L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Gustav Mahler

Verso un desiderio transfinito

  di Andrea R. G. Pedrotti

Leggi la recensione sull'Ottava di mahler a Dresda

Nella cornice del Dresdner Musikfestspiele (18-21 maggio 2016) andrà in scena in Sassonia un’importante scambio interculturale e musicale fra Germania e Israele, con il m° Omer Meir Wellber, alla guida della Israel Philarmonic Orchestra per tutti e tre i concerti in programma. In occasione della serata inaugurale, presso la FrauenKirche, verranno eseguiti il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore Op. 35 di Pëtr Il'ič Čajkovskij, con la partecipazione di David Garrett come solista; la prima mondiale in versione sinfonica dell’opera di Michael Wolpe The Return of the Jackals, alla presenza dell’autore e la Sinfonia n° 6 in Si minore Op. 54 di Dimitri Šostakovič. Il secondo giorno, invece, presso il Kleiner Schlosshof alcuni elementi della Israel Philarmonic Orchestra eseguiranno il quintetto Kv 414 di Wolfgang Amadeus Mozart, nella versione per pianoforte, con cadenze e improvvisazioni nello stile del folklore ebraico e delle comunità di ebrei-arabi. Lo stesso Omer Meir Wellber sarà solista al pianoforte nell’occasione.

Il programma del festival si concluderà il 21 maggio con la Sinfonia n° 8 in Mib Maggiore di Gustav Mahler. La “Sinfonia dei mille” rappresenterà un simbolo di dialogo e discussione, grazie alla partecipazione di artisti da Israele, Germania e Repubblica Ceca, attraverso un’esecuzione che obbliga alla riflessione sull’uomo e sugli uomini. Di questo e di altri aspetti di questo evento abbiamo parlato con il m° Omer Meir Wellber, che dell’evento è stato anche autore e promotore dell’idea originale, portata avanti grazie al lavoro unitario fra le realtà locali e israeliane.  

 

Qual è la tua impressione e la tua idea, riguardo la struttura di una Sinfonia imponente come l’Ottava di Gustav Mahler.

L’inno liturgico Veni Creator Spiritus venne tradotto in tedesco, assieme a pochi altri testi latini, dallo stesso Goethe. Mahler trovò molto interessante questo brano, dopo averlo letto. La struttura della Sinfonia è molto semplice, ma, al contempo, profonda: la prima parte parla del padre, la seconda della madre. Questo è chiaro, si tratta di due forze umane, religiose, filosofiche. Può sembrare strano dirlo, ma questa è la dicotomia del monoteismo: il padre e la madre sono, in realtà, due facce della stessa medaglia.

La seconda parte è tratta dall’ultima scena del Faust e racconta della forza femminile creatrice del mondo, fino alla sua conclusione. Le ultime parole della scena di Faust, infatti sono: “Alles Vergängliche Ist nur ein Gleichnis; Das Unzulängliche, Hier wird's Ereignis; Das Unbeschreibliche, Hier ist's getan; Das Ewig-Weibliche Zieht uns hinan.”, cioè “Tutto ciò che passa è soltanto un simbolo, l'insufficiente qui ha compimento; l'indescrivibile qui ha già esistenza; in alto ci attira l'eterna femminea essenza.”

Il tema del Padre non va inteso solo in senso di maschile, ma in senso patriarcale e di origine della stirpe. Nella prima parte abbiamo gli stessi artisti della seconda, ma, in quest’ultima, hanno nomi precisi. Nel Veni Creator Spiritus riscontriamo un’autentica trascendenza metafisica e la musica ha una scrittura molto più liturgica, mentre nel finale il sentire è più terreno.

Sembrano cose ovvie, ma dopo essersi immersi nello studio dell’ottava sinfonia di Mahler, si perde un po’ la testa.

Ho fatto un piccolo arrangiamento di posizioni con i cantanti per realizzare questi due mondi: il mondo patriarcale e della forza femminile, è una forza che riscontro anche nella mia bimba: una cosa molto profonda.

Ho ripensato alla vita di Mahler e a tutte le sue vicissitudini con le donne, con cui lui, in questo momento della sua vita, cerca di fare pace. Ha avuto delle sensazioni riguardo il ruolo di ognuno.

L’inizio della sinfonia deve dare l’idea dello stupore nei confronti di cosa sia stato capace di fare l’uomo, un po’ come i migranti che arrivavano nel primo quarto di secolo dalla Russia agli Stati uniti e vedevano apparire la statua della libertà. Il principio liturgico del brano è proprio questo.

Pensiamo come sarebbe questa sinfonia se i due brani fossero in ordine inverso; tutto sarebbe diverso, perché il messaggio è la non linearità della vita: l’impatto iniziale è enorme, un autentico choc. Si può rendere solo con la musica in musica e non mediante un’altra lingua, l’unica lingua con cui Mahler sapeva veramente esprimersi.

