L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Tra Oriente ed Occidente

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Non si può andare a teatro ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, bisogna solo fruirne in maniera differente. Grazie al web importanti proposte arrivano direttamente a casa, dando così una mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Sul canale youtube dell’English National Ballet registrato al Milton Keynes Theatre nel Buckinghamshire, in Inghilterra, è stata temporaneamente visibile la coreografia d’archivio intitolata Dust di Akram Khan con gli Artisti dell’English National Ballet e la partecipazione straordinaria di Tamara Rojo, James Streeter, Fabian Reimair.

MILTON KEYNES, aprile 2020 – L’energia è la vera protagonista di questa coreografia, un’energia potente che investe lo spettatore peroriginalità e fusione, andata in scena in prima mondiale nel 2014 al Barbican Centre di Londra. C’è un soffio che si riverbera nei vari elementi stilistici e narrativi, quella forza di un misticismo che fuoriesce in una contemporaneità dove l’aspetto malinconico deve contenere il suo contrario, e il sentimento deve fondere la purezza con il male. Dust è il contenuto esatto di una ricerca sul realismo della memoria nel celebrare il centenario della prima guerra mondiale. Akram Khan impronta nitidamente lo scorrere dei molteplici enigmi dell’oscuro così colmi di una consapevolezza che non viene mai abbandonata, nemmeno nel pieno della visione coreografica. Il registra/coreografo ha voluto porre l’accento sullo spostamento sociale a carico delle donne e di coloro che fabbricavano le armi ben sapendo che avrebbero ucciso le figure maschili di riferimento per gli altri, ma affinché qualcuno vivesse, qualcun altro era pronto a mettere a repentaglio la sua vita. C’è dunque una straordinaria vitalità di riscatto in questa performance, nel risveglio di sensi dimenticati, che lottano sotto la soglia della coscienza, per lasciare la loro traccia in un simbolico canto di liberazione, in una sorta di rito iniziatico, una notifica della guerra e del travaglio emotivo che ne consegue, senza dimenticare la figura della donna, forzatamente spettatrice passiva di un abominio ma ben attiva sulla forza lavorativa. Un omaggio, un residuo simbolico della consapevolezza pur venato da una conformazione crepuscolare. La musica poderosa di Jocelyn Pook (Orchestra dell’English National Ballet Philharmonic diretta da Gavin Sutherland) ha inglobato lo stile del kathak a quello contemporaneo, ma con una tendenza comune ed armoniosa, quella di una prospettiva efficiente che si fa essenza, nucleo centrale di forza. Il kathak è un tipo di danza classica dell’India, con passaggi alternati tra mimo e danza, trasportata nel tempo sino in medio oriente e poi nella Spagna araba. Gode di un dizionario preciso, le dinamiche appaiono cadenzate e scandite da spediti giri in scioltezza, tra velocità e suggestiva immobilità, capace nella visione di Khan di fondere lo storico con il contemporaneo a favore dell’evoluzione. Nel finale appare un massiccio passo a due sul turbamento provocato dalla commozione, traendo forza dalla fisicità degli splendidi ballerini, che liberano così la ferita. L’oscurità accompagna il pezzo fin dall’apertura, le contrazioni singole fanno seguito coralmente agli empatici artisti dell’English National Ballet che passo dopo passo si sottraggono lo sporco dalle mani come in un rituale devozionale, per proseguire con un movimento che si fa pratica nel rivolgersi all’entità del sacro, un momento di meditazione nell’interscambio tra cielo e terra. La creazione (drammaturgia di Ruth Little)vuole essere forma, quindi, ma anche messaggio, cogliendo le caratteristiche di ogni elemento. Mentre l’allestimento (scenografia di Sander Loonen, fotografia di Fabiana Piccioli), giusto nei tempi di esecuzione, risalta la serialità del progetto lasciando spazio ai corpi degli interpreti mediante un’umanità decaduta e degradata, nella capacità di tornare a godere quanto è andato perduto. L’equilibrio armonico di linee, proporzioni e opposizioni percorre l’esibizione con una fitta trama di concordanza. Akram Khan, londinese di origine bengalese, crea per rifiorire e restituire a nuova vita, per non dimenticare. Citando Paulo Coelho “La cosa peggiore non è cadere, bensì non rialzarsi e giacere nella polvere”.

 


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