L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Una composizione di arti visive

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web importanti proposte arrivano direttamente a casa dando una mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Il Teatro San Carlo ha trasmesso in collaborazione con Rai Cultura la versione danzata dei Carmina Burana firmata dal coreografo Shen Wei.

NAPOLI, aprile 2020 - Il fascino dei Carmina Burana rivive sulla scena nell’immaginario spettacolo firmato dal coreografo Shen Wei per il Teatro San Carlo di Napoli, ispirato al celebre corpus di testi poetici medioevali e all’omonima composizione di Carl Orff. La cantata scenica in versione coreografica viene sviluppata, definita, riletta e allestita – nelle intenzioni del coreografo a compimento dell’opera stessa – per mezzo di dinamiche, sequenze e danze di matrice contemporanea aleggiando ciò che trascende il mondo fisico. Le funzionalità di ogni spostamento rispecchiano una realtà stilistica sperimentale, la quale ‘dovrebbe’ culminare in qualcosa di universale. La ricerca coreografica di Shen Wei è delimitata, poco graffiante, quasi labirintica, come se prendesse forma dalla costruzione di Dedalo dove la nozione rende difficile allo spettatore l’orientamento e quindi l’uscita.

L’allestimento moderno ispirato ad antichi testi scritti in un idioma intrecciato di latino, francese e tedesco presenta rituali anagrammati che inneggiano al vino, all’amore erotico, al cibo pur essendo legati allo scorrere del tempo e alla denuncia della liturgia, della ricchezza, del potere e del perbenismo tra condanne alla dissolutezza e al clero, incoraggiando le fanciulle a godere del piacere derivante dai sensi. Wei ha impresso la sua personale concezione affrescando i danzatori in pose plastiche e detenendo i cantanti in statue per liberarli in anime.

Buona la parte strumentale e vocale (solisti il soprano Angela Nisi, il controtenore Ilham Nazarov e il baritono Valdis Jansons), buona la parte esecutiva tersicorea seppur supportata da dinamiche ordinarie e ripetitive senza smalto, la presenza teatrale e tecnica dei danzatori è ben tangibile trovandosi però in disarmonia tra la potente musica e la debole danza. Nello specifico troviamo il Preludio affidato alla donna in bianco (Sarah Lisette Chiesa), all’ombra (Jordan Isadore), per passare all’Amore con la donna in rosso (Cecyl Campbell), all’ombra (Jordan Isadore), arrivando nella Taverna con il cigno (Salvatore Manzo), la donna in blu (Cynthia Koppe), l’ombra (Jordan Isadore), scoprendo la Fortuna con la donna in blu (Cynthia Koppe), la donna in rosso (Cecil Campbell), la donna in verde (Roberta De Intinis), la donna in bianco (Sarah Lisette Chiesa), la donna in nero (Giordana Maura) e trovando L’uomo (Valdis Jansons baritono), La donna (Angela Nisi soprano), Il cigno (Ilham Nazarov controtenore) il tutto tra sole, luna, nuvole, stelle. Commissionato dal Teatro San Carlo di Napoli, dove è andato in scena nel 2014, l’allestimento è del coreografo cinese di adozione newyorkese, che ne ha curato coreografie, ideazione visiva, scene e costumi, con l’aggiunta per la prima volta di altri quattro brani tratti dal codice Cantiones Profanae, orchestrati su melodie di epoca medievale da Jordi Bernàcer alla guida dell’Orchestra. Presenti al gran completo i complessi artistici del San Carlo: il Coro diretto da Salvatore Caputo, il Coro di Voci Bianche diretto da Stefania Rinaldi e il Corpo di Ballo diretto da Alessandra Panzavolta, con trentadue danzatori dell’ente lirico napoletano e sette della “Shen Wei Dance Arts”.

La regia televisiva di Felice Cappa non ha particolarmente brillato per le troppe riprese aeree. “I Carmina Burana” - ha detto Wei - “sono una partitura estremamente nota, immediata, in qualche modo svilita dalla sua estrema popolarità. Tuttavia, ascoltandola nel profondo, ho ritrovato la sua purezza e la sua bellezza autentiche, ed è questo ciò che voglio trasmettere al pubblico (…) Allestire questo spettacolo è stata per me una vera e propria sfida, nella quale ho curato i movimenti dei cantanti, i loro costumi, le scene e naturalmente le coreografie. Ma soprattutto, non essendoci un libretto vero e proprio, ho ideato una narrazione coreografica e visiva, nel rispetto della struttura originaria di Orff, in cui i movimenti si susseguono e si legano l’uno l’altro, descrivendo ciascuno una poesia o la sensazione della musica dei singoli canti”. Sicuramente questa produzione ha dalla sua un quadro denso di suggestioni e nell’area delle arti visive - o come si suol dire visuali - il pregio è stato quello di costituire appieno la categoria figurativa, sottovalutando però la coreografia per una partitura nata non per il balletto. L’incorporazione tra le arti risulta così confusa lasciando alle molteplici attività creative di She Wei un’assemblage di ingenua ‘osservazione’ (pur realizzata con estremo lusso e senza alcuna limitazione in originalità e spettacolarità), che però nell’allestimento del San Carlo diventa l’unica vera protagonista, a discapito di musica, canto e soprattutto danza emozionale.


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