L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Il fuoco di Lucrezia e Imogene

 di Gina Guandalini

Mentre da Monaco alla Scala si programmano i titoli simbolo della carriera di Henriette Méric-Lalande, facciamo il punto sulla carriera e la biografia del grande soprano francese per cui Donizetti scrisse Lucrezia Borgia e Bellini Il pirata.

Il 7 gennaio 1827 Giacomo Meyerbeer, al vertice della carriera italiana, scrive da Parigi alla presidenza della Fenice, che gli chiede un’opera nuova. I cantanti che richiede sono i massimi nomi della piazza italiana e internazionale. Tra i soprani nomina la Pasta, la “Lalland” e la Sontag, Ancora oggi Giuditta Pasta non ha bisogno di presentazioni e Henriette Sontag è ben nota ai melomani; ma su Henriette Clémentine Méric-Lalande sarà bene ricordare un po’ di fatti. Quando Meyerbeer la pone al vertice delle cantanti di botteghino, questo soprano è già stata l’interprete originale di tre opere: del suo Crociato in Egitto nel marzo ‘24 alla Fenice, di Bianca e Gernando di Bellini ed Elvida di Donizetti nella lunga stagione estiva 1826 del San Carlo di Napoli.

Henriette nasce a Dunkerque alla fine del 1798. Studia col padre, Jean-Baptiste (in alcune fonti Jean Auguste) Lamiraux, che ha assunto il cognome di Lalande, direttore d’orchestra in compagnie di provincia. Debutta a Nantes (non a Napoli come in una voce enciclopedica inglese) intorno al 1816. Lì un colto italiano le insegna la sua lingua; impara rapidamente e italianizza il nome in Enrichetta. Canta bene e già a sedici anni era stata notata come abile interprete di opéra comique da François-Joseph Fétis, musicologo belga. Passa a Lione, dove l’insigne Talma, l’imperatore della Comédie Française, condivide una pubblica lettura dell’Athalie di Racine con lei e le chiede di entrare nel suo teatro. Ma lei preferisce cantare.

A ventitrè anni Enrichetta è ingaggiata dal Théâtre du Gymnase-Dramatique di Parigi. Il manager italianofilo del King’s Theatre di Londra, John Ebers, che ha già Violante Camporese e Giuseppina Ronzi De Begnis, le offre una scrittura, ma lei rifiuta e al King’s Theatre va Rosalbina Carradori-Allan. La giovane Lalande ha l’intelligenza e l’umiltà di capire che non è ancora a livello internazionale, che deve continuare a studiare.

Si affida a Manuel Garcìa Senior, che tra il 1819 e il ’22 risiede a Parigi e fa da maestro, oltre ai figli Manuel Junior e Maria Felicia - futura Malibran - a uno scelto gruppo di talenti. Dopo il baritono spagnolo Paolo Rosich, primo Taddeo nell’Italiana in Algeri, c’è la contessa Merlin, amica e biografa di Maria Felicia. Subito prima della Lalande Adolphe Nourrit, tenore storico, studia con Garcia Senior in segreto; figlio del primo tenore dell'Opéra, viene a lungo ostacolato dal padre nel progetto di intraprendere la carriera canora, ma Rossini e Garcìa, coalizzati, vincono la battaglia (chi fossero tutti gli alunni del Conte Almaviva originale è questione intrigante; l’amico Rockwell Blake, un’autorità in fatto di Garcìa Junior, se ne sta interessando).

A Parigi Garcìa Senior continua anche la sua carriera di compositore; opere da lui musicate sono messe in scena all'Opéra-Comique e al Gymnase Dramatique dove appunto canta la Lalande. Perciò le viene affidato, come debutto al Gymnase, un vaudeville da lui composto, La Meunière; qui, da futura primadonna è al centro di una polemica. L’illustre Journal des débats stronca lo spettacolo, e scrive: “La voce di madame Lalande è estesa e di timbro piacevole, ma soffre di quel difetto chiamato ‘voce ingolata’ un flagello che il cielo nella sua furia ha inventato per sfasciare le orecchie sensibili alla melodia”. Viceversa, L’Almanach des Spectacles segnala che tutti sono stati molto applauditi, ma che è in atto “une cabale” per affondare lo spettacolo.

Nel 1823 Henriette canta in due ”pasticci” di musiche tratte da opere italiane da Castil-Blaze, Les Folies amoureuses e La Fausse Agnès. Alcune testimonianze dell’epoca ci dicono che la presenza di questa giovane francese “italianata” contribuisce a rendere popolare l’opera e la melodia italiana in una città superciliosa come Parigi. In quell’epoca sposa un suonatore di corno dell’Opéra Comique, Jules Prosper Méric, diventando così Madame Meric-Lalande. Musicale e disinvolta, potrebbe fare un’audizione per il prestigioso teatro del marito, ma Garcìa la sconsiglia. Enrichetta appare quindi in alcune recite nel ruolo di Agathe nel Freischütz di Weber, che al Gymnase è Le chasseur noir in francese ed è pesantemente tagliato.

