L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Il Castello della Sinfonica Siciliana

di Giuseppe Guggino

L’Orchestra Sinfonica Siciliana propone in forma di concerto Il castello di Barbablù di Bartók con la convincente Judit di Diana Lamar e la buona concertazione di José Maria Florêncio.

Palermo, 10 marzo 2023 - Come di consueto nelle sue stagioni l’Orchestra Sinfonica Siciliana si concede qualche episodica incursione nel repertorio operistico di spessore sinfonico proponendo in forma di concerto A kékszakállú herceg vára, «mistero in un atto» da Maurice Maeterlinck di Béla Bartók, su libretto in lingua ungherese di Béla Balàzs.

Musicato fra il febbraio e settembre del 1911 ma andato in scena per la prima volta sette anni dopo, la rivisitazione della fiaba di Perrault in chiave psicotico-morbosa trova realizzazione musicalmente aderente nella prosodia articolata da Bartók su brevi incisi melodici, in genere discendenti e per piccoli intervalli.

Dopo la felice prova protagonistica nell’Elektra straussiana dello scorso anno ritorna Diana Lamar che, a pochi giorni di distanza, transita dai panni di Floria Tosca indossati al Teatro Vittorio Emanuele di Messina a quelli di Judith, calzando con intelligenza interpretativa una scrittura vocale che dagli iniziali slanci melodici appassionati degrada verso andamenti sempre più spezzati, man mano che, con l’apertura delle porte del castello, crescono gli angosciosi dubbi sulla personalità di Barbablù. Parimenti coinvolto nel fatale confronto a due è Mamuka Lomidze, suo contraltare negativo, che però non può contare su un’emissione altrettanto stilizzata, viceversa esposta non di rado alla forzatura di sapore verista.

Sul podio José Maria Florêncio controlla con sufficiente autorevolezza l’Orchestra Sinfonica Siciliana che, pur nell’acustica quanto mai problematica del Politeama Garibaldi, conferma la nota duttilità nel saper rendere i contrasti di livello dei volumi, progressivamente crescenti fino al massimo turgore toccato con l’apertura della quinta porta, in una partitura geometricamente costruita per simmetrie numeriche e tonali. In buona forma tutte le sezioni, nell’insieme riescono ad assecondare le ricche soluzioni timbriche di Bartók che impreziosiscono con arpeggi rabbrividenti o suoni lividi la densità di fondo della scrittura orchestrale.

Dopo il buon successo di pubblico il prossimo appuntamento di rilievo è per il prossimo fine settimana, con Mozart, Schubert e Beethoven affidati alle mani di Ton Koopman.


 

 

 
 
 

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