Le amate canciones di Lisette
Quest’anno, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, ospitata dal Teatro dell’Opera di Roma, inaugura la stagione da camera 2026/2027 con il recital di Lisette Oropesa, accompagnata al pianoforte da Alessandro Praticò. La Oropesa esegue un repertorio a lei particolarmente caro, quello delle canciones e delle zarzuelas , un’antologia di autori spagnoli e cubani che trasporta gli ascoltatori in un mondo fatto non solo di amori intensi, frivoli, sanguigni, gelosi, ma anche di una malinconica saggezza di vita. Oropesa e Praticò, che si esibisce anche in brani da solista, si guadagnano ampiamente i calorosi applausi del pubblico accolto.
ROMA,14 ottobre 2026 – La nuova stagione da camera dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia viene inaugurata, eccezionalmente, al Costanzi, a testimoniare la sinergia che fra le due massime istituzioni musicali, che si è intensificata nelle ultime stagioni. Si sceglie un recital d’effetto, con protagonista una cantante amatissima: Lisette Oropesa, accompagnata al pianoforte da Alessandro Praticò, al suo debutto nei cartelloni dell’Accademia, ottimo pianista specializzato come maestro accompagnatore. Il programma spazia fra canciones , madrigalesamatorios e canti popolari della tradizione ispano-cubana, dunque un repertorio di rarissima esecuzione nelle sale, il che aumenta il fascino di questo concerto. La Oropesa, nata in America ma di origini cubane, è molto legata alla sua cultura d’origine, tanto da aver inciso un disco delle più amate canzoni del repertorio della zarzuela ( Mis amores son lasflores , edito nel 2024, con l’orchestra del Teatro Real di Madrid, diretta da Ólivier Díaz), alcune delle quali compaiono nel programma di questa sera. Inoltre, molti dei brani qui presenti sono da anni nel repertorio dell’interprete.
Le qualità vocali di Lisette Oropesa hanno forse bisogno di poche presentazioni: tecnica formidabile, naturale musicalità, timbro mellifluo, non privo di una lievissima, sensuale brunitura, che ben si sposa con il repertorio in programma, le cui cifre stilistiche sono, appunto, la sensualità e la malinconia. Da non trascurare anche la magnetica presenza scenica e la spiccata teatralità della cantante, quando interpreta anche fisicamente (con sguardi, gestualità, accenni di danza) ciò che sta, di volta in volta, cantando. La successione dei brani, studiatissima, crea un dittico la cui prima parte ha un marcato carattere spagnolo, la seconda decisamente cubano, a rappresentare degnamente le due anime della tradizione famigliare dell’interprete. Alessandro Praticò ha un’eccellente intesa con la cantante, frutto di una lunga collaborazione; grazie ad un certosino lavoro sul volume dei pesi sonori, ad un fraseggio abituato al canto e ad un’ottima sensibilità ritmica, Praticò sprigiona tutte le qualità melodico-armoniche dei pezzi, creando vere e proprie atmosfere sulle quali Oropesa può librare il suo canto.
Nel primo tempo, aperto e chiuso da due canciones di zarzuela , sono presentate composizioni, come già notato, di autori spagnoli. L’architettura dei pezzi del concerto è armoniosamente calibrata, anche nell’alternarsi dei colori emotivi: si trascolora, infatti, da sonorità andaluse ed arabeggianti fino ad altre più intense e drammatiche. La bravura della Oropesa sta proprio nel riuscire, sempre, a donare al pubblico il giusto colore del brano. Si inizia con la Canción de la paloma , dall’opera El barberillo de Lavapiés di Francisco Asenjo Barbieri, spumeggiante e vivace, che dimostra già la verve del canto dell’interprete. Si prosegue con le Siete canciones populares españolas di Manuel de Falla, cavallo di battaglia di diverse primedonne spagnole (come la Berganza), eseguendo le quali Oropesa dà prova di grande sensibilità al testo ed al fraseggio – rimangono impresse le sonorità moresche de El pañomoruno , la queta malinconia di Asturiana , la dolcezza orientaleggiante della ninna-nanna Nana , con effetti a fior di labbra. Come accadrà anche nel secondo tempo, Oropesa esce momentaneamente di scena per un intermezzo pianistico: Alessandro Praticò esegue El circo op. 68 di Joaquín Turina, una raccolta di pezzi per pianoforte solo. Dalle palesi sonorità debussiane e musorgskijane, El circo è un turbinio di ritmi, arpeggi scale, volatine, evoluzioni pianistiche ad evocare le più iconiche figure della tradizione circense: acrobati, pagliacci, animali ammaestrati, amazzoni. Assai ben eseguita dall’interprete, si tratta di una raccolta gradevolissima, che meriterebbe sicuramente maggior fortuna nelle sale da concerto. Segue una selezione antologica di tre dalle Canciones amatorias di Enrique Granados ( No lloréis, ojuelos , Mañanica era e Gracia mía ), dove, come nota Andrea Penna, estensore delle note di sala (da cui si citerà anche in seguito), «il carattere popolare viene sublimato attraverso un’interpretazione romantica delle forme antiche». La scrittura pianistica, «aristocratica, elegante e spesso improntata ad un virtuosismo marcato» accompagna una linea vocale raffinata, che la Oropesa interpreta magistralmente, soprattutto nell’esuberante Gracia mía . Seguono i Cuatro madrigales amatorios di Joaquín Rodrigo (¿ Con qué la lavaré? , Vos me matasteis , ¿ De dónde venís, amore? , De los álamos vengo, madre ), dal carattere maggiormente virtusosistico: la Oropesa, infatti, si destreggia in una scrittura irta di fioriture e difficoltà con una grazia impareggiabile, avendo sempre come fine non tanto il mero sfoggio ginnico delle qualità vocali, ma l’interpretazione più profunda del testo. Questa intensità nella lettura dello spartito si vede soprattutto nella canzone che chiude il primo tempo, Carceleras dalla zarzuela Las hijas del Zebedeo di Ruperto Chapí y Lorente, ricca di sonorità che richiamano il mondo gitano e del flamenco. Esempio celebre del genere, nella canción la protagonista, Luisa, si abbandona al pensiero del suo innamorato: il compositore traduce questa ardente fiamma in una scrittura energica, alla quale la Oropesa si dà senza risparmiarsi, con grande trasporto, al solito precisissima e pulitissima nelle difficoltà tecniche, nelle variazioni, modulazioni, i vari abbellimenti e le fioriture che Ruperto Chapí profonde nella sua scrittura. Gli applausi, copiosi, rendono adeguata giustizia alla bravura dei due interpreti.
