L’ape musicale

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Innanzi a lei tremò tutta Roma

di Roberta Pedrotti

“tum vos, o Tyrii, stirpem et genus omne futurum

exercete odiis, cinerique haec mittite nostro

munera. nullus amor populis nec foedera sunto.

exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor

qui face Dardanios ferroque sequare colonos,

nunc, olim, quocumque dabunt se tempore vires.

litora litoribus contraria, fluctibus undas

imprecor, arma armis: pugnent ipsique nepotesque.” (Virgilio Aeneis, IV, 622-9)

“D'ora in poi, voi, o Tirii, trattate con odio la stirpe e tutta la discendenza futura, ed inviate alla nostra cenere questi doni. Fra i popoli non ci siano alcun amore né patti. Sorga un vendicatore dalle nostre ossa e insegua i coloni Dardani col ferro e col fuoco, ora e sempre, in qualunque tempo ci saranno forze. Invoco lidi opposti a lidi, flutti a flutti, armi ad armi: combattano essi stessi e i loro discendenti” Questa la maledizione di Didone che grava sulle sorti dell'Impero Romano e a cui non troppo indirettamente risponde dall'aldilà Anchise spronando “Tu regere imperio populos, Romane, memento”, “Ricorda, Romano, che il tuo destino è di governare i popoli con il tuo potere”. Eppure la minaccia di una donna, in una società schiettamente patriarcale che non pare conoscere troppe vie di mezzo fra Lucrezia e Messalina ma che pure ha conosciuto vividi esempi di potere al femminile, continua a scuotere l'immaginario del buon Civis Romanus.

Prima, in ordine di tempo, fu ancora una cartaginese, Sofonisba, andata in sposa prima a Siface, poi a Massinissa, re numidi, incarnò la fatale seduttrice capace di sobillare gli uomini contro Roma, ma guadagnò il rispetto del nemico per la dignità stoica con cui si diede la morte per non cadere preda dei vincitori.

Pure suicida in condizioni simili, ma di ben altra fama, è Cleopatra, che rappresentò per Roma un pericolo ben più concreto, insidioso e tangibile, non solo un'avversaria militare, ma un'attiva sovvertitrice degli equilibri interni e degli stessi principi della Res Publica: se Cesare veniva visto dagli avversari come un potenziale restauratore della monarchia, la regina d'Egitto si presentò a Roma già come sovrana in pectore, con l'aggravante, lei straniera, di contendere il talamo alla legittima consorte Calpurnia e d'insinuare, soprattutto, l'aborrito modello monarchico orientale con cui già Alessandro Magno aveva scandalizzato molti ellenici, mutuandolo dall'eterno nemico persiano.


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