L'han gettato all'inferno

di Roberta Pedrotti

Nonostante il pregio della proposta, l'abnegazione dell'orchestra e il valore di alcuni cantanti, delude Il Trittico pucciniano al Teatro Pergolesi di Jesi.

JESI, 11 ottobre 2026 - Vedere in scena Il Trittico di Puccini, tutto insieme, come è stato concepito, è sempre una gioia. Non capita spesso, smembrato com'è d'abitudine in varie maniere. Tuttavia, se qualcosa di buono è venuto fra le varie sciagure delle celebrazioni del 2024, questa è stata proprio l'occasione di vedere nel giro di poco tempo un bel Trittico al Regio di Torino e un altro a Bologna coprodotto con Trieste. Prima di allora, in Italia, poco: il Festival dedicato latitava, ricordiamo l'edizione del 2008 alla Scala con Chailly e Ronconi e quella di Roma del 2002 con direzione di Gelmetti, regia di De Simone e Daniela Dessì nei tre ruoli principali, impresa poi replicata da Amarilli Nizza a Modena nel 2007.

In provincia mettere in scena questo titolo uno e trino, esigentissimo, è affare ancor più complicato, per cui, vedendolo in cartellone a Jesi, abbiamo fatto i salti di gioia, soprattutto trovandoci in una regione in cui il rischio di eterno ritorno dell'eguale è molto alto.

Fra il gioire alla lettura del cartellone e uscire dal teatro felicemente elettrizzati, però, la distanza può essere davvero incolmabile. Puccini chiede tanto e se, in primo luogo, direttore e regista non riescono a esaudirlo, le cose possono mettersi davvero male.

Di Stefano Vignati sul podio potremmo dire che risulta pesante, avaro di colori, tende a banalizzare Il tabarro in senso verista, Suor Angelica in un lirismo scontato e a fare di Gianni Schicchi una commediola sbrigativa e un po' raffazzonata. Potremmo lamentare i tagli, ché senza la scena della puntura di vespa a Suor Chiara il personaggio della protagonista, esperta di di erbe che curano e uccidono, perde molto, sebbene poi l'omissione della – sublime – aria del veleno sia ancora assai diffusa come versione abbreviata ammessa dall'autore. Il problema, però, è ben altro e va al cuore del ruolo stesso del concertatore: l'Orchestra regionale, la Form, ha consuetudine con l'opera e con Puccini, sarebbe nel suo terreno più familiare, quand'anche in titoli non frequentati, e fa miracoli per tamponare incidenti. Tuttavia, anche ammettendo la possibilità di ricorrere al pilota automatico, per complessità ritmica, armonica, coloristica, per la quantità di personaggi e azioni, Il Trittico non è opera che possa permetterlo: necessita di un punto di riferimento sicuro. E necessiterebbe di tutto quel lavoro di fraseggio che rimane una chimera là dove il gesto non garantisce nemmeno la coesione, né una qualche ricerca di equilibrio fra le sezioni e con il palco. E sì che un altro Puccini tutt'altro che facile, La rondine, con pochissime prove aveva ottenuto ben altri risultati, tre anni fa, con la stessa orchestra e un direttore che il “Sor Giacomo” ce l'ha nel sangue come Valerio Galli.

Non va meglio con la regia di Paul-Émile Fourny (scene e luci di Patrick Méeüs, costumi di Giovanna Fiorentini), che a Jesi è di casa, artista in residenza di fatto se non di nome: ci si potrebbe stancare anche se fosse Strehler, e decisamente non lo è. Questo è uno dei suoi spettacoli meno felici: talvolta devia deliberatamente dal testo affievolendone l'effetto, come quando fa uccidere da Michele anche Giorgetta, come fossero un Canio e una Nedda qualunque, invece di imporle la vita e la visione dell'amante trucidato, o elide lo spietato silenzio della zia Principessa facendole sussurrare all'orecchio della nipote chissà quale dettaglio sulla morte del bimbo. In altri casi sembrano più distrazioni o fraintendimenti, già notati in altre occasioni (come quando nella Bohème dello scorso anno Rodolfo invitava Mimì a sedersi vicino al fuoco quando era già bell'e accomodata accanto alla stufa): il Talpa è già presente e interagisce con la Frugola prima di entrare “To’! guarda la mia vecchia!.. | Che narravi?”, il rametto di ribes di Suor Dolcina sembra una confezione di zucchero o farina, che ovviamente nessuna assaggia, la Zia Principessa non ha nessuna pergamena da osservare discutere e firmare. Non si tratta di voler essere didascalici a tutti i costi, ma di compiere e realizzare scelte che poi abbiano un senso, che non appaiano come sviste, arbitrii e trascuratezze, tanto più che dell'esistenza di un filo conduttore (l'acqua) apprendiamo solo dalla lettura del programma di sala, non essendo riconoscibile dalla platea. Dalle note di regia scopriamo pure che la lettura scenica di Gianni Schicchi sarebbe caratterizzato da “un umorismo un po' belga”: forse è per questo che non ci abbiamo capito nulla? Qualche trovata poteva essere anche di per sé graziosa, ma l'insieme un gran caos ipertrofico che rendeva ancor più problematica la resa musicale.

