L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La retorica dell'evento

di Roberta Pedrotti

In una Rai che sembra sempre più alla deriva, non fanno ben sperare gli orizzonti profilati dai nuovi palinsesti, che sembrano sprecare la missione, l'enorme potenziale e il patrimonio umano del servizio pubblico.

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Vien quasi da ridere, ma di un riso nervoso, in cui si sfoga la frustrazione. Giovedì 16 luglio, in prima serata, la Rai si fa concorrenza da sola: su Rai 3 va in onda, da Verona, La traviata, mentre su Rai5 il Concerto per Milano diretto da Chailly seguito da una puntata di Cantare amantis est con Muti. Pogrammi in prima tv ma registrati in precedenza (il concerto si è tenuto il 13 giugno, l'opera del 12) e quindi si sarebbe potuti facilmente collocare in altra data. Ci chiediamo se salterebbe mai in mente, fra canali di una stessa azienda, di programmare in contemporanea, per dire, L'eredità e Reazione a catena, o The Walf of Wall Street e Gangs of New York, La sirenetta e La bella e la bestia, Superman e I fantastici quattro. Farsi concorrenza da soli, per di più in un bacino di ascoltatori così ben definito com'è quello degli appassionati di musica, può essere masochista, può sembrare un dispetto interno o una mancanza totale di coordinamento e comunicazione. Tutto fuorché una strategia sensata.

Per di più non si può dire che la programmazione musicale della rete in origine deputata alle arti performative e visive sia così fitta e serrata da rendere inevitabili le sovrapposizioni. Anzi, è da circa un anno che lamentiamo lo svuotamento del palinsesto, mentre riceviamo mail, messaggi e commenti dei lettori che oscillano fra rabbia e desolazione. Se, poi, nel poco che si manda in onda ci si fa pure concorrenza da soli, si profila l'immagine dell'indimenticato Tafazzi.

Ora che ci troviamo di fronte anche ai nuovi palinsesti, con la programmazione nero su bianco introdotta da una dichiarazione d'intenti del direttore Fabrizio Zappi e non possiamo non fermarci per una nuova riflessione, proprio a partire dalle parole di Zappi, incorniciate dall'aura mistica del riferimento a San Francesco e della citazione di Papa Leone XIV. Tutta la sua prefazione, invero, sembra un atto di fede, belle parole generiche sull'importanza della cultura, del dialogo, di strumenti per comprendere il mondo, senza però che alla fine sia facile trovare un progetto concreto in ambito artistico e un riscontro nell'elenco di programmi ed eventi che segue. Un indizio, tuttavia, traspare nel proposito di “parlare al pubblico attraverso idee forti, linguaggi contemporanei, originalità, stile, emozione e anche attraverso quel piacere del racconto che rende la televisione uno strumento unico.” Non c'è dubbio che il linguaggio televisivo si evolva e vada sfruttato nella sua specificità, sebbene il risultato ci porti a pensare che “emozione” sia in realtà un passepartout a buon mercato per evitare approfondimenti e sforzi progettuali e creativi a più ampio raggio affidandosi, invece, alla retorica dell'evento. Il “linguaggio contemporaneo” sembra voler dire che il teatro e la musica classica non ne facciano parte e quindi vadano sic et simpliciter limitati in favore di talk show e rotocalchi sempre più eterogenei e generalisti. Insomma, non ci si evolve sulla traccia di C'è musica e musica di Luciano Berio o delle lezioni televisive di Bernstein, bensì su quella del Maurizio Costanzo Show. E sì che chi scrive deve molto del nutrimento per la sua nascente passione proprio a trasmissioni che Rai 3 osava proporre addirittura nel primo pomeriggio nei primi anni '90: Prima della prima (la più lomgeva), Figaro qua, Figaro là (una sorta di ciclo sul modello di Prima della Prima dedicato a Rossini nel bicentenario della nascita) o L'amore è un dardo (il battesimo televisivo di Alessandro Baricco). Non sarebbe possibile tornare a produrre qualcosa del genere? Non sarebbe possibile credere che, in un canale che nasce proprio per le arti performative, l'opera, la danza, i concerti, la prosa si possono trasmettere con frequenza, e non solo ogni tanto di notte o all'alba? Con tutto il rispetto per i grandi predatori della savana e per i licheni della taiga, non potrebbe darsi che la collocazione dei – bellissimi – documentari naturalistici sia altra e non debba sottrarre spazio, per di più con repliche di repliche, a ciò per cui Rai5 sarebbe nata?

Domande difficili, lo sappiamo. Proviamo a concentrarci almeno su alcuni punti.

