L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Bach e il vampiro

di Roberta Pedrotti

C. Fiore
La musica dei cattivi. Classica e colonne sonore
158 pagine
Neri Pozza editore, Vicenza 2026
ISBN 978-88-545-3275-5

Questo di Carlo Fiore è un libro che si legge di gusto e d'un fiato pensando a quanto ci sarebbe piaciuto averlo saputo scrivere. Perché La musica dei cattivi parla di qualcosa che in fondo tutti conosciamo e possiamo aver notato – topoi e cliché della musica classica nella narrazione per lo schermo, grande e piccolo che sia – e lo fa dannatamente bene, senza limitarsi a un catalogo di esempi, per quanto succoso, bensì offrendo da un lato un'accurata ricostruzione storica dell'immaginario (si veda l'associazione fra horror e organo o clavicembalo), dall'altro un'analisi antropologica e politica, nel senso più alto del termine, su cui riflettere.

Tutti abbiamo in mente l'immagine del cattivo associato all'opera, alla musica sinfonica o cameristica, sia nel cinema d'autore (La morte e la fanciulla di Polanski, Il Padrino di Coppola, The Departed o The Wolf of Wall Street di Scorsese...) sia nella serialità più pop (Lionel Luthor di Smallville, Carter Pewterschmidt nei Griffin, ma anche Orson Hodge di Desperate Housewifes, con cui Bree sceglie di rimanere proprio perché “ama l'opera” e che nell'ultima stagione darà un gran filo da torcere da bravo stalker psicopatico). Fiore la analizza nel suo sviluppo, nelle sue variabili e nelle sue implicazioni. Fa leva su un immaginario comune in cui non pone limiti e confini di livelli e generi, così da coinvolgerci in un gioco di memorie, di esempi condivisi, altri da scoprire o che avremmo voglia di suggerire, per guidarci con leggerezza in questioni più profonde. Si parla di ruolo e immagine della donna, anche attraverso lo stereotipo narrativo della violoncellista; si parla della percezione e delle connotazioni mediatiche della cultura e delle arti, del rapporto fra Usa ed Europa, di polarizzazioni etiche e politiche. Insomma, offre uno spaccato del mondo attuale e qualche utile “istruzione per l'uso” che permetta di decifrarlo. Topoi e stereotipi, anche solo visivi, sui generi musicali sono una chiave che Fiore ci propone con l'aria di chi ha cominciato per gioco, notando esperienze ricorrenti, scambiandole con noi, rendendole sempre più sistematiche finché la struttura alla base non emerge da sé.

Il teorema funziona così bene da applicarsi poi perfettamente anche a esempi successivi alla scrittura del volume. Pensiamo all'ultimo film della serie Knive Out con Daniel Craig, Wake up dead Man, in cui il detective Benoit Blanc annuncia un momento chiave per lo scioglimento del mistero suonando un terrificante cluster all'organo: ma come, non è l'eroe della situazione? Sì, e Fiore ci ha ben spiegato che nell'immaginario di matrice statunitense l'eroe muscolare, testosteronico è “rock”, mentre a Blanc, intellettuale un po' dandy, omosessuale, originario del sud degli States ma dall'aria assai europea, l'ambiguità del suono “classico” e “horror” si addice alla perfezione. Così, nelle tinte forti e fortissime della serie The Boys la colonna sonora è spudoratamente rock e pop, ma nell'ultima stagione la caduta del villain Patriota comporta l'apparizione di un violino vivaldiano.

La lettura della Musica dei cattivi non si conclude all'ultima pagina, ma finisce, difatti, per accompagnarci al cinema, o sul divano davanti allo schermo di casa, ricordandoci di non sottovalutare nulla, che quelle ricorrenze che facevano sussultare l'orecchio musicofilo non sono solo un gioco per la memoria e il gusto della citazione, ma possono raccontare molto di più, costituiscono un sistema di significati e connotazioni che raccontano molto del nostro piccolo mondo musicale e del nostro grande, malandato mondo generale.

Un libro affabile, che sembra coinvolgere come una chiacchierata fra amici in cui i pensieri e i riferimenti sembrano affollarsi e intrecciarsi in maniera quasi faceta, c'è complicità con il lettore e si parla uno stesso linguaggio (se trovate un lapsus, alla fine fa parte di questo gioco di stretta condivisione!) – chiaro per tutti, pregio non da poco. Alla fine, però, da questa amabile conversazione emerge molto di più: chiarezza di visione e struttura, capacità di passare dal particolare al generale e dar valore al dettaglio quotidiano che uno sterile sussiego talvolta spingerebbe a trascurare e, invece, ha molto da dire.

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