In questa sinfonia troviamo accostate anche due lingue: il latino che viene da lontano e il tedesco, un idioma parlato nella contemporaneità.

Il latino è una lingua nostra, fa parte di noi provenendo da lontano. Segue il tedesco, che è un idioma della nostra quotidianità. Mahler cerca uno sviluppo più naturo e più intelligente rispetto a Martin Luther nel cercar di rendere un messaggio fruibile per tutti, poiché traducendo un testo si perdono le sfumature e i sottintesi. Si pensa di capire il contenuto di un testo tradotto, ma in realtà non è così.

Grazie alla musica si possono trasmette maggiormente le sensazioni e Mahler ha avuto una sensazione. Purtroppo noi abbiamo un tempo finito e dobbiamo vivere questo sentire in un’ora e mezza. Lui sentiva qualcosa sulla creazione, sulle relazioni con Dio, con l’essere umano: è un istante sintetizzato in un’ora e mezza.

In questa sinfonia è sempre presente il canto.

C’è racconto specifico. Passa un senso claustrofobico del brano, già studiandolo. È un senso claustrofobico di idee, ha bisogno che le voci lo guidino: nella sua testa e nella partitura si combatte una battaglia con tutti per portare innanzi un discorso. C’è l’autentica sensazione che le voci lottino con tutti, coro e orchestra.

Che rapporto c’è fra Mahler e altri compositori romantici?

Wagner manipolava, mentre Mahler modulava. Tutti i compositori romantici avevano la tendenza a manipolare, ma Wagner lo faceva più degli altri. Wagner, Dvorak, etc… conducevano un discorso, attraverso la manipolazione della struttura armonica, con bruschi cambiamenti di tonalità. Mahler è il contrario di Wagner, Mahler è l’onestà di dire “purtroppo le cose cambiano”. È la tragedia del mutamento e sapeva di non essere in grado di cambiarla. Questi cambiamenti non potevano essere resi in maniera più morbida.

Le prime parole della scena tratta da Goethe parlano della foresta non casualmente. Il testo dice: “Waldung, sie schwankt heran, Felsen, sie lasten dran, Wurzeln, sie klammern an, Stamm dicht an Stamm hinan”, ossia “Foresta, che ondulando inclina verso noi, rupi, il cui peso incombe tutto intorno radici, che penetrano a fondo, tronco addossato a tronco”.

Tutto questo dopo la grandiosità della prima parte: dall’ideale celeste, si passa alla foresta, simbolo dell’oscurità, dei criminali, della gente proba che si nasconde. Noi viviamo nella foresta, non è cambiata: è sempre quella. Le due parti non sono collegate e non le vuole collegare, non sa come si vada dal Dio alla foresta, ma questo accade ed è la vita. La Sinfonia è scritta in Mib maggiore, ma il passaggio fra prima e seconda parte è in Mib minore. Purtroppo le cose cambiano, è la tragedia del mutamento. Noi non siamo abbastanza grandi da manipolare.

Non sa la strada e lo dichiara: è la vita con le sue contraddizioni. Non ci chiediamo mai come mai il medico fumi? Ecco un esempio dell’imperfezione dell’uomo.

Adoro la capacità di Mahler di utilizzare una cosa enorme, per rendere una cosa che non sa. Mille persone più il pubblico, per rendere la sua ignoranza.

All’apparenza poteva apparire una manifestazione di ostentato narcisismo o di una marcata ipertrofia della sua personalità, ma non è così, utilizzava semplicemente i grandiosi mezzi che aveva a disposizione, per dichiarare il suo non sapere. Aveva la possibilità di utilizzare mille musicisti e lo ha fatto.

Mahler venne riscoperto tardi, di lui Sigmund Freud disse: “Ebbi la possibilità di ammirare le capacità di penetrazione psicologica di quell'uomo di genio. Nessuna luce illuminò ad un certo punto i sintomi della sua nevrosi ossessiva. Era come scavare con un bastoncino in un edificio misterioso”

È probabile che non si sentisse capito dai suoi contemporanei

È vero, non si sentiva capito. Per comunicare utilizzava la musica con testi scritti da altri.

La prima parte gli è venuta in mente un giorno, in un attimo, leggendo un libro. Pensiamo agli anni in cui scrisse questa sinfonia (1906-1907), la lotta per la salute, e per la conversione, ma non ti puoi convertire in questa maniera; è presente la lotta dell’ebreo nuovo che si sente parte di qualcosa, e, al contempo, non se ne sente parte.

