L’Ape musicale

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kat'a kabanova, torino, robert carsen

KATIA KABANOVA

di Leoš Janáček

«Ho cominciato a scrivere una nuova opera. Il personaggio principale è una donna di animo dolce e gentile. Ella svanisce al solo pensarla, un alito di vento la spezzerebbe via – figuriamoci la tempesta che le scoppia sul capo»: così il 9 gennaio 1920 Leoš Janáček raccontò in una lettera a Kamila Stösslová (una donna sposata, di 40 anni più giovane, di cui era innamorato e che considerava la sua musa) l’inizio della composizione della sua nuova opera, tratta dal dramma L’uragano di Aleksandr Ostrovskij. Groža, il titolo originale del dramma, in russo significa sia “tempesta” che “terrore”. Fu lo stesso Janáček a scrivere il libretto dell’opera, riducendo a tre i cinque atti del dramma di Ostrovskij, che Max Brod aveva definito: «una Madame Bovary russa. Come nel grande romanzo di Flaubert, l’intera azione si basa sull’adulterio di una donna romantica, che non riesce a sopportare l’oppressione di un ambiente ostile e gretto». Il 6 marzo 1921, sempre alla Stösslová, Janáček scrisse: «Ho finalmente terminato la mia ultima opera dopo un lavoro eccezionalmente stressante. Non so se intitolarla L’uragano o Katerina». La scelta cadde poi su Kát’a Kabanová, che debuttò con un successo straordinario il 23 novembre 1921 al Teatro Nazionale di Brno. Così Franco Pulcini sintetizza i temi dell’opera: «Sublime tragedia della colpa – come Jenůfae Da una casa di mortiKát’a Kabanová è un’opera che svolge i nodi drammatici della vicenda in un soffio (rovente) – si pensi alla brevità della confessione nel terzo atto – e si sofferma invece sull’analisi psicologica della donna e sul suo misterioso erotismo. La musica di Janáček ne coglie in modo magistrale l’enorme capacità di spiritualizzazione, i complessi dovuti all’educazione religiosa». Dopo La piccola volpe astuta dello scorso anno, questo è il secondo titolo del Progetto Janáček-Carsen programmato dal Teatro Regio.

ATTO I

Kalinov, cittadina sulle rive del Volga. Kabanicha, madre di Tichon, è gelosa della nuora Káťa e non perde occasione per umiliarla. Anche Boris viene spesso umiliato dallo zio Savël Dikoj, un mercante: il giovane non può ribellarsi, altrimenti lui e la sorella perderebbero l’eredità. Boris confessa a Kudrjáš di essere innamorato di una donna sposata, Káťa; l’uomo gli consiglia di lasciar perdere. Káťa parla a Varvara – la sorella adottiva di Tichon – della sua religiosità quando era adolescente e delle strane voci che le pare di udire e che la invitano a peccare. Kabanicha ordina a Tichon di andare al mercato di Kazan; Káťa non vuole che il marito parta, o almeno vorrebbe partire con lui ma il marito rifiuta; allora Káťa pretende che il marito le faccia giurare che durante la sua assenza lei non parlerà con nessuno. Tichon è stupito dall’insolita richiesta, ma si sottomette aivoleri della madre: ordina alla moglie di onorare la suocera e si inginocchia per salutare la madre.

ATTO II

Le tre donne di casa Kabanov stanno cucendo, e come sempre la suocera rimprovera la nuora. Rimasta sola con Káťa, Varvara le rivela di aver sottratto alla madre la chiave del cancello e di averla sostituita con un’altra, così potranno uscire: quindi Varvara esce e confida alla cognata che se incontrerà Boris gli dirà di entrare in giardino la sera stessa. Káťa non vorrebbe prendere la chiave, ma sente rientrare Kabanicha e l’ubriaco Dikoj, e nasconde la chiave. È notte: nel giardino, Kudrjáš aspetta Varvara e Boris attende Káťa. Mentre Kudrjáš e Varvara si allontanano, Káťa dichiara il suo amore a Boris: «Vita mia! Verrei con te fino ai confini del mondo!».

ATTO III

Sono passate due settimane. Infuria la bufera e Káťa, turbatissima, confessa al marito di averlo tradito: «Figlio, te lo dovevi aspettare» è il commento di Kabanicha, e Káťa fugge. Sulle rive del Volga, Tichon cerca la moglie, che vuole perdonare perché la ama ancora. Kudrjáš e Varvara hanno deciso di scappare a Mosca, Boris invece deve partire per la Siberia, e dopo uno straziante abbraccio dice addio a Káťa. La donna, sopraffatta dalla disperazione, si getta nel fiume. Dikoj recupera il corpo di Káťa, e mentre Tichon si dispera, la madre ringrazia gelidamente i presenti per la loro partecipazione.


 

 

 
 
 

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