L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

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Quello schiavo coronato

di Roberta Pedrotti

Nel 1355 il Doge Marino Faliero tentò, con l'appoggio delle classi popolari, un colpo di stato e, scoperto, fu condannato al patibolo. Nel 1835 Donizetti, a Parigi su invito di Rossini e con lo stesso cast stellare per cui Bellini scrive I Puritani, gli dedica una delle sue opere più complesse e affascinanti.

L'implacabile Consiglio dei Tre che incombe in Bianca e Falliero di Rossini, le feste in cui si aggira Lucrezia Borgia in incognito, il destino segnato da calcoli politici di Caterina Cornaro, il doge Francesco Foscari che soccombe al potere del Consiglio dei Dieci, gli intrighi che da Hugo passano a Mercadante (Il giuramento) e Ponchielli (La Gioconda), la sensualità diabolica di Giulietta nei Contes d'Hoffmann. Venezia piace al melodramma ottocentesco, che si abbevera voglioso alla fonte della sua immagine inquietante e perversa di città labirintica che sorge dalle acque, città delle maschere, di piaceri e delitti, Repubblica oligarchica dai meccanismi ferrei e misteriosi. Questa era l'immagine di Venezia che tanto piaceva ai romantici e ai decadenti e che alimenta il suo mito nelle arti.

Nel 1834 Donizetti ottiene, grazie a Rossini, la sua prima commissione parigina. Inizialmente sembra debba trattarsi di un'opera semiseria, ma, sempre con l'intervento del Pesarese, il soggetto scelto è serissimo: la congiura fallita e la condanna a morte del Doge Marino Falier. La nuova opera deve subito vedersela con un importante concorrente, perché contemporaneamente anche Vincenzo Bellini è scritturato a Parigi per un nuovo titolo nella medesima stagione 1835 e con il medesimo, lussureggiante cast (Giulia Grisi, Giovan Battista Rubini, Antonio Tamburini e Luigi Lablache). Marino Faliero si confronta subito con I Puritani, con i quali condivide un altro destino incrociato: Donizetti comincia a lavorare a Napoli e revisiona la partitura a Parigi; a Parigi Bellini compone la sua opera pensando già alla versione napoletana, per la quale invia le parti via nave (e causa colera la versione Malibran verrà bloccata e riscoperta solo negli anni '80 del Novecento).

L'apoteosi melodrammatica dell'amore ostacolato dalla politica, dei sentimenti non corrisposti, della nobile causa fraintesa, dell'onore cavalleresco, della pazzia e del ricongiungimento salvifico hanno garantito il successo imperituro ai Puritani, mentre Marino Faliero, in cui la questione amorosa è flebile e funzionale a più ampi meccanismi, incanta Mazzini, guadagna un discreto numero di riprese con testi variamente censurati (specie là dove s'inveisce troppo duramente contro le istituzioni), ma fatica ad affermarsi: la difficoltà per gli interpreti fa il paio con una drammaturgia audace e fosca in cui le dinamiche politiche e sociali balzano in primo piano sollevando questioni che vanno al di là della consolidata retorica patriottica.

Per tutte queste ragioni, però, l'opera donizettiana patrocinata da Rossini e amata da Mazzini merita la massima attenzione, a partire dal fascino esercitato dal suo protagonista, il Doge condannato a morte a pochi mesi dall'elezione e colpito con una damnatio memoriae che non ha fatto altro che amplificarne la leggenda.


Il doge traditore

Quella dei Falier (detti anche Faliero, Faleiro, Faledro o Faletro) è una delle più antiche casate veneziane: citata già in documenti del X secolo, prima di Marino diede alla Repubblica altri due dogi, Vitale Falier Dodoni, sul finire dell'XI secolo, e Ordelaffo Falier Dodoni, nei primi anni del XII.

Marino, nato intorno al 1285, fa dunque parte della più alta aristocrazia cittadina (una delle cosiddette dodici “famiglie apostoliche”) e conta su un patrimonio ragguardevole, con vasti possedimenti nell'entroterra. La sua prima notizia in una carica pubblica risulta nel 1315, quando, fra i capi del Consiglio dei Dieci, deliberò di premiare tale Rossetto di Camponogara per aver ucciso Nicolò Querini, affiliato alla congiura di Baiamonte Tiepolo. Una coincidenza curiosa, perché proprio la congiura di Baiamonte Tiepolo è alla base del meccanismo di Bianca e Falliero di Rossini, in cui però non abbiamo nessuna corrispondenza storica e il nome (nella fonte francese Montcassin) è scelto dal librettista Felice Romani solo come generica patente di nobiltà veneziana.

La fermezza del giovane Marino Falier nei confronti dei congiurati che ambivano a instaurare una signoria conferma la sua immagine di rilievo nel panorama politico e fedelissima alla Repubblica e alle sue istituzioni. Fu più volte eletto e nominato nei consigli e nelle magistrature cittadine, ma ottenne anche importanti incarichi diplomatici (“capitano e bailo” in Negroponte, ambasciatore a Bologna e Avignone, podestà a Treviso e in Dalmazia...) e militari (sia sul fronte orientale contro i Turchi, sia in Italia contro gli Scaligeri).

