Baciata dalla sfortuna
Non senza intoppi, arriva anche al Coccia di Novara, che ha coprodotto l’allestimento con OperaLombardia, la Turandot firmata Dal Grande/D’Agostini. Ascoltiamo in queste recita il Calaf di Roberto Aronica.
Novara, 25 ottobre 2026 – È baciata più dalla sfortuna che dalla luna questa tappa al Coccia di Novara della Turandot firmata Nadir Dal Grande e Alessandro D’Agostini, già recensita su queste colonne in occasione delle recite al Teatro Fraschini di Pavia. Prima il proclama di uno sciopero, che impedisce il debutto in forma scenica; poi una grave afonia, che costringe Paolo Ingrasciotta – splendido Ping nelle recite pavesi per qualità del timbro, del fraseggio e della verve teatrale – a passare dal canto alla pantomima. Inevitabile e sacrosanta, dunque, la decisione di sacrificare l'intero terzetto iniziale del secondo atto – non proprio un dettaglio trascurabile nell'economia drammaturgica dell'opera –, mentre il resto della recita assume i contorni di una sorta di karaoke pucciniano, nel quale era forte il desiderio di intonare – ne fossimo stati capaci! – le battute mancanti.
Nonostante gli intoppi, tutt'altro che trascurabili, la serata raccoglie comunque il caloroso consenso di una sala gremita, confermando la bontà di un progetto del quale avevamo già apprezzato le qualità in occasione delle recite pavesi. A cominciare dall'ottima concertazione di Alessandro D'Agostini, alla guida dei Pomeriggi Musicali, capace di coniugare densità orchestrale e trasparenza, slancio drammatico e morbidezza espressiva, in una narrazione fluida, atmosferica, sempre attenta alle esigenze del palcoscenico. Si conferma anche l'efficacia della regia di Nadir Dal Grande, asciutta e tenebrosa, costruita con mano sicura e particolare intelligenza nella movimentazione delle masse corali, all'interno di un disegno visivo essenziale, impreziosito dalle luci di Jenny Cappelloni.
Rimane grossomodo inalterato anche il cast, con la toccante Liù di Songha Lee ancora cuore pulsante del racconto vocale e l’inflessibile Turandot di Libby Sokolowski, che, quando rinuncia a saettare acuti vitrei e taglienti, dimostra di poter rivaleggiare con la collega per morbidezza del canto e sensibilità del fraseggio. A vestire i panni di Calaf è Roberto Aronica, unica variante rispetto alla recita pavese: affronta il ruolo con solido mestiere e strumento saldo e, qui e là un po’ stentoreo nell’emissione, delinea un principe ignoto più vicino alla tradizione, baldanzoso ed eroico, incline a privilegiare la forza dell’accento e lo slancio declamatorio rispetto alle sottigliezze del fraseggio, ma sempre sorretto da una professionalità consumata e da una sicura padronanza del ruolo. Giacomo Leone e Giulio Putrino, Pong e Pang, non smarriscono la via neppure in assenza del Ping alfa, lasciando anzi apprezzare ancor più i timbri cristallini e la solidità tecnica delle rispettive prove. Continua a commuovere il Timur di Baopeng Wang, come già avevamo avuto modo di sperimentare a Pavia. Validissimo anche l’Altoum di Gerardo dell’Affetto, che canta dal suo trespolo con voce bella e ben proiettata.
Efficaci gli interventi del Coro OperaLombardia e del Coro di Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, istruiti rispettivamente da Riccardo Bianchi e Davide Dell’Oca. Applausi generosi per tutti, con un augurio particolare a Paolo Ingrasciotta, nella speranza di ritrovarlo presto in piena forma vocale.
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