L’arpa prodigiosa
La Sächsische Staatskapelle Dresden diretta da Daniele Gatti inaugura la stagione 2026/2027 di Lingotto Musica con un concerto memorabile, che nelle pagine wagneriane del Parsifal raggiunge vertici di autentica estasi.
Torino, 29 ottobre 2026 – Quasi cinque secoli di storia, un’intera civiltà musicale custodita tra leggii e archetti, una voce che ha attraversato epoche, stili e rivoluzioni senza mai smarrire il proprio accento. Fondata nel 1548, la Sächsische Staatskapelle Dresden non è soltanto una delle più antiche orchestre del mondo, ma il tabernacolo di una memoria sonora che affonda le radici nel cuore della tradizione musicale tedesca. «Arpa prodigiosa» la definiva Wagner, e nell’ascoltarla dal vivo in tutto il suo fulgore se ne comprende ben presto la ragione: il «suono di Dresda» sa farsi velluto e seta, si accende di bagliori e poi si dissolve in un soffio, possiede la profondità dell’abisso e la trasparenza della luce, conosce l'arte di accarezzare l’aria per darle corpo nelle più impalpabili delle sfumature. Una tavolozza di colori pressoché inesauribile, che tuttavia non si offre spontaneamente a chiunque impugni la bacchetta e monti il podio: perché anche un'arpa prodigiosa, per svelare tutti i suoi incanti, ha bisogno di mani altrettanto sapienti. Tali sono quelle del nostro Daniele Gatti, direttore principale dei complessi tedeschi dalla stagione 24/25, oggi protagonista del concerto che magnificamente inaugura la stagione 26/27 di Lingotto Musica.
A darne immediata testimonianza sono le tre pagine tratte dal Parsifal – i Preludi al primo e al terzo atto e l'Incantesimo del Venerdì Santo –, che Gatti e la Staatskapelle ammantano di un misticismo tanto profondo da far sentire l'ascoltatore quasi indegno di assistere a un simile rito. Colpisce anzitutto il colore argenteo dell’orchestra, la qualità di una materia timbrica che conserva una straordinaria cremosità anche nelle più sottili gradazioni dinamiche, la mirabile omogeneità delle sezioni, che già nell’esposizione del tema della “Cena mistica” trovano una fusione perfetta tra archi e legni, per poi accogliere, senza soluzione di continuità, la solennità degli ottoni nell’enunciazione del tema del Graal. Un amalgama di rara raffinatezza, nel quale ogni timbro conserva la propria identità pur concorrendo alla costruzione di un’unica, nobilissima voce orchestrale. Il motivo della Fede si impone poi con una luminosità mai tronfia, ma calda, avvolgente, affidata a ottoni di smagliante compattezza, capaci di squillare senza ferire, di affermare senza sopraffare. Gatti disegna le ampie arcate musicali con un respiro solenne e ispirato, governando con suprema maestria il tessuto ritmico e le pause perché anche il silenzio acquisti un proprio peso espressivo, senza interrompere il fluire del discorso musicale, ma alimentandone la carica drammatica ed esasperandone il pathos. Nel Preludio al terzo atto la solennità contemplativa lascia spazio a un'inquietudine più cupa e dolorosa. Gatti ne esplora le tensioni armoniche con un fraseggio di struggente intensità, assecondando le sinuose vibrazioni del cromatismo wagneriano senza mai indulgere in eccessi patetici. Gli archi conservano una morbidezza quasi irreale anche nelle frasi più tormentate, mentre la trama orchestrale si addensa progressivamente, sostenuta da un crescendo espressivo che Gatti conduce con ammirevole misura, senza mai sacrificare l’eleganza del suono all'urgenza drammatica. Nell’Incantesimo del Venerdì Santo, infine, i turbamenti si placano in una maestosa luminosità: il colore argenteo dell’orchestra acquista ora riflessi dorati, il suono si schiude progressivamente fino a esplodere in un tripudio di luce, con una pienezza sì abbagliante, ma sorretta da quella serenità estrema che distingue l’estasi dal trionfo. Gatti accompagna questa trasfigurazione con un gesto di incantevole naturalezza, conducendo l’ascoltatore alle soglie dell’iperuranio, al cospetto di una bellezza tanto commovente da lasciarlo quasi immobile, sospeso nell’incanto.
La Sinfonia n. 2 in re maggiore op. 73 di Brahms, nella seconda parte della serata, ripristina la natura terrena del concerto. Qui la direzione di Gatti si fa più severa, razionale, logica, ma non per questo matematica o spenta, improntata a un rigore formale che non mortifica la spontaneità del canto né la generosità del testo. Il gesto è misurato, il fraseggio sorvegliatissimo, la costruzione delle grandi arcate sinfoniche procede con una solidità quasi architettonica, senza tuttavia irrigidirsi in una monumentalità di maniera. Gatti rifugge da ogni facile abbandono sentimentale, preferendo lasciare che la poesia emerga dall'intima bellezza della scrittura brahmsiana, dal dettaglio strumentale magistralmente illuminato, dal respiro delle melodie, dalla naturale alternanza di chiaroscuri che attraversa una partitura solo apparentemente idilliaca. Particolarmente felice è la capacità di governare le transizioni, di accompagnare il passaggio da un episodio all'altro senza fratture, facendo percepire la necessità di ogni sviluppo e la coerenza dell'intero disegno sinfonico. Nell’Allegro non troppo la distensione del canto convive con un fermento sotterraneo, che affiora nelle increspature armoniche e negli improvvisi addensamenti orchestrali; nell’Adagio non troppo prevale invece una gravità pensosa, annunciata con tono ieratico e condotta in maniera appassionata nello sviluppo interno del movimento. Delizioso l’Allegretto grazioso, nel quale il tema dell'oboe conserva una semplicità quasi domestica, mentre i vivaci episodi degli archi acquistano una leggerezza ritmica di squisita precisione. Il Finale, infine, sprigiona un'energia incontenibile, ma sempre disciplinata: Gatti ne prepara le grandi espansioni sonore con pazienza, fino a una conclusione di esaltante vigore, nella quale gli straordinari complessi possono finalmente dispiegare tutta la propria magnificenza, liberando una potenza sonora travolgente, eppure mai scomposta, in un’apoteosi orchestrale che conserva, anche nell'ebbrezza delle ultime battute, una lucidità e una precisione assolute.
Il Preludio al terzo atto dei Maestri cantori di Norimberga di Wagner suggella degnamente una serata memorabile, salutata dall'entusiasmo incontenibile di una platea gremita e visibilmente felice.
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