Quando nel 1345 Zara, già insofferente e non nuova a scontri con la Serenissima, si ribella al dominio veneziano sobillata da Luigi I il Grande d'Ungheria, Faliero riceve si distingue sia per mare sia per terra nell'assedio e nella riconquista della città, nel 1346. Nel 1358, tuttavia, Zara tornerà agli ungheresi per mezzo secolo, prima di essere nuovamente e permanentemente annessa ai dominii dell'Alato Leon.

Nel 1349, Marino Falier viene investito feudatario di Valmareno, castello ceduto a un cittadino veneziano a saldo di un prestito ottenuto dalla Repubblica da Rizzardo IV da Camino, con la garanzia che il feudo sarebbe stato inglobato nei territori della stessa Repubblica nel caso di morte senza eredi – fatta salva per Falier la possibilità di nominare tali altri nobili veneziani – o di grave mancanza nei confronti dello Stato.

Con il volgere della metà del secolo la posizione di Marino Falier si fa sempre più importante nella politica interna ed estera di Venezia, con numerosi incarichi amministrativi, operazioni militari e diplomatiche nei confronti di Genova e del papato avignonese come dell'Ungheria e della Bulgaria.

Dopo la morte del doge Andrea Dardolo, Falier viene quasi inevitabilmente eletto suo successore l'11 settembre 1354. Quel giorno si trovava come ambasciatore ad Avignone ed entrerà aVenezia il 5 ottobre seguente: il tempo è ostile, una fitta nebbia rende impossibile utilizzare il tradizionale Bucintoro o, riferiscono altre fonti, forse l'imbarcazione si incaglia e si deve ripiegare su un'alternativa, che non approda alla riva della Paglia, come di consueto, bensì in San Marco. Il corteo dogale è costretto a passare fra le colonne di San Marco e San Teodoro, luogo dove venivano eseguite le condanne a morte.

Benché ormai il ruolo del Doge fosse eminentemente rappresentativo e simbolico, l'elezione di Falier, all'incirca settantenne ma ancora vigoroso, fu accolta con grande favore per la stima che aveva saputo guadagnare al servizio dello Stato.

Questo Doge anziano, glorioso, rispettato servitore dello stato, tuttavia, terminò la sua esistenza sul patibolo e la sua memoria fu cancellata, sopravvivendo nella leggenda nera di Venezia.

Lo scoccare della scintilla della congiura viene comunemente fatta risalire a un alterco con Michele Steno, futuro doge. La ruggine fra i Falier e gli Steno era, perlatro, ben motivata. Già oltre una decina d'anni prima, uno Steno, Paolo, era stato condannato per violenza sessuale ai danni della figlia di Pietro Falier. Del 10 novembre 1354 è, invece, la condanna di alcuni giovani, fra cui Micaletto Steno, per aver scritto frasi ingiuriose nei confronti del doge e di suo nipote Bertuccio. Tuttavia le pene furono piuttosto miti, simboliche per riguardo al rango patrizio dei colpevoli, e si può immaginare che ciò abbia indispettito il Falier, di carattere piuttosto collerico. L'aneddotica aggrava viepiù l'episodio coinvolgendo la seconda moglie del Doge, Aluica o Federica Gradenigo, che all'epoca dei fatti avrebbe avuto circa cinquant'anni e che tuttavia taluni hanno dipinto come una sorta di “Messalina lagunare”, oggetto di scritte ingiuriose di questo tenore: “Marin Falier de la bela moier, altri la galde e lui la mantien.” Sicuramente l'idea di sovvertire l'ordinamento dello Stato non nasce da questo episodio, ma indica una frattura fra il Doge e l'aristocrazia che sfocerà nella congiura. Parimenti, Falier trova come naturale alleata la classe popolare, che vede nell'oligarchia patrizia la causa della recente sconfitta contro Genova. Anche qui un episodio segna l'inasprirsi della situazione, quando Giovanni Dandolo, ufficiale addetto all'armamento marittimo, schiaffeggia l'influente popolano Bertuccio Iserello (o Israelo), che raduna una piccola folla di marinai a sostenere le sue ragioni. Fonti successive, e meno attendibili storicamente, collocano l'alterco nell'arsenale, con il patrizio Marco Barbaro che ferisce gravemente il capitano Stefano Giazza dopo aver avanzato pretese irrealizzabili.

Ad ogni modo, le rimostranze di eminenti popolani avrebbero incontrato i sentimenti del Doge già avverso alla tracotanza aristocratica e dal contatto fra Bertuccio, o chi per lui, e Falier sarebbe nato il progetto di una congiura che portasse a compimento l'idea fallita di Baiamonte Tiepolo. La notte del 15 aprile 1355, il Doge avrebbe fatto suonare le campane di San Marco con il falso allarme di un attacco genovese: i nobili membri dei Consigli sarebbero accorsi a palazzo Ducale per deliberare le misure d'emergenza, ma avrebbero trovato i congiurati in armi che li avrebbero trucidati. Quindi, la rivolta sarebbe dilagata nella città, con saccheggi e annientamento fisico della classe patrizia, istaurando un governo popolare guidato da Falier. Tuttavia, proprio il Doge non si mantenne fermo nel proposito, tergiversando e rallentando la messa in atto del piano e lasciando campo libero a ripensamenti: uno dei congiurati, Vendrame o Beltrame, temendo di venir scoperto si confidò con un anico aristocratico, Nicolò Lion, e insieme, ignari, denunciarono il piano sovversivo allo stesso Falier. Questi, com'è ovvio, cercò di minimizzare, ma così facendo alimentò la determinazione di Lion, che si appellò agli altri organi della Repubblica e il Doge non seppe affrontare la situazione, lasciando che i suoi consiglieri fossero informati e che partisse un'inchiesta. La giustizia della Serenissima fu rapida e inesorabile: Bertuccio Iserello e il sodale Filippo Calendario furono impiccati nella loggia del palazzo Ducale, esattamente là dove il Doge assisteva agli spettacoli del giovedì grasso, con una spranga in bocca che impedisse loro di parlare. Infine, si processò il doge stesso, le sue responsabilità risultarono evidenti e Marino Falier venne decapitato al tramonto del 17 aprile. Il boia mostrò al popolo la spada insanguinata esclamando, pare, “Vardè tutti. L'è sta fatto giustizia del traditor”.

