Tempo di bilanci

di Matteo Lebiu

Das Lied von der Erde eseguito dalla Sinfonica di Milano sotto la direzione di Emmanuel Tjeknavorian, diventa l’occasione per tracciare un bilancio del percorso artistico della Fondazione milanese in un momento di transizione che guarda già alle prospettive dei prossimi anni.

MILANO, 1° novembre 2026 - Sono stati giorni importanti quelli della fine del mese di ottobre per la Fondazione Orchestra Sinfonica di Milano: l’approvazione del nuovo Piano di riequilibrio economico, finanziario e patrimoniale, la fine del mandato della Presidente Ambra Radaelli e, non da ultimo, l’esecuzione del Das Lied von der Erde di Gustav Mahler segnano un momento di passaggio, un periodo di bilanci per la Fondazione, nel quale non possono mancare considerazioni sul livello artistico raggiunto. Sono passati ormai più di due anni dalla nomina a direttore musicale del trentunenne Emmanuel Tjeknavorian, che ha già ampiamente superato la prova del tempo. La Sinfonia di Lieder mahleriana sembra quindi rappresentare un suggello del percorso di crescita artistica compiuto finora insieme ai musicisti della Fondazione, i quali si dimostrano assolutamente pronti ad affrontare una vetta del sinfonismo occidentale come quella proposta durante il weekend di Tutti i Santi.

La lettura del maestro Tjeknavorian, tradotta attraverso un gesto sicuro e inequivocabile, impone un senso del ritmo costante sin dall’incipit del primo movimento, Das Trinklied vom Jammer der Erde. Ciò non impedisce di realizzare con sinuosità gli innumerevoli ritardando e accelerando presenti nella partitura: prova ne è l’ampio respiro conferito al movimento conclusivo, Der Abschied. La progressiva rarefazione dell’orchestrazione, il graduale sopravvento del silenzio sul suono e la sensazione di abbandono sono tutti elementi magistralmente controllati dal direttore. È in quest’ultimo Lied che si passa dal suono tesissimo dei Do gravi iniziali (più stridenti che profondi) a quello conturbante dell’intervallo di sesta minore nella marcia funebre che collega la poesia di Mong-Kao-Jen a quella di Wang-Wei. Qui si raggiunge l’apice artistico dell’esecuzione: in un colpo solo si ritrova l’innerer Rhythmus del tempo di marcia, unito alla ricerca di caratterizzazione del suono, in questo caso ottenuta attraverso un legato denso, pesante e teso. Più che apprezzabili anche i momenti di temporanea leggerezza: basti pensare al tempo adeguatamente rapido nella sezione mediana del quarto Lied, intitolato Von der Schönheit. Una nota di merito, tra le altre, va attribuita in questo caso al mezzosoprano Tanja Ariane Baumgartner, che ha saputo garantire l’intelligibilità del testo nonostante un metronomo poco clemente (Christa Ludwig docet). A partire da questo quarto movimento, anche l’interpretazione della Baumgartner, inizialmente un po’ offuscata, viene maggiormente messa a fuoco, per poi trovare il proprio exploit nel movimento finale.

Alla voce di tenore Mahler affida i Lieder che incarnano la metafora del vino, con una serie di brindisi (amarissimi) che tentano invano di contrastare il dolore della morte. Norbert Ernst si fa valere non solo per l’emissione naturale, mai sopraffatta dal denso tessuto orchestrale, ma soprattutto per la perfetta caratterizzazione del testo, grazie a un canto che passa agevolmente dal suono tombale del refrain del primo movimento (Dunkel ist das Leben, ist der Tod – Oscura è la vita, è la morte) all’ebbrezza del piccolo e sbarazzino ritenuto (così viennese) all’inizio di ogni strofa del quarto Lied, Der Trunkene im Frühling.

Al termine grandi applausi da parte di un Auditorium non al massimo della sua capienza, ma che ha saputo tributare, come al solito, la massima gratificazione agli interpreti. La speranza è che gli Ewig (Eternamente) pronunciati dal mezzosoprano nel Finale si riferiscano all’ormai consolidato stato di grazia della compagine sinfonica milanese.

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