L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Lo Schumann furioso

di Alberto Ponti

Il recital del vincitore del Concorso Busoni dello scorso anno si risolve in una prestazione muscolosa che non sempre consente di mettere in luce le indubbie qualità del giovane interprete

TORINO, 15 settembre 2026 - Ancora fresco della vittoria al Concorso Busoni 2025, il cinese Yifan Wu si presenta al pubblico torinese di MITO Settembre Musica con un impegnativo programma dedicato per intero a Robert Schumann.

Che al giovane pianista non piacciano i fronzoli ma la sostanza, lo si intuisce fin dall’entrata in scena: di aspetto più maturo dei suoi vent’anni, si fionda letteralmente dai camerini sul palcoscenico, attaccando, mentre la sala ancora applaude, la prima delle otto fantasie di Kreisleriana op. 16.

Nata nel 1838 dalla suggestione suscitata dall’omonimo libro di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann ed esito artistico tra i più alti del suo autore, con pagine di ispirazione vertiginosa su una tavolozza armonica talvolta profetica, la raccolta è caratterizzata da una continua mutevolezza di situazioni espressive, alcune delle quali di estrema arditezza, e non costituisce certo una prova per chi difetti di personalità. Wu di personalità ed originalità ne dimostra fin troppa, tanto che a tratti si fatica a riconoscere il lavoro rispetto alle interpretazioni di riferimento di celebri pianisti del passato.

All’ascolto si palesano in ogni caso fin da subito le caratteristiche principali del suo stile esecutivo: a un’ottima tecnica e a un controllo del suono sempre eccezionale si accompagnano una concezione del tempo assai libera, con incessanti licenze agogiche, spesso a fatica comprensibili, rispetto alla scrittura schumanniana e un largo uso del pedale di risonanza che, se da un lato consente di creare effetti di notevole suggestione timbrica (altro aspetto molto curato della lettura di Yifan Wu), dall’altro risulta alla lunga abbastanza fastidioso.

Dopo l’intermezzo dell’Arabeske op. 18, dove in quest’occasione il normale contrasto tra le sezioni veloce e lenta viene esasperato con l’accelerazione virtuosistica del tema principale e la dilatazione degli episodi contemplativi, arriva la cartina di tornasole dell’intero concerto con la Sonata n. 1 in fa diesis minore op.11 (1833-35). Qui il solista si trova di fronte a uno dei capolavori enigmatici della produzione del compositore: la coabitazione delle due anime di Eusebio e Florestano sotto uno stesso tetto raggiunge livelli di inasprimento ai limiti del disturbo bipolare, senza tuttavia intaccare l’altissimo estro creativo di Schumann. Yifan Wu parte in quarta come se dovesse battere un record e polverizza i primi tre movimenti in poco più di un quarto d’ora, con il vasto Allegro vivace iniziale, preceduto dall’Introduzione, e il frenetico Scherzo ad incorniciare la sublime Aria. Ad impressionare, una volta di più, è il possesso del mezzo tecnico, abbinato ad un’attenzione per la dinamica del suono davvero non comune, a scapito, per ampie sezioni della sonata, dell’unità stilistica che, seppur frammentata nei tanti episodi che rendono la qualità tematica dell’opera assolutamente debordante, non può passare in secondo piano. Anche in tale pezzo le scelte di Wu, il quale non è privo della capacità di osare, sono destinate a far discutere: basti citare, a mero titolo di esempio, il trio dello Scherzo (da Schumann denominato Intermezzo) che, dopo una progressione di sforzando, deve prorompere in fortissimo scaricando tutta la tensione accumulata nelle battute precedenti. Nell’esecuzione del giovane cinese il passaggio di umore e di modo, da fa diesis minore a re maggiore, è molto poco accentuato passa quasi inosservato a chi non sia pratico della partitura.

In modo paradossale, proprio nel lungo Finale (Allegro un poco maestoso) che è forse il tempo, se non più debole, più irrisolto dell’ambiziosa composizione, con l’autore che vorrebbe dire tante cose e tutte insieme, in un continuo accostamento di titanismo e intimità, le capacità del solista vengono fuori meglio, non nuocendo al discorso, già frantumato sulla carta in misura maggiore che nei movimenti precedenti, il sezionamento ‘cubista’ di particolari che, squadernati uno per uno con estremo labor limae su timbro e suono, alla fine compongono una sorta di ‘collage’ convincente e gradevole.

Dopo settanta minuti di autentica furia, Yifan Wu, tra gli applausi e le ovazioni di una sala del Conservatorio particolarmente affollata, appare all’improvviso votato alla distensione nei tre bis concessi con generosità: tra Scarlatti, Mozart e Schubert affiora con apprezzabile sollievo quella grazia nel tocco che, in Schumann, era in parte mancata.

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