La repressione e le indagini non si fermarono, colpendo anche i figli di Iserello e Calendario, mentre Bertuccio Falier, nipote del Doge, concluse in carcere i propri giorni. Nicolò Lion, viceversa, vide accrescere il suo prestigio e il suo peso politico. L'esecuzione di un doge, simbolo stesso della Repubblica, destò sconcerto non solo a Venezia. Anche Francesco Petrarca espresse sgomento per la gravità del provvedimento. Certo è che se tutte le fonti paiono concordare sulla volontà di Marin Falier di instaurare una signoria, la damnatio memoriae e le numerose censure e lacune nei verbali giudiziari lasciano aperti dei dubbi: per quanto si possa ammettere che l'anziano doge agisse negli interessi della famiglia, per lasciare il potere al nipote Fantino, sorprende comunque un piano tanto feroce ai danni della sua stessa classe sociale, così come non passano inosservati i tentennamenti e le fatali esitazioni. È probabile che la congiura fosse espressione di lotte interne all'aristicrazia e che altre famiglie nobili fossero coinvolte, ma che la scabrosa crisi in seno agli organi più alti dello stato sia stata prudentemente insabbiata. Meglio stigmatizzare l'ambizione del singolo e le agitazioni popolari, cementando la coesione della casta oligarchica.

Il ritratto di Falier nella galleria dei dogi nella sala del Consiglio venne coperto da un a scritta bianca su fondo azzurro “Hic fuit locus ser Marini Faletro decapitati pro crimine proditionis”. Dopo l'incendio del 1577 fu ridipinto un drappo nero con la didascalia “Hic fuit locus ser Marini Faletro decapitati pro criminibus”.

George Gordon Byron, fortemente impressionato dalla vicenda, pubblicò nel 1821 la tragedia Marin Faliero, nella quale si propose di evitare il rischio di fare del doge un geloso al pari di Otello, concentrandosi invece sull'orgoglio ferito dalla pena inadeguata comminata a Steno e quindi sulla mancanza di fiducia nelle istituzioni e sul desiderio di rivalsa. Il suo Faliero è rabbiosamente fedele al proprio onore e disgustato dalla decadenza della Repubblica, che infine maledice dal patibolo. Oltre a E.T.A Hoffmann, che al doge dedica un suo racconto, anche Casimir Delavigne riprenderà il soggetto in un dramma del 1829, fonte diretta del libretto: qui compare l'amore fra Elena e Fernando, moglie e nipote del Doge, che si trova dunque anche ferito negli affetti privati, ma più che feroce e vendicativo, si mostra ispirato a sincere istanze sociali e riflette sull'uguaglianza degli uomini, sulla storia di Venezia e sul ruolo del popolo, sull'essere tutti comunque discendenti degli stessi marinai e pescatori che fondarono la città e l'hanno resa grande. Sebbene piuttosto fedele al testo francese, il libretto donizettiano sfuma questa profondità sociale e, anzi, non manca di esprimere un pizzico di sconcerto nell'unirsi al popolo ( “O superbo Faliero, a chi t’inchini per ricercar vendetta?A chi? Alla plebe, e grandi cose aspetta.”) pur ammettendo che "i soli vili qui sono in Senato".

Anche le arti figurative sono state sedotte dalla fine del "Doge traditore". Francesco Hayez lo dipinse un istante prima di posare la testa sul ceppo del boia, mentre Eugène Delacroix scelse il momento successivo, con il corpo decollato in primo piano fra sguardi di curiosità , disprezzo e soddisfazione.


Parigi 1835. Bellini, Donizetti e Rossini. 

Il 10 febbraio 1834, Rossini scriveva a Donizetti:

[…] bisogna venire a Parigi e comporre una bell’opera semiseria la Stagione p(rossim)[…] farete qui una bella e Rapida Fortuna […] I Teatri Francese [sic] mancano di compositori, voi conoscete la Lingua, avrete molta facilità, e non dubito riuscirete meravigliosamente […] Lablache, Tamburini, Rubini, la Grisi (che tanto è amata) sono per ora [i punti]cardinali della Compagnia, Ivanoff, Santini ne fanno parte, non troverete facilmente più bella occasione per sviluppare il vostro bel Talento.

