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Indice articoli

Il discorso sulla voce nella Lettera sul canto del Maffei

 di Giada Maria Zanzi

Leggi anche:

Maffei e l'estetica della vocalità I

Maffei e l'estetica della vocalità II

Maffei e l'estetica della vocalità IV

L’essere umano come strumento musicale pag 1

Anima e voce pag 2

Dall'articolazione del linguaggio all'emissione cantata pag 3

La voce nell'arte e le sue tipologie pag 4

BIBLIOGRAFIA pag 5

L’essere umano come strumento musicale

La Lettera sul canto è testimonianza indiscussa del fatto che il grande maestro di Giovanni Camillo Maffei sia Aristotele, ma l’illustre solofrano si rifà anche all’approccio medico di Claudio Galeno (che è a sua volta influenzato dai precetti dello stagirita), medico e filosofo romano, nato a Pergamo nel 130 d.C. circa. All’inizio delle Lettere, Maffei afferma:

«[…] toglio quello che lasciò scritto Galeno nel suo libretto della dissettione degli organi della voce, cioè ch’in tutte l’opere ch’in questa vita si fanno è forza che queste tre cose vi concorrano: il maestro, l’instromento e la materia […].»

Sia Galeno sia Maffei sostengono che il corpo di un essere vivente sia inscindibile dalla sua anima e che un bravo medico debba prima di tutto essere un guaritore dello spirito; la conoscenza dell’anatomia è capitale per riconoscere le affezioni dell’anima e scegliere la giusta terapia per riportare l’equilibrio nell’anima, e conseguentemente nel fisico, del paziente.

I risultati degli studi di Galeno costituiscono la base del sapere medico rinascimentale e Maffei deve a lui le conoscenze concernenti la fisiologia dell’apparato fonatorio, anche se si avvicina all’anatomia in maniera differente rispetto ad altri studiosi suoi contemporanei: ad esempio le indagini di Giulio Casserio e Fabrizio D’Acquapendente costituiscono modelli di veri e propri studi anatomici, praticati certamente secondo la rigorosa metodologia galenica, tuttavia, contrariamente a Maffei e Galeno, essi portano avanti un interesse puramente scientifico; se sfogliamo il De visione voce auditu di Fabrizio D’Acquapendente o De vocis auditusque organis historia anatomica di Giulio Casserio noteremo che siamo dinnanzi a veri e propri trattati di medicina, costellati di tavole anatomiche. Entrambi questi testi sono successivi alle pubblicazioni maffeiane (sono tutti e due databili 1600) e testimoniano un graduale passaggio all’empirismo galileiano: hanno una carattere completamente differente da quello delle Lettere e i loro autori non hanno lo stesso intento di Maffei. Casserio non è interessato a fornire precetti canori, Fabrizio D’Acquapendente non desidera certo trattare di voce e emozioni; Maffei si appoggia a Galeno per illustrare il corpo sonoro, senza il quale non vi sarebbe voce, ma non si prefigge di scrivere un trattato sistematico di anatomia. Le nozioni fisiologiche servono a Maffei per esplicare come nasce una voce (il che non si riduce a un mero atto meccanico e fisico: la voce è un effetto acustico intriso di significato e riflesso dell’interiorità).

Aristotele afferma che gli organi preposti alla fonazione plasmano l’aria rendendola voce e Maffei concorda con lo stagirita: «a far la voce si richiede la ripercussione dell’aere». Più precisamente:

«[...] accioché questa [la voce] fatta si fosse, fu necessario nel capo della canna fare molte cartilaggini, molti nervi, e molti moscoli [...]. E accioch'io e V. S. rimanga sodisfatta, resti contenta udire come il capo de la canna è composto di tre cartilagini, delle quali la più grande a guisa di scudo a noi si mostra e è quel nodo, che nella gola di ciascun uomo si vede, la qual, essendo fatta per difesa di quello luogo così dura e simile allo scudo, si fa chiamare scudiforme, e nella capacità di questa se ne contiene un ’a ltra, fatta per maggior difesa, se pure la prima non bastasse, e questa è senza nome. E dentro di questa, cioè nel mezzo di quello luogo, ve n'è un'altra chiamata cimbalare, fatta a similitudine e guisa della lingua della sampogna, e in questa si fa la ripercussion dell'aere e la voce. [...] E perché bisognava il movimento per potere o stringere o allargare le dette cartilaggini secondo il necessario fosse, fè la natura che da quei nervi, i quali dal sesto pare discendono allo stomaco, nascesse un ramo, il quale, con i suoi moscoli accompagnato, loro porgesse il detto movimento. E tali nervi si fanno chiamare riversivi poiché dallo stomaco alle dette cartilaggini ritornano. Ed è il mover loro tanto volontario che se ne serve il cerebro in quel medesimo modo ch'il cavaliere della briglia del cavallo..»

