Mito e Rivoluzione
Il Béjart Ballet Lausanne celebra i suoi cinquant'anni, e i cento dalla nascita del fondatore, con una tournée che, in Italia, tocca solo Cagliari: in scena storiche coregrafie su musiche di Theodorakis, Stravinskij e Ravel.
CAGLIARI, 11 ottobre 2026 - La stagione 2026/2027 del Béjart Ballet Lausanne festeggia il quarantennale della propria fondazione, avvenuta nel 1987, ad opera di Maurice Béjart sulle basi del suo Ballet du XX Siècle. La tournée, partita a fine settembre al Théâtre du Jorat di Mézières, ha toccato tra il 9 e l'11 ottobre il Lirico di Cagliari (unica tappa italiana), per proseguire poi, da novembre a tutto il 2027, a Siviglia, Marsiglia (città natale del coreografo, per due serate celebrative all’Opéra), Ostenda, Ginevra ( in occasione di un doppio anniversario di grande valore simbolico: il centenario della nascita del fondatore e, come detto, il quarantesimo della compagnia), due serate a Parigi, dove verrà anche riproposto Mozart Tangos (Suite), rara coreografia diBéjart assente dalle scene da oltre trent’anni.
Cagliari ha accolto con enorme e meritato successo il programma proposto dalla compagnia. La serata si è aperta con le Sette danze greche (7 danses grecques) che non nascono originariamente come una composizione concertistica a sé stante di Mikis Theodorakis, ma proprio per la coreografia del 1983 basata sulla Suite per bouzouki solista e orchestra e su altri temi tradizionali e popolari elaborati da Theodorakis (tra cui brani tratti dal ciclo di canzoni Epitaphios). L'opera originaria fonde la rigorosa struttura della danza classica con la passionalità e i ritmi della cultura folcloristica ellenica. Il programma di sala non indicava né i titoli delle sette danze, né dati sulla registrazione musicale utilizzata; nel secondo caso, si trattava proprio di una esecuzione diretta dallo stesso compositore con solista al bouzouki, una sorta di liuto greco, Lakis Karnesis (una vecchia registrazione Chant du monde).
Nei primi due brani che aprivano le danze (Sta Perivolia e Savvatovrado) la struttura dei passi si basava su formazioni geometriche e rigorose: un ensemble di soli uomini e uno di sole donne si muovono separatamente, i passi alternano camminate ritmiche sincopate di gruppo, in cui i ballerini si tengono per le spalle o per le mani a catena, a balzi atletici e improvvise staticità scultoree che richiamano bassorilievi greci. In Rodia Tetrakloni / Parapono si fonde il partnering classico (prese, sollevamenti geometrici) con una forte sensualità terrena. Il focus coreografico è sulle braccia tese e ondulate e su sguardi intensi (purtroppo il programma di sala non segnalava i nomi dei singoli interpreti, nei pas de deux come in tutti gli altri numeri della serata). In Issoun Kalos / Dioti Den Synemorphotin gli assoli maschili incarnano la figura dell'eroe greco o del frequentatore delle taverne mediterranee. I passi combinano la massima elevazione classica (grandi jetée, piroette spezzate) con i movimenti tipici del Zeibekiko tradizionale: ottimi interpreti che spiace non potere nominare, dai plié accentuati alle rotazioni su sé stessi fino alle pose fiere a braccia aperte. La struttura dell'ultima danza (Klis'to Parathyro) è un crescendo travolgente in cui l'intera compagnia si unisce sul palco in linee e semicerchi. I passi accelerano progressivamente seguendo il ritmo serrato del bouzouki e della batteria: è la stilizzazione del Sirtaki. I danzatori eseguono passi incrociati laterali veloci, battute di piedi all'unisono (frappés) e saltelli ritmici ravvicinati, trasmettendo al pubblico una fortissima carica emotiva e un senso di liberazione collettiva.
Dopo l'intervallo, ecco l'orchestra dal vivo diretta da James Feddeck.
Prima parte di un dittico, L'oiseau de feu di Igor Stravinskij: se la coreografia originale di Michel Fokine del 1910 dipingeva una fiaba russa con zar, principesse e creature magiche, la storica versione di Maurice Béjart del 1970 per l'Opéra de Paris azzera il folklore, analogamente a quanto s'è visto per la Grecia della prima parte. Béjart non usa l'intera partitura del balletto del 1910, ma si appoggia alla più snella Suite orchestrale strutturando i quadri principali secondo uno schema di vita, morte e rinascita, in un disegno di allegoria politica, ideale e rivoluzionaria (il balletto è del 1970, e nasce nell'humus culturale dei movimenti giovanili post-sessantottini). Giovani ribelli? Operai? Partigiani? Un corpo di ballo che indossa delle tute dai colori spenti, guidati da una leader dall'abbigliamento rosso acceso; lo spirito della rivoluzione. I danzatori alternano ora movimenti all'unisono (con qualche lieve imprecisione), ora camminano accovacciati, ora compiono scatti geometrici delle braccia con balzi atletici. La solista (il ruolo fu portato spesso al successo anche da uomini, come Michael Denard e Jorge Dona) ha una eleganza pressoché impeccabile nel disegnare attraverso la sua gestualità l'orgoglio e la speranza, contrastando con grand jetée i movimenti terreni dei 'partigiani', fino al contagioso finale, dove l'intero corpo di ballo indossa i costumi rossi, in una serie di passi ripetitivi, liberatori, trionfali, in una totale assenza di elementi decorativi che rende il loro agire sulla scena come elemento grafico puro.
Poco da dire sulla seconda parte del dittico: il Bolero, nella sterminata produzione di Béjart, rimane probabilmente il suo più celebre titolo, un inno alla vita che, dal suo debutto il 10 gennaio 1961 ad oggi non ha mi smesso di sedurre, incantare, regalare bellezza. Non a caso nella scena finale del film Les uns et les autres Claude Lelouche decise di utilizzarlo. È un balletto tatuato nella storia e nel corpo delle generazioni che si sono succedute, è parte del loro DNA; e la prova offerta a Cagliari ne è conferma, seppure la solista (vale ricordare che, tra le infinite interpreti del ruolo della Melodia si sono susseguite Luciana Savignano, Sylvie Guillem, e – tra gli uomini – Roberto Bolle, mentre in questo caso il nome non è, di nuovo, indicato), nell'ossessivo, sinuoso, ritmico movimento peccasse forse di una certa algidità.
Resta da dire di un'orchestra sfavillante, di una sezione di ottoni rilucente, di un suono che dalla fossa, sia pure al servizio del corpo di ballo, arrivava coinvolgente, netto in ogni sezione, con eccellenti interventi solistici. E, si sa, all'orchestra del Lirico il Novecento si adatta come una seconda pelle. Resta forse ancora da imparare che durante gli applausi (al termine dell'Oiseau de feu) non si sta a provare intonazioni, piccoli passaggi etc.
Ottime e ben rodate le luci di Dominique Roman, dal controluce iniziale per Theodorakis allo spotlight violentissimo e zenitale per la solista in Stravinskij come per i tagli laterali che creavano, nello stesso balletto, le ombre lunghe sulla scena. Costumi di Joelle Roustan e Roger Bernard, scena e costumi dello stesso Béjart per il Bolero.
Grande e meritato successo di pubblico.
Leggi anche
Verona, Roberto Bolle and Friends, 21/07/2026
Cagliari, Beethoven 7, 03/05/2026