Prospettive romane e apollinee
Nel primo appuntamento dell'anno all'auditorium Rai una folta platea omaggia il direttore principale, Andrés Orozco-Estrada, dell'orchestra di casa in Berlioz e Respighi, affiancato dal giovanissimo talento del violoncello Ettore Pagano nel concerto di Saint-Säens
TORINO, 8 gennaio 2026 - Il primo concerto del 2026 targato Orchestra Sinfonica Nazionale avviene sotto la bacchetta del direttore principale Andrés Orozco-Estrada con un impaginato di opere francesi e italiane per il quale, se si eccettua l'eccellente perizia nella strumentazione che accomuna nomi del calibro di Berlioz e Respighi e un generico richiamo ad ambienti 'romani', non è immediato trovare un filo conduttore.
Si comincia dunque con il grande Hector e la sua ouverture Le carnaval romain, scritta in fretta e furia alla fine del 1843 per avere un nuovo lavoro da presentare nell'imminente stagione parigina. La lettura di Orozco-Estrada di questa pagina, che in definitiva è una rielaborazione di temi dallo sfortunato Benvenuto Cellini, oggetto cinque anni prima di uno dei più leggendari fiaschi della storia dell'opera, è, a conti fatti, molto classica e misurata, tanto nella prima parte con la celebre melodia del corno inglese (tratta dal duetto d'amore del primo atto) quanto nel successivo saltarello, con la raffigurazione del carnevale che dà il titolo al pezzo. Certamente nell'Allegro vivace si sarebbe potuto osare di più sotto il profilo della scansione ritmica e della velocità ma qui si entra nel campo delle predilezioni personali. Resta il fatto che Berlioz, se eseguito stemperando le bizzarrie (repentini cambiamenti di tempi, modulazioni improvvise, accostamenti audaci di timbri) che costituiscono la parte originale della sua musica, rivela al meglio i legami con la tradizione precedente (da Gluck a Cherubini a Beethoven) se appena appena si gratta la scorza del ribollente romanticismo.
Tutt'altro clima si respira nel concerto per violoncello e orchestra n. 1 in la minore op. 33 (1872) di Camille Saint-Säens, dove il gesto virtuosistico necessario a mettere il luce la bravura del solista, è incamerato all'interno di una struttura ciclica in un unico ampio movimento dove gli episodi si susseguono senza soluzione di continuità. Tanto intemperante nell'animo, anche in un'esecuzione composta e controllata, era l'ouverture di Berlioz, tanto perfettamente simmetrico e, verrebbe da dire, apollineo è l'ideale di questo brano in cui ogni singola nota trova la giustificazione all'interno di un discorso amabile e brillante ma privo di sostanziali imprevedibilità. Echi di composizioni altrui si percepiscono da capo a fondo (in primis un famoso passaggio dell'overture da Oberon di Carl Maria von Weber), rendendo il lavoro una summa dell'arte di Saint-Säens, vorace assimilatore di stili e tendenze, plasmati e declinati con un gusto tutto francese in grado di affascinare e conquistare ancora oggi le platee più esigenti. Se la performance torinese si risolve in un successo, bisogna rendere merito, oltre alla scintillante direzione del maestro colombiano, a Ettore Pagano, agguerrito violoncellista ventidueenne, vincitore di prestigiosi riconoscimenti internazionali che, imbracciando uno strumento firmato dal veneziano Ignazio Ongaro alla fine del '700, rende in modo efficace la verve d'oltralpe di un concerto che, sotto la piacevolezza delle idee melodiche, richiede un notevole impegno alla parte principale. Elasticità nel fraseggio, cavata sonora ed elegante, controllo mirabile del timbro e dell'intonazione sono i tratti caratteristici di un giovane destinato di certo a far parlare ancora di sé e applaudito a lungo nei due generosi encore concessi fuori programma, curiosi mix di linguaggio classico, folk e pop con Pagano che, oltre a intervenire sulle corde dello strumento con diverse tecniche, dimostra la propria versatilità anche con interventi cantati e fischiati.
Chiusura spettacolare con Fontane di Roma (1916) e Pini di Roma (1924) di Ottorino Respighi, poemi sinfonici che hanno reso conosciuto nel mondo l'autore, con i loro dipinti in suoni di una capitale un po' fuori dal tempo e dai tempi, una sorta di metropoli sprofondata nella natura come forse non è mai esistita, lontana dal caos in cui è sempre stata immersa dai tempi di Augusto fino ai nostri giorni.
L'orchestra si amplia e dà prova di notevole intesa e coesione tra i differenti settori, sotto la guida attenta e partecipe di Orozco-Estrada che esplora a fondo, con energica raffinatezza, le risorse coloristiche messe in campo dal compositore. Nonostante il roboante incedere de I pini della via Appia, con le buccine sfolgoranti in piedi sul fondo del palco, il caleidoscopio timbrico de I pini di Villa Borghese (che acquistano a sprazzi un sapore quasi stravinskiano), o il maestoso zampillio de La fontana di Trevi al meriggio, è negli episodi di maggior raccoglimento e intimità, qua e là ravvivati da uno sfarfallio impressionistico, che Respighi dà il meglio di sé e che, in definitiva, rende memorabile soprattutto la partitura delle Fontane, ricca di mezze tinte e di delicate nuances che il direttore, messa da parte qualsiasi intenzione retorica, distilla con mano sapiente e vivo senso del paesaggio, tra un'alba a Valle Giulia e un tramonto a Villa Medici.
Pubblico numeroso ed entusiasta di tanta solarità mediterranea nella gelida serata subalpina.
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