Una Sesta per saluto
Un'accoglienza entusiastica è riservata, nel primo concerto della stagione 2026-27, alla Sinfonia n. 6 di Mahler con cui l'ormai ex direttore principale dell'OSN Rai prende commiato da una platea che, nei tre anni precedenti, l'ha apprezzato al massimo grado
TORINO, 22 ottobre 2026 - Quasi una decina di minuti di applausi scroscianti, vibranti salutano al termine della serata Andrés Orozco-Estrada in quello che è allo stesso tempo un inizio e una fine. Inizio perché si tratta del concerto inaugurale della stagione 2026-27 dell'Orchestra Sinfonica Nazionale, fine perché è la sua ultima apparizione sul podio dell'auditorium Toscanini in veste di direttore principale prima del definitivo passaggio di consegne all'entrante Michele Mariotti.
Sul piatto c'è un'opera che può valere da sola la consacrazione o il dileggio: la Sesta sinfonia in la minore di Gustav Mahler, 'unica Sesta' secondo la fortunata e celebre definizione di Alban Berg, negli ultimi anni spesso indicata con il sottotitolo, non dovuto all'autore, di Tragica. Non un addio (il maestro di origine colombiana ritornerà per un altro concerto nel corso della stagione) ma un arrivederci in grande stile. Orozco-Estrada è un navigatore esperto nei mari del sinfonismo a cavallo tra Otto e Novecento e, in modo analogo all'inaugurazione della passata stagione all'insegna della colossale Terza, quest'anno la scelta è nuovamente caduta su un altro capolavoro mahleriano.
Ciò che colpisce della Sesta è un ambiguità di fondo tra le istanze drammatiche riassunte dall'epiteto attribuitole, a mo' di profetica anticipazione di un destino intriso di tragedie personali e familiari che si sarebbero scatenate negli anni successivi alla sua composizione (1903-04), e una straripante vitalità che percorre per intero ogni movimento. Ma vi è qualcosa che in Mahler non sia ambiguo e passibile di letture bifronti? La domanda, ovvio, è retorica, anche se nell'occasione il direttore preferisce senza dubbio porre l'accento più sul secondo aspetto che sul primo, con una lettura vigorosa, serrata, luminosa grazie a un suono che raggiunge a tratti una bellezza pura e in sé compiuta, relegando la disperazione a veloci ombre inquietanti, ma non per questo prive della facoltà di trasmettere, con un brivido, sprazzi di angoscia assoluta. Ciò che, a prima vista, potrebbe sembrare un difetto, con l'esaltazione di un'energia che trova il pendant nella grandiosità dei mezzi orchestrali impiegati, dominati, non solo in senso tecnico, con perizia assoluta, si trasforma allora in un inno all'implacabilità dell'esistenza umana, dove pianto e riso si fondono, con sfumature impercettibili e continue, nel modellare il paesaggio di un unico volto.
Ecco dunque il muscoloso Allegro energico, ma non troppo che apre la sinfonia, con l'andatura di marcia, sottolineata dagli inesorabili schemi ritmici dei bassi e delle percussioni, che contagia la sala con un'onda sonora di consistenza quasi palpabile nel proprio crescendo di intensità fino al climax dello sviluppo, nel quale i due temi principali cozzano tra loro in uno tra i più memorabili saggi dell'abilità contrappuntistica di Mahler.
Orozco-Estrada esegue il ritornello dell'esposizione, rispettando con rigore le indicazioni della partitura, dipana con slancio voluttuoso il 'tema di Alma', dà prova nei passaggi di maggior complessità di un autentico virtuosismo della bacchetta, seguito con prontezza e duttilità da un'orchestra alla quale va ascritta una performance superba da capo a fondo. Anche gli ottoni, a cominciare dagli otto corni capaci di stendere sulla campitura sinfonica mezze tinte con intonazione morbidamente voluttuosa, si dimostrano al livello delle migliori compagini in circolazione.
L'annosa questione della posizione dei due movimenti centrali viene qui risolta anteponendo l'Andante moderato allo Scherzo. Se c'è una critica che si può muovere a Orozco-Estrada riguarda proprio il tempo lento, mancante, pur nella cura di un suono levigato in maniera maniacale, della tensione nascosta sotto l'apparente parentesi idilliaca.
Dote particolarissima e non affatto scontata, comune solo ai migliori interpreti, va infine riconosciuta a questo direttore: rendere al meglio la complessa forma della costruzione mahleriana, che procede mediante la successione di pannelli in apparenza contrastanti eppure legati tra loro da ineccepibile logica interna, senza mostrare mai la minima forzatura nel gesto o dare adito alla sensazione di accostamento precario. Esemplare è il finale, dove idee stridenti, abbandoni melodici, armonie ardite, agitarsi di campanacci fuori scena (per non tacere dei due fenomenali colpi di martello) si risolvono in un movimento che pare attrarre nella sua orbita anche il silenzio che fagocita l'ultimo pizzicato degli archi dopo l'accordo fortissimo dell'intera orchestra.
La platea, gremita dal pubblico delle grandi occasioni, tributa il caloroso e meritato tributo a tutti i protagonisti del primo concerto di una stagione che si preannuncia di elevato interesse.
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