Il 9 maggio è già firmato il contratto, da cui è chiaro che il soggetto è pure scelto con l'intervento di Rossini, e  il 7 ottobre 1834 Donizetti scrive a Ferretti «che il Marino Faliero per Parigi è finito, o almeno mi manca un sol duetto» e che l’aveva composto «con grandissima simpatia». Ancora dall'epistolario donizettiano abbiamo espressioni di soddisfazione per il lavoro.

il soggetto è quello che si convenne già col sig. Cav. Rossini, Marino Falliero, soggetto, com’Ella ben sa de’ più teatrali e che presenta molte condizioni favorevoli per l’esimia compagnia che lo dovrà eseguire. I caratteri non possono essere meglio appropriati ai quattro primi artisti e l’importanza eguale sostenuta da’ medesimi nell’azione è ciò che potevasi desiderare di migliore.

L’azione procede a un dipresso come nella tragedia del sig. Delavigne, la quale essendo notissima, offre una difficoltà di meno a chi scrive in una lingua che non è quella del suo pubblico[…].

Tuttavia, la campana del rivale è di tutt'altro avviso e il 27 febbraio 1835 Bellini comunica a un amico napoletano: «So che Rossini gli ha fatto rifare l’intr(o)d(uzio)ne, il finale e molti altri pezzi e strette moltissime». Anche dopo la prima il solito acido e autocompiaciuto Bellini esalta il trionfo ottenuto dai Puritani sottolineando l'accoglienza tiepida ottenuta dal Marino Faliero. Eppure Donizetti, con ben altro spirito, riferisce sì del grande successo del collega, ma si mostra anche soddisfatto della risposta dei parigini alla sua opera.

Certo è che se i consigli di Rossini determinarono una completa revisione della stesura originaria napoletana con l'intervento del librettista Agostino Ruffini, è anche appurato che i materiali musicali vennero in gran parte riadattati e redistribuite che, quindi, l'opera non sia stata riscritta, come vorrebbe far intendere Bellini, tant'è vero che non è peregrina l'ipotesi di una ricostruzione del primo Marino Faliero.

La versione originaria differisce innanzitutto nella distribuzione dei quadri. Il primo atto si svolge interamente negli appartamenti del Doge, mentre il secondo e il terzo presentano un mutamento interno ciascuno: il palazzo di Leoni e il campo di San Giovanni e Paolo; ancora gli appartamenti del Doge e la Sala del Consiglio. A Parigi, invece, il primo atto si articolerà in tre quadri (Arsenale, appartamenti del Doge, palazzo di Leoni), il secono in uno soltanto (campo di San Giovanni e Paolo), il terzo in due (appartamenti del Doge e sala del Consiglio). Si potrebbe pensare a una struttura meno equilibrata, ma in realtà gli interventi parigini vanno in direzione di una drammaturgia più stringente e non meno efficace (anzi, verrebbe da dire, dalla lettura del libretto, ma in assenza di confronto teatrale lasciamo il beneficio del dubbio).

Nel libretto napoletano di Bidera, l'opera si apriva con Israele e i suoi che chiedono udienza al Doge per l'oltraggio subito da Steno. Chiaramente, mostrare  la prepotenza del nobile e lo schiaffo al veterano, come a Parigi, suscita un impatto ben diverso, anche perché il quadro dell'Arsenale (assente in Byron come in Delavigne) permette anche di contestualizzare già il legame fra il Doge e il popolo, che ne canta le glorie e depreca le ingiurie subite. Quindi, dopo la cavatina del tenore veniva quella della primadonna, che avrebbe inglobato un importante pertichino tenorile trasformandosi quasi in un duetto, come avviene poi a Parigi, in cui i due (mancati) amanti duettano in un mezzo più convenzionale riservando poi l'assolo grandioso della primadonna all'ultimo atto. D'altra parte, la storia d'amore è quel che davvero importa meno, giusto un pretesto per far morire Fernando infuriare il Doge e scatenare la congiura, per uno scontro e una riconciliazione finali con Elena.

La chiusura originaria del primo atto con il duetto fra Faliero e Israele richiedeva proporzioni più ampie, con l'intervento dell'intero coro dei congiurati. Una scena di sicuro effetto, forse ispirata al finale secondo di Guillaume Tell, ma che velocizza di molto le fasi della congiura e del coinvolgimento del Doge, trasformandosi quasi in un doppione del finale secondo. Invece a Parigi il duetto rimane un confronto privato cui faranno seguito un secondo colloquio nella festa di Leoni (a pieno titolo il momento ideale per il grande finale centrale dell'opera con la presenza di tutti i personaggi e del coro) e, soprattutto, la svolta decisiva “presso il tempio di Giovanni” al momento dell'incontro effettivo con i congiurati e la scoperta dell'assassinio di Fernando da parte di Steno. L'inserimento della grande aria del tenore prima del duello nel secondo atto parigino è senz'altro un tributo a Giovan Battista Rubini, ma conferisce anche più ampio respiro e drammaticità al quadro che arriva a occupare un atto intero. La maggiore importanza del tenore, e del suo amore senza speranza per la moglie dello zio, acuisce la reazione di Falliero alla sua morte, così come i tormenti e i sensi di colpa di Elena nel terzo atto, senza contare che il tenebroso recitativo, il cantabile acutissimo e doloroso, la cabaletta furente e disperata contribuisocno non poco alla tinta cupa del secondo atto, l'unico in esterno.

