L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Diedi il canto agli astri

di Marco Guardo

Quando, nel novembre del 1977, l’attesissima Sylvia Sass debutta al Regio di Torino nell’arduo ruolo di Lady Macbeth, il soprano ungherese ha già alle spalle oltre un lustro di carriera, segnata da tappe sempre più impegnative e da successi crescenti. I primissimi passi la vedono sotto la scorta attenta e amorevole del padre Jósef, professore di musica, e della madre Sarolta, soprano di coloratura (foto 1). I genitori non mancano di condurla a teatro, quando ha ancora cinque anni, ad assistere alla Traviata: la piccola Sylvia, di quella recita, conserverà il ricordo del “pianto dei violini”.Sylvia bambina con i genitori (foto 1)foto 1

Seguono gli studi severi presso l’Accademia Franz Liszt della città natale: vale qui la pena di ricordare che a quel tempo, all’Opera di Budapest, le opere si cantavano in ungherese, giacché le lingue originali non erano consentite. Un corso del Conservatorio, tuttavia, ne prevedeva l’obbligatorietà, sicché il diploma finale esige che Sylvia prepari sei ruoli da cantare in tre lingue diverse, ossia Traviata, Aida, Bohème, Madama Butterfly, Carmen (Micaela), Die Zauberflöte (Pamina).

Si giunge così nel 1971 all’esordio a Budapest come Frasquita in Carmen, fulgido avvio di una carriera poliedrica e felicissima, che giustappone sin dall’origine autori diversi per epoca e stile: Wagner, Kodaly, Gershwin, Verdi, ai quali si aggiungeranno in seguito Puccini, Monteverdi e Mozart. La Sass, reduce dall’aver vinto un concorso internazionale di canto a Sofia, nel 1973 vi esordisce come Violetta, ruolo che negli anni seguenti ne consacrerà la fama grazie alle interpretazioni di Monaco di Baviera (con Aragall nel 1975), di Aix-en-Provence (un’autentica rivelazione), di Amburgo (1976), del Covent Garden (con Kraus e Bruson) e di Parigi (1977), dove tornerà più tardi con Roméo et Juliette di Gounod (1982) e con una indimenticabile Fedora di Giordano, eseguita in forma di concerto alla Salle Pleyel (1985).

Ancora nel segno di Verdi un altro felicissimo debutto, Giselda nei Lombardi, prima affrontato a Budapest (in lingua ungherese) sotto la bacchetta di Gardelli e successivamente al Covent Garden, sempre con Gardelli e, per la prima volta, insieme con Carreras. Il successo è trionfale e Sylvia, alla fine della recita, riceve in camerino l’inaspettata e graditissima visita della Sutherland, che si congratula con la giovane collega per la notevolissima performance.

Ma torniamo al Macbeth torinese, nel quale il soprano è circondato da un parterre de rois che schiera Bruson, Bergonzi e Ghiuselev (foto 2-4), diretto da un veterano del podio quale Previtali. Ruolo, impervio, abbiamo detto, quello della Lady, che a cominciare dalla metà del secolo scorso ha visto le screziature di satanismo della Callas, l’espressivo strapotere vocale della Nilsson, la sottile nevrosi della Gencer e le nuances erotiche della Verrett: interpreti, tutte, che contribuirono in modo determinante a meglio definire il lato oscuro del personaggio. La Lady della Sass, più volte portata sulle scene (mi limito a citare l’edizione berlinese del 1980, sempre a fianco di Bruson e diretta da Sinopoli), diviene il simbolo di un rapporto malato con il potere e di una mente turbata che mostra sin dal primo atto chiari segni di squilibrio: sicché la celebre scena del sonnambulismo non giunge improvvisa ma è l’esito di una psiche che il “poco spruzzo” di sangue ha macchiato in maniera indelebile già dopo l’uccisione di Duncano, come testimonia il gesto maniacale di lavarsi continuamente le mani.

Macbeth foto 2foto 2 Macbeth foto 3 Foto 3 Macbeth foto 4 foto 4

Il successo torinese fa sì che la Sass esordisca alla Scala l’anno successivo, ormai consacrata da una fama ormai planetaria, nel corso della fastosa stagione del bicentenario dell’inaugurazione del teatro. Il felice debutto scaligero è nel segno di Puccini (altro compositore particolarmente amato dall’artista) nel ruolo di Manon Lescaut. La affianca Domingo e la direzione è affidata alla raffinata bacchetta di Prêtre (foto 5-6). Mentre prosegue con successo la carriera internazionale (dal 1978 al 1980 il Covent Garden la scrittura per il Ballo in Maschera con Carreras, per il Don Carlo con Bruson e Christoff, foto 7-8, per la Norma con la Baltsa; nel 1982 il Barbican Centre per Turandot con Bonisolli), le ulteriori tappe italiane vedranno la Sass prediligere ruoli pucciniani, a cominciare da Tosca, l’opera del debutto al Met, sempre a fianco di Carreras (1977). Sylvia interpreta la cantatrice romana a Bologna nel 1982 e nel 1983, a Caracalla nel 1983 e nel 1984. Qui la regia raffinata è di Bolognini e Cavaradossi è interpretato da Giacomini (foto 9); nell’edizione romana l’interpretazione, sicuramente anticonvenzionale, privilegia il sussurro all’effettaccio veristico, l’eleganza del tratto alla mossa scomposta.