Eccola poi recarsi a Milano per compiere ulteriori studi con musicisti italiani. Uno è il lodigiano Paolo Bonfichi (1769-1840), sacerdote e compositore di musica sacra, ma anche di drammi per il teatro, apprezzato da Napoleone. Più lunghi e intensi sono gli studi con Paolo Banderali, bergamasco, che, dopo avere cantato per pochi anni, dal 1811 è fra i più illustri docenti di canto. Nel ’28 Banderali passerà al Conservatorio di Parigi per interessamento di Rossini.

Alla fine del 1823 l’impresario della Fenice, Giuseppe Crivelli, scrittura un soprano rifinito e agguerrito. Enrichetta Méric-Lalande è Egilda nella prima assoluta di Egilda di Provenza di Stefano Pavesi accanto a grossi calibri, il castrato Giovanni Battista Velluti, il tenore Gaetano Crivelli e il contralto Brigida Lorenzani. Con gli stessi cointerpreti partecipa alla prima assoluta di Ilda d'Avenel di Francesco Morlacchi e nel marzo seguente crea Palmide nel Crociato in Egitto di Meyerbeer. La Gazzetta Privilegiata di Venezia parla di “tutta la bravura di questa esimia cantante”; Il nuovo osservatore veneziano la esalta: “Animata sempre dallo stesso impegno, si conserva fra noi quel favore che seppe al suo primo apparire tanto meritatamente acquistare e colla freschezza della sua voce e colla facilità del suo gorgheggio e con l’esattezza della sua esecuzione unita all’anima e decoro della sua azione tutti sviluppa quei pregi che assicurare le devono in Italia una sempre crescente reputazione” . È di quest’epoca anche un contratto a Monaco di Baviera, dove tra l’altro canta La gazza ladra.

A Brescia e Cremona si presenta in La donna del lago e Le due rose di Mayr. Sarebbe lungo e forse tedioso seguire passo passo la inarrestabile carriera dell’artista francese in Italia. Ma sono da segnalare, nel corso del ‘25, tutta una serie di interpretazioni rossiniane da cui si deduce la sua grande scuola; Mosè in Egitto (Elcia) e Zelmira, con Giovanni David e Antonio Tamburini; una Semiramide a Bologna che le vale plausi clamorosi, medaglie, sonetti di ammiratori estasiati e la nomina ad Accademica Filarmonica di quella città. Una stampa in suo onore la raffigura bionda, con la complicata acconciatura a boccoli dell’epoca e un viso pienotto, il naso lievemente aquilino e l’espressione seria. Ha una vaga somiglianza con Christine Deutekom, e non a caso – però erroneamente – la Méric Lalande è qualche volta definita “soprano fiammingo”. Vengono poi Elisabetta regina d’Inghilterra, e Desdemona in Otello.

Tra il marzo e l’ottobre 1826, nel corso di una massacrante stagione al San Carlo di Napoli, in cui canta nove opere quasi sempre insieme al basso Luigi Lablache, Enrichetta, entra nella storia dell’opera. Inizia con una Semiramide, poi crea il ruolo di Bianca in Bianca e Gernando di Bellini accanto a Rubini. Alla generale assistono Pacini e Donizetti. Il rapporto con il compositore catanese si rivelerà fondamentale nella carriera di entrambi. Mentre il Giornale del Teatro La Fenice le dedica una biografia con ritratto, Enrichetta partecipa alla prima assoluta della Elvida di Donizetti, accanto a Rubini, Lablache e Almerinda Manzocchi. Il soggiorno a Napoli lo chiude con la creazione del ruolo del titolo in Olimpia di Carlo Conti.

L’anno iniziato con la lettera in cui Meyerbeer la colloca nella somma triade dei soprani, vede la Lalande a Vienna e alla Scala. Nell’estate 1827 debutta infatti trionfalmente a Milano con il ruolo di Ottavia in L’ultimo giorno di Pompei di Pacini, che resterà fra quelli di elezione. Il 27 ottobre è Imogene – ruolo scritto per lei – nel Pirata con Rubini e Tamburini.

Non è solo voce rossiniana, è antesignana di una vocalità più tesa e agitata: Imogene ha un Do naturale a gola pressochè fredda, passaggi di coloratura intensamente mossa, agilità terzinate e una scena finale di scrittura tesa e forte. Lei e Rubini devono dare il bis del duetto del primo atto. A due recite assistono Rossini e la Colbran, il primo segregato nel suo palco per non distrarre il pubblico.

