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Dignità e umanità nella memoria

 di Andrea R. G. Pedrotti

מִזְמ֥וֹר לְדָוִ֑ד יְהוָ֥ה רֹ֜עִ֗י לֹ֣א אֶחְסָֽר׃

בִּנְא֣וֹת דֶּ֭שֶׁא יַרְבִּיצֵ֑נִי עַל־מֵ֖י מְנֻח֣וֹת יְנַהֲלֵֽנִי׃

נַפְשִׁ֥י יְשׁוֹבֵ֑ב יַֽנְחֵ֥נִי בְמַעְגְּלֵי־צֶ֗֜דֶק לְמַ֣עַן שְׁמֽוֹ׃

גַּ֤ם כִּֽי־אֵלֵ֙ךְ בְּגֵ֪יא צַלְמָ֡וֶת לֹא־אִ֨ירָ֤א רָ֗ע כִּי־אַתָּ֥ה עִמָּדִ֑י שִׁבְטְךָ֥ וּ֜מִשְׁעַנְתֶּ֗ךָ הֵ֣מָּה יְנַֽחֲמֻֽנִי׃

תַּעֲרֹ֬ךְ לְפָנַ֙י׀ שֻׁלְחָ֗ן נֶ֥גֶד צֹרְרָ֑י דִּשַּׁ֖נְתָּ בַשֶּׁ֥מֶן רֹ֜אשִׁ֗י כּוֹסִ֥י רְוָיָֽה׃

אַ֤ךְ׀ ט֤וֹב וָחֶ֣סֶד יִ֭רְדְּפוּנִי כָּל־יְמֵ֣י חַיָּ֑י וְשַׁבְתִּ֥י בְּבֵית־יְ֜הוָ֗ה לְאֹ֣רֶךְ יָמִֽים׃

Questo passo in ebraico, il Salmo 23, fu scritto da Re Davide: non va tradotto, perché ogni tradimento, o traduzione che dir si voglia, del testo farebbe perdere l’intensità che il più celebre fra i monarchi d’Israele seppe imprimere in parole che attraversano i secoli in quella che, giustamente, venne definita The Eternal Language. Se ne può tradurre una parte, certo, ma non prima di aver affrontato un discorso, seppur superficiale, circa ciò che può rappresentare nel ricordo di oggi.

Come ogni anno la sezione veronese dell’Associazione Figli della Shoah, propone un’iniziativa che coinvolga la cittadinanza, non solo nella giornata simbolica del 27, ma per un’intera settimana, dal 22 al 28 gennaio.

I primi anni l’Associazione ebbe l’intuizione di trasportare un carro piombato d’epoca in Piazza Bra e far salire su di esso i visitatori, in modo che potessero rendersi conto del senso claustrofobico provato dai prigionieri, in procinto di essere trasportati ai diversi campi di sterminio nazisti, udendo, ininterrotto, l’elenco dei nominativi degli ebrei condotti alla volta del binario 21 di Milano verso il sistematico sterminio concepito da tedeschi e italiani.

Dal 2017 il carro non viene più gestito esclusivamente dall’Associazione Figli della Shoah, che ha pensato di ampliare l’offerta culturale con l’allestimento di una mostra all’interno del cortile della Gran Guardia, poi ripetuta con l’allestimento di un bianco Gazebo sito proprio di fronte al vagone in Piazza Bra.

I primi due anni (2017-2018) il tema, nonché il titolo, dell’esposizione era “Binario 21”, mentre per questo 2019 si è pensato a un rinnovamento con la mostra “Infanzia rubata”. La tematica della fanciullezza è sempre stato ritenuto l’aspetto fondamentale per il ricordo della Shoah dalla presidentessa dell’Associazione, la Senatrice Lilliana Segre. Ella fu deportata da bambina e fece ritorno a casa solo da adolescente e rappresenta l’incarnazione medesima di una “infanzia rubata”.

I pannelli, da visitare in un percorso obbligato, guidano l’ospite attraverso l’orrore della disumanizzazione dell’uomo condotto al campo di sterminio. I bambini, una volta giunti a destinazione, venivano eliminati, assieme agli anziani, per primi, poiché essi non erano un “pezzo” (come erano chiamati nel linguaggio nazifascista) utile al lavoro.

A ispirare il contenuto dell’iniziativa è l’opera di Janusz Korczak, nato Henryk Goldszmit, che cercò di dar conforto ai bimbi dell’orfanotrofio del ghetto di Varsavia prestando la sua opera di medico e pedagogo: fu deportato la mattina del 5 agosto 1942, assieme ai ragazzi affidati alla sua custodia e badò che il trasporto avvenisse nel rispetto della dignità dei piccoli, vestendoli bene e occupandosi del loro decoro. Janusz Korczack rifiutò di abbandonarli. Morì durante il viaggio verso il Campo di sterminio di Treblinka.

Sembra che la sua vita e la sua morte siano state un ossequio al Salmo 23: le maestre ebree facevano cantare le parole vergate da Re Davide, affinché affrontassero il cammino verso l’annientamento senza mai perdere fiducia e l’essenza della vita, l’unico modo per sfidare l’annientamento del “Mensch” (termine comune al tedesco e alla lingua Yiddish) da parte della barbarie nazifascista.

Non tutti i pannelli dell’esposizione appaiono rinnovati; alcuni, fondamentali, permangono perché, nel loro contenuto, sottolineano anche il contenuto dell’infanzia rubata. Nei pressi dell’uscita, poco prima di riaffacciare lo sguardo sul Liston, si possono osservare gli ultimi due cartonati: su uno le, tragiche, deportazioni di tutti coloro che, invisi ai governi italiano e tedesco, rappresentavano una minaccia per le loro idee, le loro azioni, la loro singolarità; sull’altro gli ebrei che non avevano possibilità di abiura, non avrebbero avuto salva la vita nemmeno nel tradimento della loro natura, perché per nazisti e fascisti era la loro natura, la loro origine genetica, a costituire una minaccia, la loro stessa esistenza in vita. Nessuno di loro poteva essere più Mensch, andava annientato nella macchina di morte. Chi porta avanti le generazioni, chi rappresenterà il futuro è da sempre rappresentato dall’infanzia, per questo la mostra vuole ricordare quell’infanzia che non ha avuto possibilità di proseguire nel cammino della vita.

L'ultima, necessaria, si cocnentra sull’etimologia del termine “Ebreo” che rappresenta proprio un concetto di “cammino”, di “percorso”, di pensiero, di ragionamento, di umanità. Se esiste una grande differenza fra l’ebraismo e il cristianesimo sta proprio in questo: il cristianesimo esalta il martirio, l’ebraismo la vita, poiché l’esistenza stessa è un “percorso”, un “cammino” continuo. Interromperlo sarebbe stata la vera sconfitta e la vittoria di chi ambiva all’annientamento del popolo d’Israele.

Janusz Korczak combatté per preservare nei giovani, con la dignità e l’umanità, il senso della vita, che è componente fondamentale dell’ebraismo, assieme al ragionamento, quel ragionamento richiesto alle nuove generazioni affinché, visitando la mostra, si rendano conto di ciò che è stato.

La parte centrale del salmo 23 così recita “Anche se dovessi andare nella valle dell'ombra della morte, non temerò alcun male, perché Tu sei con me e la Tua verga e il Tuo bastone mi danno conforto"

La speranza resta sempre che, dopo Austria e Germania, che da anni hanno ammesso le loro colpe per la Shoah, anche l’Italia segua l’esempio, non solo nelle parole, ma anche nei fatti.

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Verona, Viaggio nella memoria Binario 21