Innanzitutto, Raiplay non è un alibi. Spesso si sente dire che agli orari scomodi si può ovviare ricorrendo alla piattaforma on demand. È senz'altro vero: Raiplay è una risorsa importantissima e, appunto, risolve almeno in parte la questione di un palinsesto che non potrà mai essere ottimale per le preferenze, i ritmi di vita e lavoro di tutti gli spettatori. Ci sono, ad ogni modo, alcuni ma da considerare: in primo luogo, non tutto il pubblico televisivo ha dimestichezza con questo mezzo e sono molte le persone, prevalentemente ma non necessariamente anziane, a basarsi sulla visione tradizionale in diretta; in secondo luogo, lo streaming on demand per definizione è indirizzato a chi sa già che desidera vedere quel programma e se lo va a cercare, per cui si rischia di perdere una fetta di possibili fruitori più o meno casuali; bisogna poi dire che Raiplay non è esattamente il portale più intuitivo e meglio indicizzato del web; infine, lo streaming è prevalentemente un archivio di ciò che è trasmesso dal digitale terrestre, quindi se la Rai produce e trasmette meno programmi culturali meno ce ne saranno anche a disposizione sulla sua piattaforma online. Non credo si debba spiegare perché queste questioni costituiscano sia un problema commerciale (in termini di strategia per attrarre il maggior numero di spettatori e fidelizzarli) sia un problema culturale (nei termini di qualità che il servizio pubblico per definizione sarebbe tenuto a diffondere).

Corollario della questione orari e streaming è anche la definizione di prima serata. Il comunicato Rai propone una bella lista di eventi per questa fascia da settembre a dicembre. Peccato che su quattordici di uno non sia indicato l'orario d'inizio, per sei sia effettivamente alle 21:20 (non proprio agevole comunque, se l'opera in cartellone è un Siegfried...), mentre per ben sette, quindi almeno la metà, alle 22.15. Chiamarle prime serate sembra un po' forzato, ma, d'altra parte, sulle reti generaliste perfino i grandi concerti estivi di un personaggio del peso anche mediatico di un Riccardo Muti vengono relegati a mezzanotte, spesso senza nemmeno una riga nell'area stampa.

Veniamo, dunque, a questi famosi eventi in prima serata, che sono poi l'unica proposta musicale raccolta sotto la definizione di musica colta (cosa che già aprirebbe le porte dei pantani della catalogazione dei generi: basti dire che ovviamente Rai5 dovrebbe essere la casa di tutta la musica di qualità e che i programmi dedicati al jazz o ad ambiti, per così dire, extraclassici sembrano relegati in orari ancor peggiori). Nulla, peraltro, si dice dei primi mesi del 2027 e viene il dubbio, dopo la scuola del 2026, che non ci sia semplicemente nulla da dire.

Evento è la parola usata, nella cartella stampa Rai, per il Falstaff romano che verrà trasmesso – unico appuntamento musicale nelle reti generaliste - da Rai3. Può essere una parola chiave, però, per tutta la linea culturale del servizio pubblico in assonanza concettuale con quell'emozione evocata da Zappi. Non si tesse un progetto complesso e ramificato, insomma, non si pensa ad ampio raggio e a lungo termine, ma si segue, questa è l'impressione netta, l'onda del singolo spettacolo, del singolo momento con la sua emozione. Se non lo è la rivoluzione, insomma, sarà l'arte a diventare “un pranzo di gala”? Una vetrina luccicante da mostrare di tanto in tanto per dirci, con aria vagamente strapaesana, quanto siamo bravi, che meravigliose tradizioni abbiamo e quanto il popolo possa sognare di fronte a questo sfavillìo senza che diventi familiare. Intrattenimento d'alta classe, ma pur sempre un vezzoso accessorio occasionale o manìa per pochi: questo emerge al di là delle belle parole. È la retorica incarnata a meraviglia dai super galà areniani con cast stellari, spazi immensi, grandi masse artistiche a gongolare dei riconoscimenti Unesco senza porsi la domanda (anzi! Vade retro!) su cosa significhino. Perché l'Unesco non ci ha dato una medaglia per dirci che siamo il paese del sole e del Belcanto dove sono state scritte tante belle melodie: ci ha ricordato che abbiamo un tesoro di competenze da preservare, tramandare, sviluppare. Questo può benissimo ispirarci anche una bella festa, ma non c'entra nulla con la retorica dell'evento, avrebbe semmai a che fare con una politica della cultura e della formazione. 