Mahler è l’uomo moderno, il simbolo della crisi di identità, della crisi della religione. Quasi l’esempio di un’alienazione dell’umanità. Mahler fa l’opposto dell’Isis, perché Mahler ti fa comprendere come l’antico, il latino, l’apprendimento che viene dal passato siano parte di te e ti rendano ciò che sei. Molti nemmeno conoscevano la città di Palmira, poi l’Isis ha tentato di distruggerla con volgarità e barbarie e forse, solo allora, ci si è resi conto che anche Palmira fa parte di noi e ne ha sempre fatto parte, anche se non ne eravamo coscienti. Mahler riscopre e l’Isis distrugge: sono gli opposti della medesima idea. Portare l’antico in modo sorprendente o distruggente. Un altro esempio negativo fu il pensiero di Adolf Hitler, altri esempi positivi di riscoperta dell’antico possono essere la Salome di Oscar Wilde o le tragedie di Racine.

Mahler era profondamente ebreo, sapeva e sentiva che l’interpretazione è tutto. Il mondo teologico ebraico in una frase potrebbe essere definito come una continua interpretazione. Non può esistere un testo senza interpretazione: è la base dell’ebraismo, cioè l’opposto dell’Isis, che segue alla lettera il testo senza ragionare, come tutti gli estremismi.

I nazisti erano fortemente avversi allo studio delle lingue classiche, infatti.

Certo, l’interpretazione è alla base. La base della crisi della Chiesa sta nella negazione dell’interpretazione positiva. Il problema è la negazione totale e la gente è stufa: è ormai puerile continuare pensare che una persona divorziata non possa entrare in chiesa o porre un divieto sulla libertà dei gusti sessuali di una persona. Se smetti di interpretare, il testo muore.

Come nelle regie liriche

Esatto, rigettando nuove idee interpretative d’un testo, che può anche essere un’opera, la si fa morire.

Un altro tema del progetto che hai pensato per questo festival è quello dei ritorni, d’altra parte il fondatore dell’orchestra filarmonica israeliana, Bronisław Huberman, era un ebreo polacco, nato in Slesia, regione molto vicina alla città di Dresda.

Volevo far comprendere al pubblico la complessità della società israeliana. C’è un continuum, un tema di ritorni: in Israele è tutto così. È il bello dell’immigrazione: avere una comune radice culturale, ma provenire da varie realtà di tutto il mondo. Ora la maggior parte dei professori d’orchestra sono nati in Israele e altri in Russia. Negli anni ’40 ’50 ed era difficile avere una koiné per comunicare. Paradossalmente la lingua più comune agli strumentisti, nei primi anni, era il tedesco Fu una novella Babele culturale. L’eredità di Mahler sta nell’obbligo al dialogo, perché non è possibile costruire una cosa tanto grande senza unione e collaborazione. Non conosco altri testi musicali, di teatro, artistici, che ti obblighino a vivere ciò di cui loro stanno parlando. È molto bello.

Il concerto di folklore arabo-israeliano è quasi antitetico rispetto alla sinfonia di Mahler, perché molto più intimo nella sua concezione. Che messaggio vuoi lanciare con questa serata?

Quella israeliana una società strana, unica al mondo. C’è molto meno in comune di ciò che si pensa, ma le musiche, la ritualità, la musica, cambia completamente, sulla base di un testo religioso simile. Non è precisamente un concerto di musica araba ed ebrea, ma ebrea-araba. Questa è la fortuna e la ricchezza della cultura ebraica. Anche a livello visivo, per i tratti somatici dei partecipanti: ci sarà solo un musicista nato in Israele, poi si potranno vedere fisionomie provenienti da tutto il mondo.

Molto del problema del problema israelo-palestinese è contenuto nel primo capitolo di ogni libro di Freud: sempre, quando qualcuno vede il suo specchio, lo odia.

Uno dei più celebri filosofi ebrei, vissuto nel XII secolo, cioè Mosè Maimonide (o Moshe ben Maimon) scrisse, per esempio La guida dei perplessi e, da spagnolo, lo fece in arabo. D’altra parte le radici linguistiche delle lingue semitiche sono le stesse.

Mahler morì di endocardite, la stessa malattia di cui si occupa l’associazione da te promossa in Israele. È un bel parallelismo, un altro ritorno.

Tutto è collegato, non pensavo a Mahler. Non è un caso. Quando siamo sensibili, tutto si collega, tutto funziona. Ciò che nasce dalla sensibilità, non necessariamente emotiva, è una sensazione strutturata. Siamo ancora toccati dalla fine di Mahler. Tutto è connesso. Dio non ti cerca, ma è tuo dovere cercarlo. Quando trovi la soluzione hai perso.

Anche ora stiamo citando troppe cose, dicendo che si tratta di un caso, ma, alla fine, sono tutte collegate, quindi non può essere una casualità. L’importante è che esista ancora la sensibilità.

Esiste un’origine, ma non la sintesi.

Esatto, quando la troverai, avrai perso. Tutte le cose che faccio nella mia vita, portano a scoperte e mutamenti. Le cose che subiamo passivamente non hanno la qualità di ciò che sappiamo fare noi. Tutto è frutto del lavoro e della volontà

Anche questo c’entra con l’Ottava di Mahler, perché quando si esce dalla foresta, quella resta alle spalle, e si viaggia verso un desiderio transfinito.