Per la musica, nella musica
Una prova aperta per le scuole si trasforma in lezione-concerto e in un bellissimo esempio di civiltà (non solo) musicale con l'orchestra ForlìMusica, il direttore Alessandro Bonato e il violinsita Simon Zhou.
FORLÌ, 6 maggio 2026 - Si parla troppo di musica, ossia se ne parla a sproposito, più che altro per ragioni di autopromozione: far vedere che si sa, cavalcare l'argomento del momento (e per qualcuno domani, con la stessa disinvoltura e sicumera, potrà essere l'hantavirus o la pace in medio oriente), atteggiarsi a esperti moralizzatori e riformatori salvatori della musica umanità. Si parla troppo per via della qualità del dibattito, sversato in quella mastodontica sala d'attesa di studio medico globale che è il web, perché il problema non è la quantità, bensì, al solito, la qualità.
Un ottimo antidoto può essere una mattinata come questa: aria frizzantina, qualche goccia di pioggia primaverine nel raggiungere Forlì, una buona colazione in piazza e poi la prova aperta per le scuole del concerto che si terrà la sera stessa al teatro Diego Fabbri. Il programma, peraltro, è di quelli di lusso, da stagione blasonata, e bisogna davvero render merito a Danilo Rossi per aver portato come direttore artistico collaborazioni d'alto livello all'orchestra ForlìMusica, a lungo nota come Maderna. Per la Sheherazade di Rimskij-Korsakov e il Concerto per violino e orchestra di Čajkovskij sale sul podio Alessandro Bonato, mentre nella seconda parte, come solista, imbraccia un prezioso Bergonzi il vincitore del Premio Paganini 2023 Simon Zhu (nella fiabesca suite sinfonica, invece, il tema della principessa narratrice è intonato assai bene dalla spalla Enrico Balboni).
Capita così che, finalmente, non si parli sulla musica quanto piuttosto nella musica e per la musica. La prima parte della prova, quella corrispondente grosso modo all'ora dedicata alle scuole, si concentra sull'opera di Rimskij-Korsakov e diventa una vera e propria lezione concerto introdotta da una bravissima violinista dell'orchestra e poi condotta da Bonato, il quale possiede il dono del vero divulgatore, vale a dire di chi conosce a fondo la materia e sa farla arrivare senza un briciolo di pedanteria e, anzi, interessando sia chi è già addentro alla materia (in sala diversi strumentisti adolescenti, compagni di studi di alcuni giovanissimi già inseriti nell'organico al fianco di colleghi più esperti) o i più piccoli e inesperti. I bambini sono il pubblico più difficile, ma ancor di più è parlar loro insieme ai più grandicelli, senza banalizzare o appesantire troppo il discorso. Passo passo, si entra nella narrazione, nei temi, si delineano i personaggi, si scherza ma si introducono anche considerazioni più profonde sul linguaggio musicale e le sue possibili interpretazioni.
“Quali strumenti finora non abbiamo sentito emergere?”, alludendo all'irrompere delle percussioni nell'ultimo movimento, “Il clavicembalo!”, risponde pronto un bambino, “Ti svelo un segreto, il clavicembalo non arriverà, perché qui non c'è proprio...” Questi botta e risposta con i bambini restano impagabili, come del resto i commenti nella pausa dei giovani musicisti sul margine di indeterminazione fra significante e significato (“Ut pictura musica?” Non proprio). E la dice anche lunga il fatto che al termine della lezione-concerto su Sheherazade anche i più piccini non diano segno di scalpitare per tornare a casa, ma se ne stiano buoni buoni – al netto di qualche occasionale piccolo brusio – anche ad ascoltare la prova del concerto di Čajkovskij finché gli insegnanti non li scortano fuori. Le norme e gli orari per le uscite scolastiche devono essere rigorosi, ma non c'è dubbio che, anche senza un filo narrativo ben esplicato come quello di Rimskij-Korsakov, l'attenzione sia accesa e le orecchie tese con applausi di prammatica dopo il pirotecnico primo movimento. Qui, chiaramente, non si potrà recensire la prova di Zhou e Bonato come in un concerto vero e proprio, ma si dovrà almeno render merito al violinista cino-tedesco di una notevolissima concentrazione (per quando disciplinate, delle classi che si alzano e lasciano il teatro al termine dell'orario previsto un po' di confusione la fanno) e di musicalità sopraffina, senza la quale la sua tecnica d'altissima scuola resterebbe esercizio a sé stante. Nondimeno, il direttore veronese ha affrontato tante e tante volte Čajkovskij in generale e questo concerto in particolare da approcciarlo con una familiarità che però non sa mai di routine, bensì di nuovo approfondimento e collaborazione rinnovata e reciproca con solisti e orchestre. E qui, in una prova filata con qualche aggiustamento, si arriva a un'altra considerazione: le grandi orchestre internazionali possono “fare il direttore”, forti della loro qualità intrinseca sulla quale la bacchetta può innalzarsi o comodamente adagiarsi; le grandi bacchette fanno sempre l'orchestra, cogliendo la chiave e la motivazione per dare il meglio di sé.
Questa è la musica davvero, musica in cui, della quale e per la quale si può parlare senza bisogno di sproloqui sopra di essa per farsi notare.
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