Il valore dell'emozione
Il cammino formativo dell'Accademia Verdiana culmina in un galà al Teatro Regio con Eleonora Buratto come madrina, ma non mancano, nel ricchissimo cartellone del Festival Verdi, altre occasioni per ascoltare gli allievi.
PARMA 21-23 ottobre 2026 - La retorica contemporanea ama giocare con il concetto di emozione come passepartout per evitare imbarazzanti compromissioni con argomenti di sostanza, questioni tecniche, estetiche, critiche. “Mi ha emozionato”, “Mi è arrivato” è il parametro televisivo da talent show che innalza il legittimo sentimento “di pancia” a metro di valutazione professionale. Questa (s)vendita di sentimenti rischia di porre in secondo piano il valore vero dell'emozione che rende umani gli artisti e si rende partecipe dell'empatia fra palco e platea, che rappresenta anche un senso di responsabilità e di consapevolezza verso ciò che si interpreta e condivide. Lo racconta benissimo la madrina di questa serata, Eleonora Buratto, quando parla dell'incoscienza della prima fase della sua carriera, di una successiva maturazione che porta anche, con maggior contezza di sé e impegni sempre più importanti, nuovi brividi da incanalare e controllare. E lei stessa, soprano di punta nel panorama attuale e prossima Desdemona per Sant'Ambrogio, si lascia sfuggire un sussulto di commozione nell'Ave Maria dell'Otello che accompagna il debutto in un galà al Regio di Parma dei tredici allievi dell'Accademia Verdiana. Una lacrima, una piccola pausa, e la preghiera torna a sollevarsi in sala con legato trepido ed etereo. L'emozione non è l'alibi alla moda, è sostanza dell'artista che vive ogni nota.
Sono emozionati, è chiaro, anche i nuovi nomi chiamati a presentare il frutto del lavoro nell'Accademia, un lavoro basato proprio sulla consapevolezza anche nel rapporto con il testo, la prassi esecutiva, la musicologia. Tutti aspetti che dovrebbero costituire il bagaglio culturale di un artista che sia musicista capace di dialettica costruttiva, non solo esecutore più o meno efficace e istintivo, più o meno pronto nel rispondere a richieste altrui. Naturalmente il processo di affinamento di un'Accademia dovrebbe partire da un'adeguata formazione tecnica di base, argomento sui cui potremmo aprire discorsi infiniti (già in parte affrontati nel caso della gemella rossiniana pesarese, che a differenza di questa parmigiana articolata in vari mesi, si concentra in poche settimane compresa la produzione del Viaggio a Reims).
Al pianoforte si alternano il direttore didattico Francesco Izzo e la segretaria artistica Claudia Zucconi; l'onore e l'onere di rompere il ghiaccio spetta a Despoina Drandaki con l'aria di Sofia dal Signor Bruschino prima di tornare come Zelmira nel duetto “Perché mi guardi e piangi” (non si vive di solo Verdi, anzi! E l'introduzione di quest'ultima pagina anche denudata dell'orchestrazione è sempre di sconcertante bellezza). Bel timbro naturalmente elegante e bel modo di porgere, mostra inizialmente un po' di tensione per poi sciogliersi soprattutto nella bella espressività del duetto, che condivide con il mezzosoprano cinese Weiyi Lu. Quest'ultima si ascolta anche nella sortita di Isabella nell'Italiana in Algeri e mette in luce non solo una notevole estensione e un colore interessante, ma anche e soprattutto una personalità spiccata e spiritosa, sicura e spontanea.
Il resto del comparto femminile è tutto nel registro di soprano. Fanning Zhao intona con molta cura e delicatezza “Come in quest'ora bruna”, mentre a Sara Volpato spettano sia il duetto del primo atto del Corsaro sia, soprattutto, “Toi qui sus le néant”, in cui si apprezza, con lo smalto vocale e il controllo dell'emissione, il lavoro sull'articolazione di una pagina tanto profonda e complessa. Per María Vidal, Irina Bogdanova e Fabiola Amatore abbiamo, poi, avuto il vantaggio di un bis, il 23 ottobre, in tutt'altro contesto: all'ufficialità del palcoscenico principale succede l'informale “Café concerto” fra i tavoli del Gran Caffé del Regio. Diverse tensioni, diverse difficoltà, diverso clima. Vidal, che nel galà era stata Leonora nel Trovatore (“D'amor sull'ali rosee” e duetto con il Conte), torna come Donna Elvira mozartiana (“Ah! chi mi dice mai”) e Norma (primo duetto con Adalgisa) e si conferma una delle interpreti più mature e strutturate, molto convincente per padronanza della scena, del fraseggio e dei propri mezzi vocali. Bogdanova si riascolta come Amenaide rossiniana nella preghiera del secondo atto e come Adalgisa con Vidal; dopo la prova nel finale primo della Traviata e nel terzetto da Un giorno di regno conferma la sua attitudine al Belcanto serio, voce lirica la cui duttilità potrebbe essere ben coltivata in questa direzione. Fabiola Amatore ha, viceversa, un'inclinazione verso parti più spinte e, oltre a partecipare al leggiadro terzetto giovanile, si esibisce nella sala principale con “Pace, mio dio” e nel Caffé con “Ecco l'orrido campo”: cura espressiva, voce ampia e ben sostenuta, è senz'altro un altro elemento cui guardare con attenzione per il futuro.
Nel Caffé concerto riascoltiamo anche il robusto tenore Wang Ya, che in “Ma se m'è forza perderti” si trova decisamente più rilassato rispetto a “O tu che in seno agli angeli”, risolta comunque con buon controllo nel galà in cui ha partecipato anche al terzetto “Bella speranza invero”. La sera del 21 si sono applauditi anche Xu Tong, voce di bel colore molto attento alle dinamiche in “Quando le sere al placido”, e Tommaso Nicolosi, natura generosa di lirico puro che deve solo incanalare l'innata esuberanza, ascoltato in “Ah, la paterna mano” e nel duetto del Corsaro con Volpato. Bene anche i due bassi, Xiangyu Wan (“Il lacerato spirito”) e Chaewoong Ye (“Come dal ciel precipita”) e il baritono Alejandro Cardona, che pare un po' irrigidito dall'emozione, ma non manca di mostrare bel timbro, partecipazione ed eleganza in “Eri tu” e nel duetto del Trovatore con Vidal. D'altra parte, per tutti si tiene conto di un margine di imperfezione e di tensione inevitabile, se si hanno carne e sangue e si tiene a ciò che si fa, quando l'esperienza è inversamente proporzionale all'importanza del palcoscenico. Poi, il resto si vedrà, sarà il tempo a dirci se la capacità di affinare e gestire i propri mezzi, le scelte compiute, gli incontri (e, sì, anche la fortuna) ci daranno conferme e sorprese, se tutto questo lavoro fiorirà. Intanto l'importante è continuare a farlo e ce lo dicono, in maniera opposta e complementare le chiusure dei due concerti. Al Caffé, coerentemente con il luogo, si brinda sulle note della Traviata, spogliate di contesto e sottintesi per essere pura esplosione di gioia musicale, con Wan Alfredo fra tre Violette (Vidal, Bogdanova e Amatore) e i colleghi presenti a far da coro. In teatro, invece, il finale si fa simbolo e messaggio, si eleva al di là delle mura: “Liberté redescends des cieux”, Guillaume Tell, lacrime per tutto ciò che ci circonda e che non si può ignorare.
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