prudente, tanto da ricorrere al consueto taglio della ripetizione di “Di quella pira” e dei propri interventi nella coda con l’unico intento di sfoggiare un do acuto sicuro e saldo. Nonostante la lodevole, ancorché sporadica, ricerca di sfumature, Lee sembrava però rimanere intrappolato entro i limiti di uno strumento dal timbro ingrato e ingolato nel passaggio, che ostacolavano una compiuta definizione musicale del personaggio.

La perla della serata rimaneva, dunque, la Leonora di Amber Wagner, ex allieva del programma per giovani artisti della Lyric Opera. Wagner ha voce attraente e di notevole portata che in passato è stata messa efficacemente in uso nel repertorio tedesco (eccellente, per esempio, fu la sua Primadonna/Ariadne nella Ariadne auf Naxos allestita a Chicago qualche anno fa). A differenza di molte sue colleghe che affrontano Verdi provenendo da questo repertorio, però, lo strumento della Wagner non presenta né spigolosità né durezze. Il soprano ne dà subito una prova lampante nella sua aria di sortita, dove ad un primo tempo di eloquente generosità ha fatto seguito una cabaletta agile, fluida, senza sforzi e peraltro eseguita integralmente (nel quarto atto, invece, “Tu vedrai che amore in terra” è stata amputata della sua ripetizione, probabilmente in vista dell’impegnativo duetto tra Leonora e il Conte di Luna). La Wagner ha mantenuto le promesse avanzate nell’aria iniziale lungo tutto il corso dell’opera, facendo valere ottima tecnica e intenzioni espressive. Se le si dovesse muovere un appunto—o, data la giovane età, suggerirle dove risiedono margini di miglioramento—segnaleremmo l’assenza di smorzature negli estremi acuti (necessarie per una resa di “D’amor sull’ali rosee” che segua il dettato verdiano) e una maggiore adesione al valore espressivo del testo intonato. Si tratta comunque di peccati veniali nel contesto di un’esecuzione eccellente, che fa presagire una brillante carriera nel repertorio lirico-spinto.

Una volta incorniciata la prova dell’eccellente coro diretto da Michael Black, segnaliamo la direzione efficace e teatrale di Asher Fisch. Ci domandiamo, tuttavia, che senso abbia adottare l’edizione critica dell’opera, se poi si reintroducono le lezioni spurie e drammaturgicamente senza senso che si sono incrostate sul testo verdiano. Non mi riferisco, ovviamente, all’aggiunta di acuti non scritti—una prassi che, a quest’altezza cronologica, aveva una sua legittimità stilistica—né della necessità di “puntare” una parte per venire incontro alle esigenze di un(a) cantante. Penso, invece, alla tradizione di far cantare all’ottava la frase “Sei tu dal ciel disceso, o in ciel son io con te” a Leonora e Manrico, laddove Verdi e, soprattutto, la logica drammatica vorrebbero che tali parole fossero pronunciate solo dall’eroina. Un appunto conclusivo, questo, che concorre a definire una recita dall’esito tutto sommato controverso.    

 

foto Michael Brosilow e Robert Kusel


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