Infine, nell'ultimo atto, da un lato a Parigi si amplia l'aria di Israele con maggior risalto al valore del martirio per l'ideale, dall'altro si evita l'indugio della preghiera di Faliero, per la quale basta, poi, il canto congiunto con Elena “Santa voce, al cuor risuona”. Qui, a Napoli ancora si movimentava l'azione con un sussulto di ribellione e speranza. A Parigi l'uscita di scena di Faliero dopo l'ultimo confronto con la moglie, la consapevolezza del tradimento (non consumato) con l'amato nipote e l'estremo perdono tutto è finito. Non c'è nemmeno più la forza di una cabaletta, ma Elena, sola, attonita, sillaba parole sospese muovendosi per semitoni, così da annullare anche una netta percezione dell'armonia, ripristinata solo dal terribile annuncio dell'avvenuta esecuzione.

Scena decima terza

I SIGNORI DELLA NOTTE e detti.

FALIERO Addio.

ELENA Mi lasci inpianto.

FALIERO In ciel sarai tu resa

per sempre all’amor mio.

ELENA Ah! ch’io ti perdo intanto…

FALIERO Per questa terra addio 

ci rivedrem colà. Indicando ilcielo

ELENA va ad abbracciare la croce

Degli afflitti sostegno primiero a te vengo…

ascolta alcune voci che gridano «VivaFaliero»

Faliero che viva gridan tutti…Corriam…

Scena ultima

I DIECI con le spoglie ducali [,] la corona &c.

I DIECI Di Faliero

il reo capo giustizia troncò.

Elena sviene[:] cade il sipario.

Fine

SCENA ULTIMA

ELENA e guardie.

ELENA Immobile.

Sì.–Quaggiù tutto  èfinito.– Anche il pianto è inaridito…

VOCE DI DENTRO

Al Signor alza la mente, e pietà chiedi al Signor.

ELENA

Tutto tacque?

Va verso la porta e si pone ascoltando.

Il Sacerdote per lui prega e lo consola… Egli ha detto una parola…

fu per me?

I tamburi annunziano l’esecuzione, Elena getta un grido e cade tramortita.

VOCE DI DENTRO

S’apra alla gente; vegga il fin dei traditor.


 

Struttura e soggetto

Parigi 1835

Atto I

Gli operai dell'Arsenale discutono delle scritte offensive verso il Doge e sua moglie comparse a Rialto, rinnovano il loro appoggio a Faliero ricodandone con il loro capo e veterano Israele Bertucci le glorie militari. Sopraggiunge il nobile Steno, pretendendo che la gondola che ha ordinato abbia la precedenza sui lavori per la flotta della Repubblica e schiaffeggia Israele, il quale giura che l'arroganza dei nobili sarà punita.

Nel palazzo del Doge, suo nipote Fernando ha deciso di lasciare la patria per sfuggire all'amore impossibile che nutre per Elena, la giovane moglie dello zio. Questa lo raggiunge e in uno struggente addio gli consegna una sciarpa come pegno d'amore. Quindi Israele chiede udienza al Doge, lamenta l'affronto subito e gli propone di unirsi in una congiura contro lo strapotere dei patrizi, che hanno protetto perfino gli autori degli insulti al Doge.

Nel palazzo del nobile Leoni Israele incontra nuovamente Faliero e lo informa sui principali aderenti alla congiura chiedendogli ancora di unirsi a loro. Steno, mascherato, insidia la dogaressa Elena e viene sfidato a duello da Fernando.

Atto II

Campo dei SS. Giovanni e Paolo. Fernando è colto da presagi di morte, volge il pensiero all'amata e si prepara a vendicarne l'onore uccidendo Steno. A poca distanza il Doge incontra i congiurati ma il dialogo è interrotto da delle grida: Fernando è ferito a morte, con gli ultimi respiri indica in Steno l'uccisore e chiede che la sciarpa che stringe in mano copra il suo volto nella tomba. Furioso, Faliero impugna la spada e si pone a capo dei congiurati per vendicare il nipote.

Atto III

Nel palazzo del Doge, Faliero informa Elena della morte di Fernando. Nello stesso momento la congiura è scoperta e le guardie giungono per arrestarlo. Elena si dispera.

Nella sala del Maggior Consiglio, i congiurati popolani vengono condannati a morte. Israele reagsce con orgoglio e lancia una dura invettiva contro il governo, proclamando che il loro martirio darà d'esempio per chi li seguirà. Viene quindi annunciata la condanna di Faliero. Questi ha un ultimo colloquio con la moglie e il suo turbamento nel vedere la sciarpa che Fernando ha consegnato a Faliero fa comprendere al Doge il sentimento fra i due. Decide però di perdonare Elena e, riconciliatosi, si reca al patibolo mentre la donna ascolta attonita le parole del confessore e poi l'annuncio dell'avvenuta esecuzione.

