L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Elettronica e lustrini

di M. C.

In riferimento alle recenesioni dal RoBOt08 dell'ottobre 2015: Bologna, RoBOt08, 07/10/2015 e Bologna, RoBOt08, 07-10/10/2015

Bologna, 7-10 ottobre 2015 – All’ottava edizione del roBOt quest’anno non manca proprio nessuno: tre giorni densissimi di musica elettronica e arte digitale, un vortice spazio temporale, un buco nero e verde, nel quale si viene risucchiati proprio malgrado, tale è stata la mole di propaganda e simboli. Una città che diventa roBOt08, per tre giorni.

Per chi segue questo evento da quando era un cumulo di ingranaggi in fasce, appare chiaro che quest’anno il roBOt08 è diventato grande grande, come una futuristica città dei balocchi  meccanica, macchinosa, proibitiva, deludente…

Promette, il roBOt08, promette con la sua line-up allettante, il vestito tirato a lucido come in una tre giorni di gala, un circo mondano e trendy con luci e lucette, tante, ma ripetitive, forse un codice binario che – da essere umano tutta carne ed emotività, vista orecchi e anima – non sono riuscita a decifrare, o forse invece sono solo ninnoli scintillanti e lustrini fatti per distrarre, come un gingillo appariscente, costosissimo (è uno dei più costosi festival del genere), per non fare vedere che sotto il vestito di silicio e virtualità, in realtà, niente.

Bravo Stromboli, bravo Godblesscomputers, brava Holly Herndon, brava Suz, bravi tutti quegli artisti che sono riusciti a essere comunicativi e descrittivi, che hanno incantato con la loro musica, a scapito della struttura abbagliante in cui erano inseriti. Meno bene, molto meno bene invece il resto delle trendyssime e tiratissime serate finali fatte di divertentismo e scimmiottamento di festival più collaudati ma meno freddi e meno pretenziosi, con VJing francamente poco innovativi e molto uguali a se stessi, fatti di lineette pixellate che fan venire nostalgia degli effetti di  Winamp. A fine roBOt il sentore generale è di delusione, di rabbia. Ci si sente un po’ presi in giro da un’entità un po’ banale che di umano e di passionale ha ben poco: questo roBOt ha fame di soldi, ha fame di fama, ha fame di lucette e di apparire, ma di arte ha fame ben poco.

Eppure l’Italia offre esempi di festival simili molto ben riusciti, vedi il torinese Club To Club, e, senza andare troppo lontano, l’Emilia ha visto negli ultimi dieci anni tante proposte meravigliose e occasioni per scoprire quella che è la scena elettronica video e musicale, come il bellissimo e compianto Control+C di Carpi e l’interessantissimo e ormai ridotto a serate una tantum Node di Modena. È vero, questi ultimi hanno avuto vita difficile e morte facile, ma proprio perché innovativi e scintillanti e pieni di anima, tanto vivi e propositivi. Il roBOt invece ormai non può morire, perché pare un mostro senza vita, freddo e compiaciuto nella propria grandezza, con ingranaggi ben oliati e fame fame fame. Non pensavo che le macchine avessero un ego, ma il roBOt ce l’ha, e bello grande anche.