Manon Lescaut foto 5 foto 5 Manon Lescaut foto 6foto 6

Don Carlo foto 7 foto 7 Don Carlo foto 8foto 8

Tosca foto 9 foto 9

È ancora con Puccini che la Scala richiama la Sass nel 1983, affidandole il ruolo di Giorgetta nel Tabarro (a fianco di Cappuccilli, direzione di Gavazzeni). Il soprano, come testimonia la ripresa del DVD in commercio, vi si accosta con perfetta aderenza scenica (grazie anche al singolare prestigio della figura) e vocale, ponendo in luce in luce con straordinaria sintesi la trepidazione, la volontà di fuga, il tradimento, il rimorso, l’orrore alla vista del cadavere dell’amante (foto 10). Nel corso delle rappresentazioni scaligere l’indisposizione della Plowright, scritturata per Suor Angelica, fa sì che la Sass le subentri per tre recite, le quali ancora una volta sottendono un notevole scavo psicologico, dai toni sommessi dell’entrata in scena alla catarsi del finale con i temibili acuti, tragico emblema del “segno di grazia” che la suora moribonda chiede alla Vergine (foto 11).

Tabarro foto 10 foto 10

Suor Angelica foto 11foto 11

Sempre Puccini, con la Rondine, segna l’esordio alla Fenice nel 1983, dove ancora una volta il senso della misura e l’eccezionalità dei mezzi vocali hanno modo di farsi valere in un’opera di rara difficoltà esecutiva (foto 12). Ed è proprio nel teatro veneziano che, nel 1984, la Sass riporta uno dei suoi più memorabili successi nel Der ferne Klang di Schreker (dirige Ferro), trionfando su una partitura di difficoltà quasi sadica e interpretando un personaggio dalle notevoli sfaccettature, Grete, che passa da ingenua fanciulla a elegante cortigiana dell’alta società (foto 13-14). L’artista ungherese si conferma qui versatile e poliedrica come mai, oltre che alfiere di riesumazioni musicali da definire a giusto titolo storiche, come avverrà qualche anno dopo nella prima esecuzione postuma dell’opera Sogno di un tramonto d’autunno di Malipiero su libretto di D’Annunzio, nel 1988, al Teatro Sociale di Mantova, in occasione del cinquantenario della morte del poeta. Sylvia, che anche in questa occasione dedica alla partitura e al testo dannunziano uno studio a dir poco improbo, vi interpreta la Dogaressa vedova Gradeniga, oscuro personaggio sempre più divorato dal furor amoroso e dalla consapevolezza bruciante di un tradimento che la porta a compiere la sua vendetta con riti di magia nera. Ne verranno travolte cose e persone, a cominciare dal Bucintoro dato alle fiamme (foto 15).

La Rondine foto 12 foto 12

Der Ferne Klang foto 13 foto 13 Der Ferne Klang foto 14 foto 14

Sogno di un tramonto d'autunno foto 15 foto 15

Se il palcoscenico porge alla Sass occasione per stagliarsi come interprete sempre innovativa e anticonvenzionale, non diversamente le registrazioni discografiche di opere complete attestano le eccezionali qualità vocali e interpretative. In primo luogo la Medea di Cherubini (1978), ruolo superbamente ripreso a Boston nel 1992, in forma di concerto, con la grande Rita Gorr; seguono il Don Giovanni (1978, una pugnace Donna Elvira diretta da Solti), lo Stiffelio (1979, ancora con Carreras), il Castello del principe Barbablù (1979, diretta da Solti), l’Ernani (1982), il László Hunyadi di Erkel (1984), i Lombardi (1984), il Macbeth (1986 con Cappuccilli), l’Attila (1987 con Nesterenko), il poco noto Belfagor di Respighi (1987), ulteriore testimonianza del gusto per la riscoperta.

Non si contano, poi, i numerosi recital, ad esempio quelli registrati dalla Decca a partire dagli anni Settanta: uno di questi reca per la prima volta l’incisione (al piano Schiff) di una melodia inedita di Liszt su testo di Puskin, fortunata trouvaille in una biblioteca di San Pietroburgo. Tappa obbligata, inoltre, il recital straussiano con i Vier letze Lieder, autentica summa dell’arte interpretativa della Sass.

L’accostamento a Liszt, musicista amatissimo dalla cantante, costituisce uno dei tasselli che fa da sempre della nostra artista la portavoce della musica ungherese. Lo dimostra la sua Judith del bartokiano Barbablù, cantata e incisa a Londra con Solti (esiste in commercio il DVD del film-opera), ed eseguita in tutto il mondo: a Tokyo, Bruxelles, Manchester, Philadelphia, alla Carnegie Hall di New York, a Montpellier, a Metz. Infine a Budapest nel 2002, per un evento commemorativo di Solti, alla presenza della vedova del grande direttore. Motivo di grande emozione per l’artista ungherese, che in anni recenti ha meticolosamente preparato alcuni suoi allievi per l’esecuzione in forma di concerto dell’opera bartokiana (a Roma, Bologna e New York) e ne ha recitato il prologo.