All’indomani del trionfo belliniano, il periodico I teatri: giornale drammatico musicale e coreografico di Milano e dedica una biografia di più di sette pagine (in cui la dice nata nel 1803), preceduta da un bel ritratto, e seguita da una minuziosa analisi della nuova partitura belliniana. La biografia si conclude parlando “delle soavi commozioni nei nostri petti eccitate dal suo canto, dalla sua espressione, dal suo atteggiarsi, o ci induca a palpitare pe’ minacciati suoi giorni, moglie del Decemviro di Pompei, o, Signora di Caldora, ci addolori col suo magico impareggiabil delirio…”

Pochi mesi dopo Bellini scrive allarmato a Rubini che se a Vienna Il pirata lo canterà sua moglie, la Comelli Rubini (all’anagrafe la frances Adelaïde Chaumel), sarà un fiasco, “perché questo è un ruolo solo per la Lalande o per simile soprano acuto”. Sempre alla Scala, all’inizio del 1828 la nostra canta Saladino e Clotilde di Vaccai. ”Gli applausi furono alla Lalande, non alla musica” sentenzia I Teatri.

In mancanza di registrazioni, leggiamo che cosa scrive un periodico bolognese a proposito di un recital offerto per amicizia dalla Lalande all’Accademia del Giardino di Milano il 25 marzo ’28 : “brillantissimo e soave suono della bella sua voce… ci ha del suo bel portamento, delle sue grazie, del suo sapere e del puro suo metodo offerta una prova novella; ma più di tutto ci ha mostrato come ella possegga in primo grado il vero genere di canto brillante, come vi corrisponda l’esatta esecuzione, la perfetta intuonazione, il buon gusto nella scelta de’ gorgheggi, insomma tutto ciò che la costituiscono una cantante di primo rango”. Una incisione celebrativa raffigura la diva in un modo giudicato identico all’originale. È del veronese Alessandro Puttinatii, su modello plastico dello scultore bolognese Democrito Gandolfi.

Con quell’arte del canto, in quelle condizioni vocali, (“la sola che possa meritare a buon diritto in questi tempi il titolo di Grande” si legge in una biografia di Mayr del 1828) la nostra si produce poi alla Scala in vari titoli, tra cui Gli Arabi nelle Gallie di Pacini: “mostrossi come al solito l’attrice unica…” scrive un recensore; “l’entusiasmo per la sua aria fu sommo”; e la prima assoluta de I cavalieri di Valenza di Pacini con il contralto Carolina Ungher. Un Otello cantato quando è ancora febbricitante la vede trionfare come Desdemona, e con lo strascico di una gustosa polemica nella stampa: gli avveniristi trovano che Rossini esageri nelle fioriture; un apologeta di Enrichetta crede che l’accusa sia rivolta a lei e insorge a difendere la sua musicalità e il suo gusto.

Il 31 luglio 1828 Enrichetta dà un temporaneo addio alle scene interpretando alla Scala L’esule di Roma di Donizetti; accanto a lei due interpreti dell’originale cast napoletano, Lablache e il tenore Berardo Winter. I Teatri annuncia che è a metà di una gravidanza che la vede in ottima salute, che sta per ritirarsi in una villa sulle colline del lago di Como, non lontana da quella della Pasta; e che lo spettacolo è un suo trionfo personale. Sempre dai Teatri apprendiamo che la gravidanza è stata “piuttosto pericolosa” ma che ha dato felicemente alla luce una bambina. Il 15 novembre alla Scala la neo-mamma crea il ruolo di Mina ne L’orfano nella selva di Carlo Coccia con Lablache e la Ungher; il 26 dicembre, sempre alla Scala, canta L’assedio di Corinto, traduzione in italiano della partitura parigina: aggiunge al terzo atto l’aria di Zelmira, ed è un ennesimo trionfo.

Sappiamo che l’impresario Crivelli si lamenta con i dirigenti dela Fenice che “al mio arrivo in Milano nello scorso carnovale, la prima operazione che feci fu di trattare (Bellini) con tutto l’impegno, e mi fu dato per risposta da sì degno maestro che lui non scriveva che per la Lalande, senza mai volermi spiegare nessuna pretesa…”

Il 14 febbraio del 1829 Enrichetta è Alaide nella prima mondiale della Straniera alla Scala. Bellini le confeziona un ruolo quasi totalmente privo di melismi; e non disponendo di Rubini appoggia tutta l’opera su di lei. “Ardirei dire”, osserva il recensore de I Teatri dopo la prima, “che in tutta l’opera la tessitura del canto della Lalande era un po’ troppo alta…ma la Lalande si conservò uguale a se stessa, o piuttosto, in tal sera, sorpassò se medesima”.

È lei stessa a capire che la vocalità di Alaide non giova alla sua voce. In prospettiva storica la Méric Lalande si unisce a un illustre gruppo – Rubini, Tamburini, la Pasta - cui le tessiture belliniane e il forte impegno emotivo che le sue opere impongono alla lunga finiscono per danneggiare l’organizzazione vocale. Il musicologo francese Adrien Lafage sintetizzerà tredici anni dopo: ”(La Straniera) fu il trionfo e l’anticipata fine di una cantatrice francese, Madame Méric Lalande, che in questa parte innalzossi a un grado che mai aveva raggiunto né raggiunse dappoi”