Note positive vengono, per fortuna, dal cast. Arlene Miatto Albeldas canta la Zia Principessa senza affondi e con buon gusto, sfrutta una delle poche idee registica che ci piacerebbe ricordare avanzando come un ragno con due bastoni e si merita un applauso a scena aperta per “Nel silenzio di quei raccoglimenti”. Molto ben caratterizzata anche la sua Zita, che compone un ben assortito trio femminile (anche qui, il microfono stile Lescano nella scena della vestizione di Schicchi ha un suo garbato perché) con la Nella svampita di Louise Guenter (anche Suor Dolcina) e la Ciesca di Aloisa Aisemberg, che si fa valere pure come Badessa, mostrando in poche frasi pregevoli doti d'interprete e musicista. Elena Antonini, parimenti, si fa ben apprezzare nei panni della Frugola e si riconferma come Zelatrice, mentre Francesca Maionchi, dopo aver valorizzato assai bene Suor Genovieffa, passa alla ribalta come Lauretta dalla voce più ombreggiata del consueto. Il valido Piersilvio De Santis (messer Amantio) per qualche oscura ragione è vestito da giovane Mussolini affiancato da due squadristi (Pinellino, Kenin Paoltroni, e Guccio, Samuele Lattanzi), mentre mastro Spinelloccio (Alessandro Ceccarini) è più ubriaco dello zio Reginaldo degli Aristogatti. Giacomo Medici (Marco), Kevin Baliviera (Simone), Stefano Gennari (Betto), Mirta Belcecchi (Gherardino) e Riccardo Liberatore (Gherardo) completano il parentame dei Donati. Procedendo a ritroso, nel convento troviamo le artiste del coro Ventidio Basso di Ascoli (preparato da Pasquale Veleno ed efficace anche nel suo breve intervento in formazione mista) Roberta Sollazzo (maestra delle novizie), Isabella Gilli (Suor Osmina), Elisa Luciani e Laura Tomasucci (cercatrici), Midori Namikawa e Alina Khalilova (converse); sulle rive della Senna Liberatore ha prestato una voce brillante al Tinca, Gennari era il Talpa, Alessandro Pucci il venditore di canzonette e l'amante in coppia con Gilli.

Sempre nel Tabarro, Massimo Cavalletti pare aver risentito della grevità di Vignati e della violenza della regia, rendendo un Michele più incline all'ira, e alle esplosioni vocali, che all'introspezione, mentre l'arguzia di Schicchi gli ispira maggiore varietà d'accenti. È curiosamente l'inverso per Giulio Pelligra, che avrebbe una vocalità per natura più portata al primo Ottocento e che abbiamo applaudito in Anna Bolena o nella Tempesta di Halevy. Ci si aspetterebbe, quindi, che faccia la differenza in Rinuccio più che in Luigi; invece, con squillo e accento ben indirizzati, trova una sua incisiva visione del portuale francese e delle sue rivendicazioni sociali anche ad onta di un registro centro grave meno perentorio di quanto la scrittura pucciniana solleciterebbe, mentre il buon nipote dei Donati (costretto a cantare “Firenze è come un albero fiorito” camuffandosi da centurione) appare meno interessante. Più lineare la prova di Alessandra Di Giorgio, che sposa la visione verista del Tabarro esibendo mezzi per natura sostanziosi, benché gravati e inaspriti da un'emissione costantemente tesa e spinta che non giova né alle malinconie e alla sensualità di Giorgetta né, tantomeno, alla dolcezza, al dolore, all'allucinazione di Angelica, sovente sopra le righe (e sì che Fourny dopo sette anni di convento la mostra ancora novizia a capo scoperto...).

Oggi, purtroppo, non ci siamo divertiti, né commossi granché: sul palco e in buca c'è chi guadagna l'attenuante di applausi solidali. Tuttavia, le migliori intenzioni possono comportare più rischi della “bizzarria” di Schicchi, se non si parte concretamente da ciò che per realizzarle possono fare, in primis, bacchetta e regia.

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