Le ultime due opere portate sulla scena sono Salome (ruolo saggiamente rifiutato anni prima) e Carmen, debuttate entrambe a Budapest, rispettivamente nel 1989 e nel 1995. Negli anni successivi la cantante è particolarmente impegnata nell’attività concertistica, intrapresa sin dai primi anni. Mi limito qui a citare il trionfale ritorno Bologna nel 2015 con un recital al termine del quale il soprano fu intervistato da Roberta Pedrotti (il video dell’intervista è disponibile in rete). Né mancano i riconoscimenti alla carriera all’estero e in Italia, come quando la Sass, a Palermo nel 2016, è insignita del premio Ester Mazzoleni “Una vita per la Lirica”: onorificenza davvero illustre, che in anni precedenti ha premiato il Gotha della lirica internazionale, come la Olivero, la Gencer, la Cigna, la Cerquetti, la Simionato, la Sutherland, per limitarmi ad alcuni nomi.

La Sass è, inoltre, infaticabile organizzatrice sia di masterclass (a Londra, Tokyo, Parigi, Roma, in collaborazione con la “Fabbrica” del Teatro dell’Opera, Osimo, invitata dall’Accademia d’Arte lirica) sia di concerti dei suoi allievi, particolarmente frequenti durante il soggiorno presso l’Accademia d’Ungheria in Roma, con la puntuale collaborazione del Direttore Antál Molnar (foto 16). Non solo: negli ultimi anni la cantante si è dedicata anche alla scrittura, consegnando al pubblico dei suoi ammiratori, tra l’altro, anche la propria biografia (dal titolo, decisamente evocativo, Diedi il canto agli astri), pubblicata nel 2013. La Sass vi ripercorre la propria carriera, non in ordine cronologico, ma mossa dall’onda del ricordo e da toccanti suggestioni: dai duri sacrifici dei primi anni all’arduo piedistallo della fama, prediligendo alla luce dei tanti trionfi il chiaroscuro dell’“umile ancella”. Libro prezioso, che getta luce sugli incontri straordinari avuti nel corso degli anni, come quello con Leonard Bernstein (foto 17), il quale in due diverse occasioni le propone di cantare prima il Fidelio (opera nella quale il soprano, ancora molto giovane, non si sente di impegnarsi), poi il ruolo della Principessa d’Eboli per un progetto che, sfortunatamente, non ebbe seguito. E come quello con la Callas, “elegantissima, snellissima, bellissima” (lo confida Sylvia stessa in un’intervista a Gina Guandalini), dapprima sospettosa e quasi sprezzante nei confronti dell’astro nascente, subito dopo non soltanto consapevole e rispettosa del talento e dell’umiltà di chi ha davanti, ma prodiga di consigli in relazione al ruolo di Violetta.

Foto 16 foto 16 Con Leonard Bernstein foto 17 foto 17

Piace, infine, porre a suggello di questo omaggio una citazione tratta dal volume autobiografico, inerente al rapporto tra docente e allievo, da tempo fulcro e ragione di vita del grande soprano: “Quanta responsabilità ricade sopra di me quando mi trovo davanti a un grande talento! Sento il dovere di guidarlo bene, di affidargli le chiavi che lo aiutino a trovare le migliori soluzioni tecniche, di aiutare il suo animo ad acquistare la forza che un giorno gli consenta di donare, a sua volta, agli altri. Perché anche il più grande talento può dissolversi senza quel sostegno morale che cerco di dare sempre anche dopo la masterclass” (pp. 23-24). Un pensiero, questo, che non soltanto si impone per la sua nobiltà in tempi di profondo smarrimento come quelli odierni, ma che compendia come meglio non si potrebbe il magistero artistico di Sylvia Sass, da sempre caratterizzato dal rigore morale, dal rispetto e dallo spirito di gratitudine, prima forma di giustizia.

Bibliografia di riferimento

Sylvia Sass, Diedi il canto agli astri, Roma, Istituto Balassi-Accademia d’Ungheria in Roma, 2013.

Gina Guandalini, Il percorso verdiano di Sylvia Sass, in Verdi e Roma, a cura di Olga Jesurum, Roma, Gangemi, 2015, pp. 559-566.

Marco Guardo, Una voce ungherese a Roma: Sylvia Sass e Tosca, «Strenna dei Romanisti», 2012, pp. 301-311.

Crediti fotografici

Le foto nn. 2-4 sono pubblicate per gentile concessione della Fondazione Teatro Regio di Torino.

La foto n. 9 è pubblicata per gentile concessione del Teatro dell’Opera di Roma-Archivio Storico

Le foto nn. 12-14 sono pubblicate per gentile concessione della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia.


 

 

 
 
 

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