 
 

Napoli 1834 (mai rappresentata, confluita in Parigi 1835)

Atto I

Nel palazzo del Doge, Israele Bertucci e gli operai dell'Arsenale chiedono di conferire con il Doge per chiedere giustizia di un'offesa subita dal patrizio Steno. Fernando, nipote di Faliero, ha deciso di lasciare la patria per sfuggire all'amore impossibile che nutre per Elena, la giovane moglie dello zio. Questa si tormenta all'idea e, raggiunta dall'amato  in uno struggente addio gli consegna una sciarpa come pegno d'amore. Quindi Israele lamenta con il Doge l'affronto subito e gli propone di unirsi in una congiura contro lo strapotere dei patrizi, presentandogli i popolani che lo sostengono. Faliero accetta.

Atto II

Nel palazzo del nobile Leoni, Steno dichiara il suo folle amore per la dogaressa Elena [aria probabilmente mai musicata da Donizetti] Israele incontra nuovamente Faliero e lo informa sui principali aderenti alla congiura. Steno, mascherato, insidia la dogaressa Elena e viene sfidato a duello da Fernando.

Campo dei SS. Giovanni e Paolo. Il Doge incontra i congiurati ma il dialogo è interrotto da delle grida: Fernando è ferito a morte, con gli ultimi respiri indica in Steno l'uccisore e chiede che la sciarpa che stringe in mano copra il suo volto nella tomba. Furioso, Faliero impugna la spada e si pone a capo dei congiurati per vendicare il nipote.

Atto III

Nel palazzo del Doge, Faliero informa Elena della morte di Fernando. Nello stesso momento la congiura è scoperta e le guardie giungono per arrestarlo. Elena si dispera.

Nella sala del Maggior Consiglio, i congiurati popolani vengono condannati a morte. Israele reagsce con orgoglio e lancia una dura invettiva contro il governo. Viene quindi annunciata la condanna di Faliero. Questi si ritira in preghiera, quindi ha un ultimo colloquio con la moglie e il suo turbamento nel vedere la sciarpa che Fernando ha consegnato a Faliero fa comprendere al Doge il sentimento fra i due. Decide però di perdonare Elena e, riconciliatosi, si reca al patibolo mentre la donna ascolta attonita tumulti a difesa di Faliero e poi l'annuncio dell'avvenuta esecuzione.

 

 

Schema dell'opera nella versione parigina

Atto I

Preludio

N. 1 Introduzione. Coro, Israele

(Coro, Israele, Steno)

«Issa, issa, issa là», «Zara, Zara, Zara infida», «Era anch’io di quella schiera»

N. 2 Recitativo e Cavatina Fernando

(Fernando)

«No, no, d’abbandonarla»; «Di mia patria bel soggiorno»

N. 3 Duetto. Fernando ed Elena

(Fernando, Elena, Faliero)

«Tu non sai la nave è presta»

N. 4 Duetto. Faliero, Israele

(Faliero, Israele)

«Se pur giungi a trucidarlo»

Recitativo dopo il Duetto di Faliero e Israele

(Leoni, Steno)

«Le rose di Bisanzio»

N. 5 Coro

«Vieni, o dell’Adria»

(Coro, Faliero, Elena, Fernando)

Arrivano il doge, Elena e Fernando. La festa ha inizio.

Recitativo dopo il Coro. Faliero, Israele

(Faliero, Israele)

«Siam soli. Attento veglia…»

N. 6 Finale I

(Faliero, Elena, Fernando, Israele, Steno, Leoni, coro)

«O superbo Faliero, a chi t’inchini»; «Tu il vedesti?»; «Invitato all’empia

festa»; «Eccolo è desso»; «Al mio brando or è fidata»

Atto II

N. 7 Coro e Barcarola

(Coro, gondoliere)

«Siamo i figli della notte»; «Or che in ciel alta è la notte»

N. 8 Scena e Aria Fernando

(Fernando, Pietro, Strozzi, Beltrame)

«Notte d’orrore!»; «Io ti veggio, or vegli e tremi»

N. 9 Finale II

(Faliero, Strozzi, Israele, Beltrame, Pietro, coro)

«Finì la festa di Leoni?»; «Bello ardir di congiurati»; «Dunque all’opra»;

«Notte atroce, notte orrenda»

Atto III

N. 10 Coro di Damigelle

(Coro, Irene)

«La notte inoltrasi»

Recitativo dopo il Coro di Damigelle

(Elena, Faliero, Leoni)

«Ma già si desta»

N. 11 Aria Elena

(Elena)

«Tutto or morte, o Dio! M’invola»; «Dio clemente ah mi perdona»

N. 12 Coro e Aria Israele

(Israele, Leoni, Faliero, coro)

«Lode al gran Dio»; «Noi vili?»

Recitativo dopo l’Aria di Israele

(Leoni)

«Faliero or Doge di Venezia»

N. 13 Scena e Duetto Elena Faliero

(Faliero, Elena)

«Faliero. Oh di mie pene»; «Di vergogna… avvampo ed ardo»; «Santa voce, al cor mi suona»

Schema dell'opera nella versione napoletana

Atto I

Appartamenti del Doge

n.1 Preludio e Introduzione

Coro «Chiediam del Doge – Il passo» Cantabile «Piango, è ver, ma fia punito» Israele e pertichino Cabaletta «Trema, o Steno, scellerato» Israele e Tutti

Recitativo «Ed il Doge che pensa?»

n.2 Cavatina di Fernando

Scena «No, no, di abbandonarla» Cantabile «Di Venegia, o bel soggiorno» Cabaletta «In terra straniera»

