Hanno ammazzato il dittico dei bassifondi
L’ultimo scampolo di stagione operistica del Teatro Massimo di Palermo propone isolatamente Cavalleria Rusticana a far serata d’ordinaria amministrazione sia sotto il profilo visivo che sul versante strettamente musicale, eccezion fatta per la notevole Santuzza di Teresa Romano.
Palermo, 12 settembre 2026 - Negli stessi giorni in cui il Teatro La Fenice porta in scena i Pagliacci di Leoncavallo spaiati dall’usuale abbinata mascagnana, oltre novecento chilometri più a sud il Massimo di Palermo ricompone idealmente il dittico verista programmando Cavalleria rusticana, anch’essa priva di altro titolo in accoppiamento: segni di una tendenza ormai rinunciataria rispetto alla sfida di incollare lo spettatore alla poltrona per più di un’ora.
Qualora ce ne fosse bisogno, vieppiù in una stagione che per Semiramide ricorre al noleggio dalla provincia francese di una produzione di modesto valore, si opta per un allestimento nuovo di zecca; peccato che poco di nuovo abbiano le scene dipinte di Italo Grassi, se non l’inedita e infelice commistione fra la bidimensionalità della pittura e la spazialità dei pannelli che la accolgono, ad evocare più l’assolata Sicilia da fiction che non quella tanto dura quanto poetica degli scatti di Ferdinando Scianna. Parimenti oleografici sono mantelline, coppole, jippuni neri e pancere a fasce rosse nei costumi di Francesco Zito. Il solido mestiere di Marco Gandini fa il resto, coniugando ad una gestione del palcoscenico all’insegna della tradizione qualche soluzione registica più alternativa, con alterne riuscite. In assenza di animali da soma compar Alfio entra ed esce di scena trainando il carretto; teatralmente più efficace è invece la traslazione dell’esanime Turiddu in proscenio, dove attendono Santuzza e Mamma Lucia.
Allineandosi alla parte visiva anche Gaetano D’Espinosa in buca opta per una deludente lettura ipertradizionale, scandita da tempi assai serrati e caratterizzata da sonorità sovente fin troppo generose. Buona la risposta dell’orchestra, eccezion fatta per le non occasionali intemperanze degli ottoni, mentre il coro preparato da Salvatore Punturo – complice (forse) un uso della scena che ne sfrutta la profondità – si presenta irrimediabilmente sfaldato al suo interno.
Fra i solisti converrà partire dalla generosa Santuzza di Teresa Romano, vocalità di ascendenza mediosopranile dai mezzi assai cospicui, capace di un buon controllo su tutta la gamma che tende a farsi un poco macchinoso nel registro acuto, dove si registra giocoforza una minore spontaneità, pur sempre garantendo ben a fuoco l’emissione del suono; valida anche sotto il profilo interpretativo e scenico, si rivela personalità artistica completa, tanto pugnace quanto affidabile, a cui non rimane che augurare il passaggio da Santuzza a personaggi ancor più sfaccettati e complessi.
Sul versante maschile il cast presenta due degli artisti più affidabili del panorama lirico attuale per la corda tenorile e baritonale. Fabio Sartori non si segnala per l’avvenenza timbrica né per la presenza scenica, ma è un Turiddu corretto e di buon volume. Suo degno rivale è il compar Alfio di Ambrogio Maestri afflitto forse da una maggiore stanchezza nel montare con la voce, rifugiandosi sin dalla sortita in qualche suono eccessivamente preso da sotto, pur in un’amministrazione complessivamente salda.
Poco civettuola è Sofia Koberidze alle prese con il personaggio di Lola, disegnato con scarsa malizia e mezzi assai ordinari, mentre men che mediocremente completa la distribuzione Kamelia Kader nei panni di Mamma Lucia.
In una sala prossima al sold out il pubblico plaudente riguadagna velocemente l’uscita, nonostante oltre a compare Turiddu si sia ammazzato il collaudatissimo dittico dei bassifondi, a tutto vantaggio della cena nel post-opera.
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