Dall’ombra alla luce
di Matteo Lebiu
Un prestigioso appuntamento inaugura la nuova stagione della Sinfonica di Milano nella cornice del Teatro alla Scala. Un programma di grande respiro, affidato alla bacchetta di Marko Letonja e al talento del violoncellista Daniel Müller-Schott, per una serata che intreccia repertori, sensibilità e atmosfere diverse.
MILANO, 13 settembre 2026 - Puntuale come settembre, la Sinfonica di Milano offre al pubblico il suo consueto concerto di inaugurazione nella cornice d’eccezione del Teatro alla Scala. Anche la scelta del programma sembra riflettere il ritrovato stato di grazia dell’illustre compagine sinfonica milanese, accostando composizioni tanto diverse quanto complementari.
È stato infatti il celebre Concerto per violoncello di Elgar ad aprire la serata, con il giovane solista Daniel Müller-Schott, artefice di una lettura appassionata e intensa. Se però il suono del violoncellista si distingue per calore e profondità, lo stesso non si può dire dell’orchestra: il gesto piuttosto squadrato del direttore Marko Letonja garantisce grande precisione all’insieme, ma restituisce un suono talvolta rigido, quasi ingessato. Fa eccezione il terzo movimento, Adagio, vera oasi lirica della serata. Un’esecuzione, quella dell’Op. 85 di Elgar, che lascia dunque un po’ di amaro in bocca, nonostante il caloroso apprezzamento del pubblico, probabilmente conquistato dalla bravura del giovane solista. Müller-Schott ha poi ricambiato gli applausi con un bis di tutt’altro genere: la Gigue dalla terza Suite per violoncello di Bach, affrontata con piglio brillante e autentico spirito danzante.
Alla luce dell’esito della seconda parte del programma, verrebbe quasi da pensare che la Sinfonica di Milano abbia inizialmente conservato le energie per sfoggiare, nel dittico romano di Respighi, tutta la propria ritrovata vitalità. Fontane e Pini di Roma sono infatti due poemi sinfonici ideali per mettere in mostra le potenzialità di un’orchestra: scelta dunque quanto mai felice quella di affidare proprio a queste pagine l’inaugurazione della nuova stagione. Dopo l’intervallo, lo stesso direttore appare decisamente più a suo agio. Il gesto di Letonja si fa più morbido e contenuto, riuscendo così a disegnare sotto un’unica, ampia campata il grande affresco delle Fontane di Roma. Il poema si sviluppa come un lungo crescendo, destinato a trovare il proprio apice nella Fontana di Trevi al meriggio, per poi ritrovare molto gradatamente la calma nel diminuendo dell’ultima sezione, La fontana di Villa Medici al tramonto.
I Pini di Roma hanno quindi concluso la serata in maniera assolutamente trionfale. Dopo l’euforia de I pini di Villa Borghese, la Sinfonica di Milano costruisce con sapienza i movimenti centrali, facendo riecheggiare quelle forti suggestioni debussiane, già ravvisate nelle Fontane, soprattutto nel Notturno sinfonico che evoca I pini del Gianicolo. Difficile rimanere indifferenti di fronte alle atmosfere rarefatte e all’orchestrazione mai scontata di Respighi, ulteriore sottolineatura della grandezza compositiva e dell’importanza capitale nell’ambito del “sogno”sinfonico italiano all’inizio del Novecento. La direzione di Marko Letonja si fa poi ancora più certosina nel movimento finale, I pini della Via Appia, nel quale il direttore governa con grande attenzione il lungo crescendo che conduce all’apoteosi conclusiva, con tanto di ottoni supplementari posizionati nei palchi di proscenio. Nonostante i decibel rilevanti, il suono dell’orchestra non scade mai nella sguaiatezza, conservando un tono caldo e dorato e regalando al pubblico scaligero un finale di grande nobiltà.
Applauditissimi, i professori della Sinfonica di Milano hanno bissato proprio I pini della Via Appia: il suo incedere solenne non poteva che suggellare sotto i migliori auspici l’inaugurazione della nuova stagione 2026-2027.
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