Recitativo «Ma giunge alcun?.. È dessa!»

n.3 Cavatina di Elena (con Fernando pertichino)

Scena «Va, fida Irene» Tempo d’attacco «Dì che parta, e che funesta» Cantabile «Parti, o caro, e forse altrove / Partirò, crudel, ma dove» Cabaletta «Ah! se dobbiam noi piangere»

Recitativo «Il Doge! – Parti! – Oh ciel! – Se ancor qui resti…»

n.4 Finale I: Duetto Faliero-Israele e Coro

Tempo d’attacco «Se pur giungi atrucidarlo» Larghetto «Odio, sdegno, vi sento, vi ascolto» Tempo di mezzo «Su, risolvi: il tempo vola» Cabaletta «Mira qui tremendi, immoti»

Atto II

Palazzo di Leoni

Recitativo «Di rose di Bisanzio»

n.5 Aria di Steno [mai musicata anche perché avrebbe richiesto un ulteriore interprete di rilievo nella compagnia]

Cantabile «Non sei sola, o larva amata» Cabaletta «Da me lontani»

n.6 Coro

«Vieni, o regina»

Recitativo «Siam soli. – Attento veglia… – Occhi non avvi»

n.7 Quartetto Faliero-Elena-Israele-Fernando con Cori

Scena «O superbo Faliero, a chi t’inchini» Larghetto «Dimmi, incauta, e parla il vero» «Tu il vedesti? – Io, con questi occhi…» Largo «Invitato all’empia festa» Seguito «M’affida la giustizia» Stretta «Al ballo vadasi»

Piazza di San Giovanni e Paolo

n.8 Coro e Barcarola

Coro «Siamo i figli dellanotte» Barcarola «Or che in cielo alta è la notte» Recitativo «Finì la festa di Leoni? – È a mezzo»

n.9 Finale II: Aria di Faliero con pertichini e Coro

Cantabile «Bello ardir d’un congiurato» Tempo di mezzo «Dunque all’opra. – Un’alba ancora» «Là trafitto nel sangue ravvolto» Cabaletta «Notte atroce, notte orrenda»

 Atto III

Appartamenti del Doge

n.10 Coro e Irene

«La notte inoltrasi»

n.11 Scena e aria di Elena con pertichino e Cori

Scena«Ma già si desta…-Ah!-Quale spavento?» Tempo d'attacco «Tutto or morte, o Dio! m’invola» Cantabile «Dio clemente, ah! mi perdona» Tempo di mezzo «Deh, ti placa, o sventurata» Cabaletta «Fernando, mio bene»

Sala del Consiglio

n.12 Coro e Aria di Israele con pertichini

Coro «Il traditor Faliero» Cantabile «Odo il suon di chi sprezza i perigli» Larghetto «Siamo vili, e fummo prodi» Tempo di mezzo «Marco, Arrigo, o mio Giovanni» Cabaletta «Morendo noi fuggiamo»

Recitativo «Perché, Doge (che tal sei fin che ’l serto»

n.13 Preghiera di Faliero

«Gran Dio, che in tua virtù»

Recitativo «Elena mia! – Faliero! Oh! di mia pena»

n.14 Finale III: Duetto Elena-Faliero

Tempo d’attacco «Di vergogna avvampo, ed ardo» Cantabile «Santa voce, al cor mi suona» Cabaletta «Or qui vieni a confondere»

Finale «Degli afflitti sostegno primiero»


Mazzini, patria e politica

L'immagine storica e politica del Marino faliero di Donizetti è indissolubilmente legata alle pagine che Mazzini gli dedica nella sua Filosofia della musica (1836). In particolare si sofferma sul sentimento dell'esule dipinto nella cavatina di Fernando, prossimo a partire per evitare le tentazioni di un amore proibito.

Di mia patria bel soggiorno,
rivederti io più non spero;
sussurar più a me d'intorno,
aure amiche, non v'udrò.
Cari luoghi ore ridenti,
mi sarete ognor presenti,
né godervi, né scordarvi,
no, giammai io non potrò.

Un sentimento senz'altro condiviso da Agostino Ruffini, mazziniano rifugiatosi a Parigi, fratello di Giovanni (librettista del Don Pasquale) e del patriota Jacopo (morto in carcere nel 1833) e letterato incaricato di rielaborare il libretto steso a Napoli da Emanuele Bidera. Nel Marino Faliero, però, l'amor patrio dal punto di vista dell'esule non è che un aspetto marginale rispetto alla potenza politica di un libretto che parla, né più né meno, di una rivoluzione fallita. Si badi, bene, non di una rivolta contro un oppressore esterno, un conquistatore o un occupante come sono gli austriaci nel Guillaume Tell o gli Assiri in Nabucco e gli Unni in Attila.Si tratta di una lotta di classe: operai, artigiani, popolo minuto contro i soprusi di un'oligarchia aristocratica, degenerata sotto il profilo politico, etico e giuridico.

