L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Tanto è forte che non cederà, non sfiorirà

 di Andrea R. G. Pedrotti

La Giornata Europea di Cultura Ebraica, dedicata al racconto, è l'occasione a Verona per incontri dedicati al linguaggio e alla musica, indagando anche il rapporto fra censura, jazz e swing italiano a ottant'anni dal crimine delle leggi razziali.

VERONA 14 ottobre 2018 - Era il 1957 quando William Chomsky, padre di Noam, pubblicò l’opera Hebrew, the Eternal Language. Erano gli anni di poco successivi alla proclamazione di indipendenza dello Stato ebraico (1848) da parte dell’indimenticato David Ben Gurion, il periodo in cui l’ebraico tornava a essere non solo lingua d’uso, ma anche lingua ufficiale di una Nazione, non più relegata esclusivamente all’ambito liturgico.

L’ebraico è un linguaggio eterno, poiché il testo, simbolo ed emblema del popolo di Israele, è immutabile, unica fra tutte le lingue ad aver saputo rinascere dall’epoca antica ai nostri giorni. Non si tratta tuttavia di un “eterno ritorno”, nulla ha a che spartire con le discutibili, e sovente deliranti, teorie di Friedrich Nietzsche.

In occasione di questa giornata europea di cultura ebraica, il filo conduttore che univa le comunità israelitiche di ben ventotto Paesi del vecchio continente era “Storytelling, Le storie siamo noi”, un racconto utile a comprendere, come sempre, la cultura e l’evoluzione di un popolo capace di evolversi e rinnovarsi, restando, apparentemente, sempre uguale a se stesso, forte d’un libro e d’un linguaggio comune, ma che con le diverse interpretazioni della parola (termine iconico per l’ebraismo) assorbiva di continuo il meglio (e spesso migliorava) le culture che andava incontrando: che fossero egizi, babilonesi, tedeschi o americani.

La comunità ebraica di Verona e Vicenza, come sempre, non si è fatta trovare impreparata e ha visto popolare le sue sale di un ampio numero di visitatori, nonostante la città di Verona fosse animata da numerose e festose manifestazioni di carattere enogastronomico.

Come da tradizione la mattinata è stata destinata alla visita della splendida Sinagoga cittadina e, attorno all’ora di pranzo, alla gastronomia ebraica, con la partecipazione indispensabile quanto preziosa dell’Adei-Wizo di Verona.

Nel pomeriggio abbiamo scelto di assistere prima all’incontro con l’insegnante di ebraico della comunità veronese, Eli Levy, intitolato “Storytelling ebraico. Dalla Bibbia ad oggi”, che giustamente non aveva la pretesa di essere una lezione di ebraico o di linguistica irta di tecnicismi cari agli addetti ai lavori, bensì un percorso assai efficace all’interno della lingua e delle sue evoluzioni, con le sue contaminazioni, i prestiti e i calchi che tuttavia non ne hanno intaccato la struttura, tanto che l’ebraico moderno non può dirsi, a oggi, lingua differente da quello (forse impropriamente) definito come biblico. Sono interessanti le notazioni lessicali, raccontate in maniera simpaticamente coinvolgente da Eli Levy.

Subito nell’elegantissimo Salone della comunità abbiamo ascoltato, mescolati in un folto pubblico, il diario immaginario scritto da Andrea Ranzato “Klezmorim erranti: dagli shtetlekh europei a New York City, via Verona”, che raccontava in maniera assolutamente verosimile la storia di alcuni Klezmorim (alcuni dei quali assai celebri) che errando, viaggiando per l’Europa, passavano da Verona, conoscevano la città di Romeo e Giulietta, fino ad affezionarsi alla comunità locale e alla vita che qui si trascorreva. La linea narrativa era coinvolgente e, ovviamente, indugiava, sulla permanenza veronese, resa intrigante e umana da dettagli che rendevano familiare le vicende narrate a chi abbia vissuto in riva all’Adige.

Sempre nel medesimo salone, sempre innanzi a un folto pubblico, è stato il momento dell’esibizione della musicista, veronese d’adozione, ma russa di natali, Elena Bruk, che, con la presentazione di Roberto Israel (Presidente della locale sezione dell’Associazione figli della Shoah, consigliere UCEI e studioso dell’ebraismo italiano), ci ha guidati attraverso un intenso concerto vocale, che aveva come filo conduttore “Le leggi razziali e l'impatto sul jazz italiano in epoca fascista. La censura e lo swing italiano negli anni ’30-’40”. Un racconto ironico che faceva comprendere come lo stile che avrebbe portato al Jazz americano ebbe origine presso le comunità ebraiche italiane.

Fra le bislacche censure perpetrate dal criminale regime fascista può sembrar assurdo notare come persino uno dei canti maggiormente celebri del ventennio più vergognoso della storia d’Italia fosse “Faccetta nera”, mutato in “Faccetta bianca” per motivi di purezza della razza.

Gli ebrei continuavano a far musica, persino a Berlino, perché, volenti o nolenti, della qualità artistica e professionale che gli ebrei sanno fornire, nonostante restrizioni o le leggi razziali, non si può fare a meno, non del tutto. Al massimo si posso privare dei meriti, ma la storia rende, purtroppo a posteriori, molti dei riconoscimenti che erano stati negati a suo tempo.

Una fra tutte le canzoni interpretate, ha provocato una certa commozione fra i presenti (compreso il sottoscritto), che è “Ma l’amore, no”. Pensiamo al testo, che è, in fondo un racconto di vita: “Ma l'amore no,\ L'amore mio non può\ Disperdersi nel vento con le rose\ Tanto è forte che non cederà, Non sfiorirà.” e prosegue “Forse te n'andrai\ E d'altri amori le carezze cercherai.\ Ahimè!\ E se tornerai già sfiorita\ Ogni dolcezza troverai in me”; “Ma l'amore no,\ L'amore mio non può\ Dissolversi con l'oro dei capelli,\ Finch'io viva sarà vivo in me,\ Solo per te.” Non è forse un’ode alla costanza, alla speranza (Hatikvah, tra l’altro inno di Israele) di un sentimento? La forza morale dentro di sé che, per gli ebrei, ha tenuto in vita un popolo per secoli e millenni, capace di ritrovarsi e raccontarsi ancora in questo 2018, nonostante persecuzioni, calunnie e vessazioni di ogni sorta? Notiamo anche che viene cantato da una donna (sia nel salone veronese, sia nella versione originale), perché è sempre e solo la potenza della donna a tenere in vita un popolo. È proprio il secondo libro della Torah a rammentarci e sottolinearci la forza e la potenza della donna. Un altro simbolo di una comunità religiosa proiettata da sempre verso il futuro e il progresso.

Durante tutta la giornata erano programmate visite guidate al ghetto e alla Sinagoga, al cimitero ebraico di via Badile e la mostra permanente “Momenti di vita ebraica”, a cura di Adei-Wizo.