L’ape musicale

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Viriliter imperante

L'Historia Augusta si sofferma ampiamente sulle vicende di Zenobia, sia trattando delle vicende di Gallieno e Claudio il Gotico, sia, ovviamente, di Aureliano, e soprattutto nel capitolo sui Trenta Tiranni (Tyranni Triginta), fra i quali trova spazio anche con un ampio paragrafo (il XXX) a lei consacrato e che riportiamo in appendice. Non sembra superfluo notare a margine il successo sinistro del nome dei Trenta Tiranni, dalla breve quanto traumatica esperienza ateniese fino alla forzosa similitudine con una serie, non sempre affidabile sotto il profilo storico, di usurpatori del potere imperiale romano.

Da questa fonte si evince che Zenobia salì al trono succedendo allo sposo Odenato e al di lui figlio di primo letto, rimasti uccisi, come reggente per i figli propri, ancora troppo piccoli, “non muliebriter neque more femineo”, bensì “multis imperatoribus fortius atque solertius” e, ancora, “viriliter imperante”, in aperto contrasto con la debolezza femminea denunciata nell'imperatore Gallieno. Ancora, dopo aver celebrato le abilità venatorie di Odenato (Tyranni Triginta, XIV) l'autore precisa subito che la moglie non era da meno: “non aliter etiam coniuge adsueta, quae multorum sententia fortior marito fuisse perhibetur, mulier omnium nobilissima orientalium feminarum et, ut Cornelius Capitolinus adserit, speciosissima”.

Al contrario del consorte, baluardo del potere centrale romano in Oriente contro l'eterno nemico persiano e moti centrifughi e indipendentisti interni, una volta conquistato il potere, (e l'ambiguità con cui si allude a un suo coinvolgimento nella morte del marito non può non richiamare alla mente il modello di Semiramide), Zenobia, regnante dal 266/7 nel nome del figlioletto Vaballato, si avvicina sempre più alla Persia, intraprende campagne espansionistiche che vanno dall'Egitto all'Asia Minore, da Alessandria ad Ankira. È un momento delicato per l'Impero, che deve affrontare queste e altre forze digreganti interne ed esterne e il problema è tamponato concedendo nel 270 alla regina di Palmira di mantenere i possedimenti acquisiti e, per Vaballato, i titoli ereditati dal padre (imperator, dux Romanorum e corrector totius Orientis). A Zenobia, però, non basta: nel volgere di un anno batte moneta attribuendo a sé e al figlio il titolo di Imperator Caesar Augustus, chiaro segno di sfida nei confronti di Roma, indice di volontà d'indipendenza e dell'ambizione a porsi a guida di un nuovo impero orientale. Aureliano, in questo caso, non può stare a guardare, e, una volta stabilizzata la situazione su altri fronti, interviene massicciamente, riprende i territori conquistati da Zenobia e, infine, riesce a sgominare il suo esercito e a farla prigioniera.


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