Non per nulla, già commentando nell'Introduzione le scritte ingiuriose contro la moglie del Doge, la constatazione amara degli operai è che “hanno detto che è un patrizio...” ma, poiché “essi aborron Doge e nui | perché amici siamo a lui”, sarà giustiziato “un uom del popolo”. La giustizia è irrimediabilmente corrotta, volta unicamente alla difesa della classe dominante. D'altra parte, Steno non solo colpisce un uomo maturo valoroso e rispettato come Israele, ma lo fa perché questi aveva ribattutto alle sue richieste private “Prima il servir la patria”, quindi aveva osato porre l'interesse dello Stato, inteso come collettività che unisce patrizi e plebei, e della comunità innanzi a quello personale dell'oligarca.

Questo senso dello Stato e della patria si riversa a piene mani nel canto degli operai e di Israele nell'Introduzione, ma con il procedere dell'opera, dopo l'oltraggio subito dal doge e dal capo dell'Arsenale, si scivola man mano nell'identificazione fra Venezia stessa e il suo governo, sicché riaffiorano ciclicamente sia per bocca di Faliero sia di Israele e dei congiurati vere e proprie maledizioni contro la Serenissima (“Sia Venezia maledetta”, “Questo scoglio di pirati”, “Sii maledetta o terra | di crudeltà soggiorno”, “Del Leone i rei stendardi”).

La coscienza sociale travalica quella nazionale. Tuttavia, nel rappresentare i meccanismi di una rivoluzione (o, meglio, di un tentativo), non mancano di emergere anche risvolti ambigui e di acuto realismo: Faliero non è motore dell'iniziativa, ma viene coinvolto il valore che il suo prestigio può conferire all'impresa. Tuttavia i moventi più personali – le ripetute offese e la morte del nipote – uniti a una generica solidarietà verso il suo ex soldato sfociano anche in sinistre impennate d'ambizione personale quando, credendo riuscita la congiura, esclama “Or di Venezia il re son io”. Ancora, il fatto che Israele sia un veterano, che si sia distinto in imprese come l'assedio di Zara e che molti dei suoi operai abbiano prestato servizio nell'esercito ricorda l'importanza della frustrazione delle classi militari nei sovvertimenti politici post bellici (lo confermeranno il ruolo dei soldati nella Rivoluzione d'Ottobre o dei reduci della grande guerra nell'staurarsi dei regimi in Italia e Germania), intercetta un sentimento che negli stessi anni è espresso dal genio di Büchner con il Woyzeck (1837), ma anche in numerose figure dell'opera semiseria (basti pensare alla Gazza ladra, con il giovane ufficiale di buona famiglia in felcie congedo e il maturo soldato di umili origini vessato ingiustamente dai superiori).

Il meccanismo si scatena quando Israele ricorda "Ero anch'io di quella schiera, di venezia anch'io guerrier" nell'affetto degli operai per poi essere insolentito da Steno che al suo orgoglioso "Signor, io fui soldato!" risponde "Vil plebe, agli altri simile avrai la pena"; culmina nel momento in cui Leoni annuncia "I vili a morte" e Israele ancora amaramente ironizza:

Siamo vili, e fummo prodi
quandoin Zara e quando in
Rodi sulle torri e sulle porte
del Leone i rei stendardi,
pei codardi…

L'invettiva è interrotta dai Dieci che ribattono "A morte!", ma Israele concluderà comunque in gloria la sua scena, apoteosi politica della sua parabola, cruciale nella drammaturgia dell'opera:

Il palco è a noi trionfo,
e l’ascendiam ridenti:
ma il sangue dei valenti
perduto nonsarà.
Verran seguaci a noi
i martiri e gli eroi:
e s’anche avverso ed empio
il fato a lor sarà,
lasciamo ancor l’esempio
com’a morir si va.

Una dedizione alla causa, quella di Israele, ben diversa da quella di Faliero, mosso da sentimenti d'onore e personali (l'antica stima per Israele, il disprezzo per Steno e per chi lo difende calpestando la giustizia, l'amore per i familiari), personaggio tragicamente imprigionato nel suo ruolo istituzionale, come spesso lamenta, sottolineando nel duetto nel primo atto la distanza fra il Doge e Faliero, fra il rappresentante dello stato e l'amico del valoroso popolano, proclamando nell'aria del secondo atto:

Il doge ov'è?
Questa larva è già sparita,
sol Falier vedete in me.
Quello schiavo coronato,
che spezzò la sua corona,
reca a voi le sue vendette
contro i perfidi oppressor.

L'istituzione è una maschera, come quella indossata da Steno nel palazzo di Leoni. Non solo Faliero se ne sente imprigionato e la getta liberandosi dalla corona che lo rende schiavo, ma anche tutti i personaggi appartenenti alla classe dominante, gli antagonisti vittoriosi di quest'opera senza speranza, Steno e Leoni, sono maschere, non persone, emanazioni del corpo unico dei Dieci, del Potere. Viceversa, perfino i figli di Israele hanno modo di staccarsi dal coro dei condannati per un ultimo saluto al padre, mentre Beltrame, il traditore, resta avvolto nella nebbia, pressoché assente fisicamente ma spesso nominato con turbamento, quasi la figura del traditore, dell'elemento che inceppa il cammino verso la giustizia susciti imbarazzo, resti confuso nell'ombra. Un po' come quelle omissioni che, nelle carte giudiziarie che documentano l'inchiesta e la condanna di Faliero e dei suoi nella realtà storica e che sembrano celare, sul fronte opposto, le figure scomode degli aristocratici parte della congiura. 


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