L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Il Mito incontra la Storia

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare ancora del tutto a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web e alle reti televisive importanti proposte arrivano direttamente a casa dando una mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Sul sito della Pina Bausch Foundation”è visibile la versione cinematografica della memorabile serata di danza del 1989 con il Tanztheater Wuppertal Pina Bausch.

WUPPERTAL/PALERMO settembre 2020 – Anche a distanza di anni lo spettacolo Palermo Palermo risulta un’unitaria combinazione di estrema attualità nella sua forma, pur impregnato di significati complessi e talvolta misteriosi. Per capirli è necessario conoscere qualcosa di questa straordinaria donna, artista, danzatrice, coreografa che seppe creare mescolando al meglio i colori dell’animo umano con un’immagine enigmatica e sfuggente, ancor oggi così affascinante. Contemplativa e provocatrice, delicata e per certi versi portatrice di poteri spirituali particolari nel migliorare la sua vita e quella di chi le stava attorno, Bausch, grazie alla Fondazione a lei intitolata (diretta da Salomon Bausch) ritorna con la registrazione rimontata, restaurata e digitalizzata in versione cinematografica di questo spettacolo dedicato all’Italia e in particolare alla città di Palermo, dopo ben più di trent’anni dal debutto. Dal silenzio ricompare a beneficio del presente per intingere la sua drammaturgia nella linfa dell’anima: un’opera che segna l’importante punto d’arrivo di una musa della danza immortale che ha saputo esprimere la visione del mondo con incredibile potenza e suggestione, grazie a un linguaggio dirompente ed originale.

L’allestimento e la coreografia sono quelli originali di Pina Bausch andati in scena nel dicembre del 1989 all’Opernhaus Wuppertal e, poco dopo il crollo del Muro di Berlino, nel gennaio 1990 al Teatro Biondo di Palermo, con l’evocativa scenografia di Peter Pabst, i costumi appassionanti di Marion Cito, e la suggestiva collaborazione musicale di Matthias Burkert con una miscellanea di canzoni ed arie tra il classico e il popolare, lasciando in stretta correlazione la tradizione trinacria con le vicende storiche e le dominazioni avvenute nel corso dei secoli in Sicilia, affondando così le meditative atmosfere in lontane radici, che nascono dalle elegie funebri e dagli inni sacri, arrivati per mezzo dei greci ed in seguito dagli arabi e ancora dopo dalla musica strumentale normanna.

Il cast riporta al periodo storico del Tanztheater Wuppertal con gli straordinari danzattori: Mariko Aoyama, Anne Marie Benati, Matthias Burkert, Antonio Carallo, Daniel Condamines, Finola Cronin, Thomas Duchatelet, Barbara Hampel, Kyomi Ichida, Urs Kaufmann, Ed Kortlandt, Beatrice Libonati, Bernd Marszan, Dominique Mercy, Jan Minarik, Nazareth Panadero, Jean-Laurent Sasportes, Jürgen Schneidbach, Julie Shanahan, Julie Anne Stanzak, Janusz Subicz, Quincella Swyningan, Francis Viet, Mark Alan Wilson. Tutti sono riusciti a essere testimoni visivi, con discrezione, di culti e pratiche delle comunità siciliane caratterizzando l’orizzonte contemporaneo, i territori, riti e rituali con l’obiettivo primario di costringere gli spettatori a trasformarsi “noi negli altri e gli altri in noi”, non per il gusto dell’appropriazione ma per accennare che la distanza tra noi e gli altri è solo di matrice mentale. In effetti il presentimento del mondo che possedeva Bausch era quello di un rapporto tra i suoni, il corpo e il significato di una parola, tale che il movimento introspettivo evochi in qualche modo il significato. Palermo Palermo conquista l’immortalità traendo insegnamento dai residui del tempo per costruire luoghi perenni, la Bausch ci restituisce vividamente un ritratto della città (e delle sue connessioni) dinamico, immaginoso, elaborando le proprie visioni in una simbolica sorta di filosofia profetica, in parte religiosa, in parte politica, ma soprattutto umana edificata su debolezze ed oscurità. La coreografa tedesca infonde voce al capoluogo siciliano cercando la ribellione e sfidando le intese, scegliendo opinioni libertarie per le quali “tutto ciò che vive è sacro”. Gli elementi che ritroviamo nello spettacolo, nelle dinamiche, nell’uso del corpo, nella saporosa danza appaiono immagini originali ed eccentriche per forma teatrale ma al contempo non dissimili a qualcosa di estremamente familiare, assumendo così una maestosità che incute paura per la forza che dalle stesse si scatena tra platea e palcoscenico. A dar maggiore energia le musiche scelte a cornice dell’impianto drammaturgico le quali riecheggiano tradizionali ballate popolari, litanie religiose, cantilene, filastrocche, tiritere, voci di strada permettendo un’orecchiabilità abituale in una lingua che sembra provenire dal folklore ad indicare la voglia di cambiamento, ma anche gli eccessi che spesso hanno abbuiato i diritti e le libertà. Bausch fa suo il linguaggio di Palermo per comunicare quella visione dell’esistenza basata sull’amore, sulla giustizia, sulla crudeltà, sul sopruso, sulla forza divina che contiene sia luce sia tenebra, sia spirituale sia dinamico sviluppando un insieme di quadri concatenati da una condizione di gioia, a una di dolore e di tacita protesta. C’è un refolo che si rispecchia in equivoci elementi, la forza antenata di una spiritualità che fuoriesce in una contemporaneità capace di contenere il suo contrario sotto il nostro sguardo, nel risveglio di sensi dimenticati, i quali lottano sotto la soglia della coscienza. Una creazione che vuole essere forma, quindi, ma anche messaggio nel cogliere le caratteristiche di ogni singolo elemento, quasi fossero “età della solitudine” pronte per essere scartate da quella luce di ambiguità, perversione e decadenza. Dall’iniziale caduta del muro al monologo finale si respira quella voglia di rinascere, rifiorire, rinnovarsi, per essere resi a nuova vita grazie alla consapevolezza di una frattura tra mondo moderno e antico, con una riuscita “interruzione” rappresentata metaforicamente dal Tanztheater Wuppertal Pina Bausch. L’esclusività di Palermo Palermo risiede nella proprietà che i differenti tessuti del linguaggio teatrale qui usati rappresentano un’immagine semantica, una processione per veicolare i significati in un’iconicità fonologica, morfologica, sintattica, gestuale, e testuale.

 


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