Già solo in fatto che fra i programmi di Rai Cultura in prima serata figuri una specie di “ballo delle debuttanti” (da cosa verrà questa manìa di scimmiottare a Venezia tradizioni viennesi?) e che gli Stati generali della Cultura si annuncino con i triti slogan come “promozione del made in Italy” (con tutto quel che di serio ci sarebbe da dire...) fa pure pensare. Fa pensare anche che fra i Festival, per la Rai Cultura dell'era Zappi esista praticamente solo l'Arena di Verona, con una concessione all'Aida del Circo Massimo (quindi, al di là del valore dei singoli spettacoli per appassionati e addetti ai lavori, nell'ottica televisiva, sempre eventi kolossal). E sì che la Rai quest'anno avrebbe potuto arricchire il suo archivio con la prima produzione scenica mondiale della prima versione di Carmen (Martina Franca, dove l'anno scorso si sarebbe potuta filmare quella meravigliosa primizia che è stato Owen Wingrave di Britten). Avrebbe potuto mettere in catalogo non solo quel monumentale capolavoro che è Le siège de Corinthe, ma anche due gioielli che sono anche due classici della regia d'opera come La scala di seta secondo Michieletto e L'occasione fa il ladro secondo Ponnelle (Pesaro). Dopo il Marino Faliero del 2021, la Rai ha più registrato nulla a Festival Donizetti di Bergamo? E da Spoleto? E dal Festival Verdi di Parma? O al Cantiere di Montepulciano, che nel 2025 ha festeggiato cinquant'anni e dove nel 2026 si celebra il centenario di Henze? Viceversa, con il filmato della prima assoluta – pur vincolato dai diritti Sony e Riccardo Muti Music – e della ripresa diretta da Maazel, era proprio necessario, nel vasto cartellone della Scala, riprendere ancora La traviata con la regia di Liliana Cavani?

Per tutto ciò che avrebbe potuto essere registrato dalla Rai e non lo è stato o non lo sarà, si potrà facilmente parlare di costi, ma forse il problema della Rai sta proprio lì: mettere al primo posto una logica aziendale in cui i numeri del quiz preserale o del reality stanno sullo stesso piano di quelli dell'opera o del programma d'approfondimento. Non è così: il concerto dell'Orchestra di Santa Cecilia non può essere misurato televisivamente con gli stessi parametri della finale di Sanremo. Bisogna invece ragionare sulla specificità di ogni settore, con le professionalità su cui la Rai può contare, e non cercare, al contrario, di omologare tutto con il risultato di avere solo eventi tout court, che non possono funzionare, scontentando alla fine chi cerca altro (se vuoi la canzone, ascolti la canzone, non fai finta che l'aria d'opera lo sia) e chi cerca proprio quello (e alla fine, pur pagando il canone, abbandona Rai5 per trovare altrove ciò che gli interessa), creando ascoltatori occasioni ed evanescenti. Sarebbe una buona strategia per chiunque, come insegnano i perniciosi effetti del fan service in tante produzioni, ma viepiù sarebbe d'obbligo nella definizione di servizio pubblico pensare prima di tutto alla qualità: si creda in un progetto, in un'idea, li si porti avanti. Si osi e si guardi lontano. Non è importante l'evento (o la quantità di eventi) singolarmente, ma il complesso di un progetto che può essere fatto anche di materiali d'archivio, documenti, approfondimenti mettendo le arti al centro e non come occasionale divagazione fra le repliche di documentari provenienti da Rai3 e Rai Storia. Si potrebbe perfino scoprire che chiamare un bravo musicista o musicologo a parlare in tv, richiedere un filmato o mandare una troupe per uno spettacolo interessante seppur meno appariscente può convenire e addirittura piacere al pubblico più delle chiacchiere di Vespa e Carlucci o di Capotondi e Preziosi, più di una seratona kolossal isolata o di un Wagner messo lì per chi resiste fino alle due o le tre di notte. Anche nel mondo della fiction, prodotti dozzinali trovano fruttuoso mercato, ma poi la Rai con un Montalbano (cast, sceneggiatore, regie e musiche eccellenti) ha fatto centro sotto ogni punto di vista.

Forse il guaio, parafrasando Cio Cio San, è che non vogliono. Almeno così sembra dire un palinsesto che da un anno a questa parte ha trasformato il potenziale gioiello della Rai in un guscio sempre più vuoto sul punto di collassare su sé stesso, senza che nemmeno nell'azienda del servizio pubblico ci si prenda la briga di coordinare i palinsesti per evitare pasticci come quello del 16 luglio. Nell'immediato, il reality vende, mentre l'arte vera, quella che non è fatta di personaggi ma di persone, di lavoro e non di marketing, fa pensare e questo, forse, è un rischio.

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