L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Un Corvo Bianco tra i suoi coetanei

 di Michele Olivieri

Il grande pregio di Nureyev è stato l’apporto fondamentale al ruolo maschile nella danza con la totale straordinarietà tecnica e innovativa delle sue coreografie, un’unione di carisma innato e di vitalità istintiva che il protagonista del film non riesce a far emergere anche nelle più celate sfumature.

Leggi anche il commento di Gina Guandalini all'anteprima di The White Crow

Trasporre la vita di un artista in un film è cosa non facile, di un grande artista è cosa alquanto ardua, di un mito è cosa praticamente impossibile. La sceneggiatura di The white crow prende avvio dalla biografia di Julie Kavanagh dalla quale Ralph Fiennes ne trae un lungometraggio sulla vita del “ballerino dei ballerini”, concentrando il fulcro della narrazione sul suo passaggio all’Ovest avvenuto nel 1961, all’età di ventitré anni, per poi rivedere la patria russa natìa solo ventisei anni dopo, diventando così la prima figura di rilievo a disertare il proprio paese, chiedendo asilo politico alla Francia, in nome della libertà non solo personale ma anche intellettuale nel nutrire una reale necessità di cultura, di conoscenza, di sapere, per allargare l’intima prospettiva a mondi nuovi lasciando l’indole quale sopravvento degli accadimenti.

La trama è stata ampiamente illustrata dalla stampa e dai media, però è impensabile racchiudere vite straordinarie, come quella singolare del tartaro voltante, in un biopic senza avvertirne un fattore di insoluto. La letteratura in questo senso restituisce maggiore visibilità e sentore, lasciando aperta la porta all’individuale immaginazione. Quando si tratta di figure emblematiche il passo è complicato nel ricostruire la magia e l’unicità del personaggio mediante qualunque altro interprete, pur di spessore come Olev Ivenko, protagonista del film.

Per chi ha avuto la fortuna di ammirare Nureyev in scena o di incontrarlo nella vita quotidiana si accorgerà che ciò che manca alla pellicola è il suo inconfondibile carisma, dote fondamentale da cui il tutto diventa imprescindibile, certamente il grande pregio di Rudy artista è stato l’apporto fondamentale al ruolo maschile nella danza con la totale straordinarietà tecnica ed innovativa delle sue coreografie, un’unione di vitalità istintiva, di energia, di controllo e virtù che Ivenko, ballerino russo presso la “Tatar State Opera & Ballet” nella Repubblica russa del Tatarstan, non riesce a cogliere nelle più recondite sfumature. Sergei Polunin d’altro canto, pur avendo un piccolo ruolo secondario (Yuri Soloviev, rivale di Nureyev nella compagnia russa e suo compagno di stanza in albergo presso la tournée francese), riesce ad avvicinarsi al guizzo armonico di Nureyev con quella particolare sregolatezza che si tramuta in luce.

Le scene di balletto che riecheggiano la compagnia del Kirov all’Opéra di Parigi ed in particolare quelle delle lezioni presso l’Accademia Vaganova di San Pietroburgo, ai tempi Leningrado con il nome “Scuola di Coreografia”, trovano una realtà ben tangibile nell’interpretazione di Fiennes nel ruolo del Maestro Alexander Ivanovich Pushkin grazie ad una veritiera ricreazione degli ambienti e dell’atmosfera, in parte girati all’Hermitage e al Louvre restituendo più che un film sulla figura di Nureyev la storia di un processo fecondo e creativo nella totale solitudine dell’artista volta al raggiungimento della perfezione stilistica, estetica e concettuale. Focalizzando da allievo, la sua indole e la poco entusiastica accoglienza per la sua età avanzata, dalla commissione esaminatrice seppur venendo riconosciuto il talento emersero le prime asperità di un carattere difficile e ribelle.

Nel cast anche Adèle Exarchopoulosnel ruolo di Clara Saint, Chulpan Nailevna Khamatova (Xenia Jurgenson), Aleksey Morozov (Strizhevsky), Ravshana Kurkova (Farida Nureyev), Louis Hofmann (Teja Kremke), Olivier Rabourdin (Alexinsky), Maksimilian Grigoriyev (Rudolf Nureyev da bambino), Yves Heck (Jagaud-Lachaume) con la sceneggiatura firmata da David Hare e le coreografie a cura di Johan Kobborg. Da sottolineare il buon doppiaggio italiano con le voci di Stefano Sperduti, Valentina Favazza, Roberto Pedicini, Francesco Pezzulli e Massimo Bitossi.

Interessanti le sequenze avvalorate dalla presenza di Madame Natalia Dudinskaya (interpretata da Anna Urban) e di Pierre Lacotte (interpretato da Raphaël Personnaz), l’accenno all’omosessualità, la relazione clandestina con la moglie di Pushkin, i vari flashback per meglio cucire la sequenza cronologica degli eventi tra cui quello avvenuto ad Ufa, città che gli ha dato i natali, in cui nel teatro locale Rudolf assiste con i suoi cari ad un balletto interpretato dall’étoile Zajtuna Nazredtdinova dove prende coscienza della predilezione per la musica e per l’ardore votato a Tersicore, senza tralasciare le sequenze legate al “treno” simbolo che non è altro se non il desiderio di auto-realizzazione, un bisogno di cambiamento, uno spostamento vero e proprio intervallato da un viaggio interiore. Per Nureyev il treno rappresentava la vita, la famiglia, la nascita, gli incontri, il movimento, la vitalità, l’indipendenza nel decidere di pensare, esprimersi ed agire senza costrizioni sociali o politiche.

Ciò che si apprezza in maggior misura è il messaggio che aleggia nelle due ore di proiezione riferito ad una educazione rivolta all’arte, all’amore che Rudolf nutriva per il balletto passando dalla pittura, alla scultura, alla musica, all’antiquariato, alla storia lasciando così trasparire il mero concetto che nella danza la tecnica non è sufficiente, se non si possiede una storia da raccontare non si ha una ragione per ballare, si passa un infinito tempo a migliorare e correggere la tecnica, pensando esclusivamente ad essa invece di concentrarsi sul contenuto. Certamente Ralph Fiennes si dimostra regista accurato ed attore ben calato, anche se a tratti la narrazione appare lenta, forse un uso maggiore del balletto avrebbe infuso una corposa intensità di fascino.

Una celebre frase di Nureyev, passata alla storia recita testuali parole: “Ognuno vorrebbe essere il più grande, ma Dio non può accordare quest’onore a tutti.” Tale pensiero, nel filmato che accompagna i titoli di coda, ne è l’esatta conferma.

 


 

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