Il secondo tempo, come ho avuto modo di notare, è monograficamente dedicato ad autori cubani e vuole essere un omaggio, da parte di Oropesa, alla sua cultura d’origine. Benché vi siano vistose analogie nei ritmi, come pure nelle timbriche, il carattere di questi brani, a prescindere dal genere di appartenenza,è quantomai idiomatico, essendo imbevuti della cultura creola, ibrida dell’isola. In tal senso, Joaquín Nin y Castellanos è un ‘ponte’ perfetto fra la prima e la seconda parte, giacché, pur essendo di origini cubane, studia in Francia, subendone nettamente l’influenza musicale. Le sonorità sono tradizionali, ma l’accompagnamento è assai raffinato; la sinergia fra Oropesa e Praticò si dimostra ancora eccellente, con punte notevoli nella rusticità di Montañesa, come pure nei ritmi tipici del flamenco presenti in Granadina e Malagueña. Dalla raffinatezza vagamente francese delle canzoni di Nin si passa alla sensualità della prima delle habaneredella serata, la Romanza di Maria la O di Ernesto Lacuona, «pervasa da una sensualità ferina, mollemente sostenuta dal ritmo sincopato di habanera e accesa da un lirismo appassionato, che rimanda sia alla vocalità del melodramma italiano che alle ombreggiature del gusto francese». La voce di Oropesa lavora squisitamente sui colori, cullando sapientemente il ritmo così iconico della più celebre danza cubana, come fa pure, a seguire, nella seconda habanera della serata, Tú, scritta in giovanissima età da Eduardo Sánchez de Fuentes, considerata quasi un secondo inno nazionale per Cuba, perché ne magnifica la lussureggiante natura tropicale – da notare, tra l’altro, gli smaglianti acuti della cantante. Prima di avviarsi alla conclusione della serata, Praticò regala un altro intermezzo pianistico, Ante el Escorial del già citato Ernesto Lecuona, che riporta gli ascoltatori, idealmente, verso l’Europa, con sonorità austere, possenti (come gli accordi paralleli con cui si evoca la maestosità del monastero), cui si accostano melodie dal sapore nostalgico. L’esecuzione è, anche in questo caso, magistrale, soprattutto nella gestione dei colori. L’ultima parte del concerto vede ancora due habanere in programma: Flor de Yumurí di Jorge Anckermann Rafart e l’Entrata de Cecilia dalla zarzuela Cecilia Valdés di Gonzalo Roig Lobo, «probabilmente l’opera più rappresentata dell’isola [e] considerata insieme a Maria de la ‘O’ di Leucona e Amalia Batista di Rodrigo Prats il vertice del teatro musicale cubano». Nella prima, la Oropesa conferisce una linea di canto morbida e nostalgica, ben in armonia con la triste leggenda da cui prende spunto (un mito eziologico sulla morte per annegamento di due giovani innamorati), con acuti ben centrati e svettanti. Ma il concerto non poteva che essere chiuso dall’habanera con cui Cecilia Valdés si presenta in scena, per la prima volta, nell’opera omonima. La salida de Cecilia è il vertice virtuosistico e vocale dell’intero concerto: Oropesa non deve, infatti, solo svettare in acuto, ma anche accompagnare il sensuale ritmo, che si cangia, nella parte centrale, in contraddanze che ne complicano l’esecuzione. Lo smalto della voce di Oropesa è di una freschezza impareggiabile (l’acuto finale!), regalando uno scoppiettante finale ad un concerto eccellente. Dopo i calorosi applausi, la cantante e Praticò regalano due bis: un’ultima, trascinante habanera, la cosiddetta Habanera de Esperanza («Madre de misamores»), dalla zarzuela Monte Carmelo, musicata da Federico Moreno Torroba; e, in omaggio al celebre soprano afroamericano Martina Arroyo, scomparsa il giorno precedente al concerto (il 13 ottobre), la quale era stata anche insegnante di canto della madre di Lisette Oropesa, «Vissi d’arte» dalla Tosca di Puccini. Sebbene Oropesa si sia scusata preventivamente perché avrebbe sconfinato in un repertorio non suo, l’esecuzione è stata assai intensa e sentita, suscitando l’ultimo, sonoro applauso che ha chiuso (metaforicamente) il sipario.
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