L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Musica profetica

 di Giuseppe Guggino


Per il quarto anno consecutivo Omer Meir Wellber torna sul podio del Teatro Massimo per un concerto ed è ancora una volta una scoperta per la tensione con cui riesce a rendere le pagine di due giganti della musica.

Palermo, 5 dicembre 2014 - C’è un sottile filo semitico che lega due pagine dalla cifra estetica diversissima nel concerto dell’israeliano Omer Meir Wellber alla testa dei complessi del Teatro Massimo venerdì scorso. A ben vedere, scontando il rapporto che lega il Bernstein esecutore al sinfonismo mahleriano, c’è un legame ancor più sottile che accomuna le due diversissime parti del concerto, ossia una sottovalutata portata politica e civile dei rispettivi compositori, capaci invece di gettare entrambi una luce presaga sui futuri accadimenti.
Un presagio di morte declinato con serenità pervade la quarta di Mahler, scritta appunto all’inizio del secolo quasi a prefigurarne il destino seppure con distaccata calma, al netto delle tragedie che invece albergheranno in altre sinfonie successive (la sesta o anche la settima, nella lettura che ne dava Bernstein). Lo stesso presagio, declinato sotto forma di preghiera anche se dagli accenti talora rabbiosi e dagli scatti vigorosissimi, si ritrova nei sei salmi tratti dalla Bibbia messi in musica in tre numeri da Leonard Bernstein nel 1965 su commissione dal decano della Cattedrale di Chichester, due anni prima delle stragi in Vietnam che tanto impressionarono il gigantesco musicista americano.
Per la portata etica dei due titani messi a programma è ovvio che un direttore non basti: ci vuole un musicista capace di intendere la musica come anelito prima ancora che come battute incolonnate, tempi e altezze di suoni; e Wellber si dimostra appartenere a questo rango di musicisti, senza ovviamente difettare sul versante delle battute, tempi, etc. Riesce ad infondere al Coro (ben preparato da Piero Monti) nei Chichester Psalm quel senso del testo che risulta comunicativo, nonostante la lingua ebraica, nonché un respiro unico all’orchestra; sceglie inoltre la complicazione dell’uso della voce bianca (su una linea melodica tutt’altro che semplice anche per un adulto) in luogo del più consueto soprano e fa bene perché Riccardo Romeo istruito dal maestro Punturo è semplicemente perfetto.
Successo arriso anche alla Quarta di Mahler, con la vocina educata di Caroline Ullrich nel lied finale. E grazie ad una bacchetta di tale spessore non si potrebbe desiderare una migliore conclusione di stagione sinfonica.


 

 

 
 
 

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