Innanzi tutto, Maffei sottolinea che la voce è frutto della volontà di un individuo. Il controllo volontario sul proprio corpo concorre alla creazione di una voce: muscoli e nervi aprono e chiudono le cartilagini per mandare l’aria immessa all’atto dell’inspirazione verso il cuore. Nella fase emissiva, l’aria si ripercuote nella cartilagine cimbalare (cioè la glottide, un organo costituito per la maggior parte da uno scheletro cartilagineo articolato da legamenti e muscoli che hanno il compito di restringere, dilatare, tendere o rilasciare le corde vocali; la glottide, che , in base alle varie posizioni assunte dalle corde vocali, modifica la colonna d’aria che giunge dai polmoni per dar luogo alla fonazione, è situata all’altezza della laringe), che, per forma e funzione, ricorda una parte della zampogna:

« Si come nella sampogna si veggono tre cose, cioè l'otre d'aria, e'l braccio che preme l'otre e la canna della sampogna, aggiongendovi per quarta la lingua della sampogna, laqual si tiene in bocca con le dita delle mani per potere ora chiudere e or aprire i buchi secondo il suono richiede, cosi ancora nella voce queste simili cose si conoscono; percioche la concavità del petto e del polmone dove l'aere si richiude è simile all'otre. E i muscoli ch'il petto muovono si somigliano al braccio, e la canna del polmone si può senza dubbio veruno uguagliar alla sampogna, e la cartilagine detta cimbalare veramente si può dire che sia lingua e i nervi e moscoli a quali ora chiudere e ora aprire appartiene, fanno ufficio de'diti. E applicando più strettamente questo esempio dico che si come rimbomba il suono nella concavità larga della sampogna per l'aere, il quale da l'otre alla lingua si manda e da'diti ch'a buchi soprastanno si ripercuote e si modera secondo a chi suona piace, cosi la voce risuona nel palato, per l'aere il quale dal petto fin alla gola si spinge e si ripercuote e rifrange dalla fistola cimbalare e de'nervi e moscoli dilatandosi e costringendosi secondo vuole chi la voce fa.»

L’essere umano è come uno strumento musicale a fiato e l’aria è elemento vitale e fonatorio. Maffei precisa che :

«[...] tutti gli animali che camminano e hanno sangue hanno anche il polmone e sono caldissimi perché, avendo dato la natura lo polmone per cagione del core, ne segue che dove sia quello si ritrovi questo. E essendo il core principio e vase di calore, fu necessario che gli fusse di due cose proveduto, cioè d'alcuno rifriggerio, acciò che non s'avesse infiammato per lo soverchio caldo, e d'alcuno modo di poter isfogare e mandar fuora le superfluità e fumi ch'in esso per lo continuo fervore del sangue si generano. Onde furon fatti duo contrari movimenti: l'ispiratione, dico, e l'espiratione, cioè (per dir più chiaro) l'allargare, e lo stringer del petto, a l'uno e a l'altro effetto molto giovevoli, percioche per la dilatatione del petto si tira l'aere che raffredda e tempra la soverchia caldezza del core e per lo stringere si manda fuora tutto'l fumo e tutti gli escrementi ch'ivi si trovano. [...] E per questo la madre Natura, governata dal sommo Iddio, accioché fossimo di qualsivoglia comodità partecipi, puose intorno al cuore lo polmone, nel quale si trattiene e si prepara l'aere inanzi ch'entri, e nel quale ancor si conservano quelli aerei spiriti ch'il detto rifrigerio porgono. Onde essendo il polmone quasi una doana dalla quale il core il suo bisogno tira ne siegue che non è necessario così spesso spesso respirare, e potendosi per qualche spatio ritenere si tolgono tutti i sopradetti inconvenienti. E accioché s ’a vesse potuto comodamente fiatare e formar la voce fu aggionta al polmone la canna, onde l'operationi del polmone sono due, delle quali l'una, cioè lo fiatare, è necessario per la conservation della vita, e l'altra, cioè la voce, è utile solo per più comodamente vivere [...].»

I polmoni portano refrigerio al cuore, fonte di calore. Fisicamente, l’incontro tra aria e corpo produce suono, ma questo non basta a fare una voce:

«La voce è un suono cagionato dall'anima per la ripercussione dell'aere fatta nella gola con intentione di significar alcuna cosa.»

Dunque è l’anima il vero motore della voce. Il calore del cuore, a contatto con l’aria esterna fredda, crea la voce come un’esalazione fumosa; a monte di tutto ciò deve esservi un’intenzione che giustifichi l’azione, che la animi, appunto. Galeno, basandosi sul Timeo, lega il cuore al lato passionale dell’uomo, mentre nel cervello risiederebbe la sua anima razionale: secondo Maffei questi veri e propri “fumi vocali” hanno origine dal cuore e ne diventano quasi un prolungamento; la voce è una manifestazione dell’interiorità.