Monumento roccioso
L'Orchestra Sinfonica di Bergen diretta da Dima Slobodeniouk e il pianista Leif Ove Andsnes offrono una lettura di ragguardevole qualità, ancorché piuttosto monolitica nell'interpretazione, di Brahms e Čajkovskij.
VERONA, 16 settembre 2026 - Terzo appuntamento del «Settembre dell’Accademia», al Filarmonico, con l’Orchestra Sinfonica di Bergen diretta da Dima Slobodeniouk e il pianista Leif Ove Andsnes, per un programma organico, dal punto di vista strettamente storico, che ha allineato il Secondo concerto di Brahms e la Quarta sinfonia di Čajkovskij, composti a pochi anni di distanza, rispettivamente nel 1881 e nel 1878. Un’occasione dunque per riflettere sull’immaginario sonoro alle soglie della decadenza, da due diverse scuole nazionali (e ovviamente da altrettante, enormi, personalità creatrici), alle prese con il difficile retaggio della forma classico-romantica nelle sue estreme manifestazioni: programma “pensante”, per dir così, non solo sotto il profilo storico, ma a ben guardare anche da quello armonico, essendo il Si bemolle maggiore di Brahms e il Fa minore di Čajkovskij tonalità vicine sul circolo delle quinte, poiché il primo è relativo maggiore del secondo. Al di là del particolare strettamente tecnico, i due lavori si rendono affini nel decorso espressivo eternamente cangiante, nel senso ascensionale dell’aura poetica che conduce alla serenità in Brahms, al trionfo nel massimo grado di esplicitazione retorica in Čajkovskij. E così, l’eccellente orchestra norvegese ha inteso rilevare, sotto la bacchetta di Slobodeniouk, soprattutto i caratteri plastici delle partiture, sbalzando i volumi, tendendo le dinamiche, con arcate generose più in staccati/portati che con le ampie legature che più spesso si sentono in altre interpretazioni, nella stessa misura sia in Brahms che in Čajkovskij. Certo, la presenza di un pianista come Andsnes è stata determinante: tecnica di ferro, peso di avambracci possente, lucidità architettonica adamantina si sono perfettamente combinate con la direzione, plasmando un Brahms duro, roccioso, diresti banalmente “titanico” nella rivisitazione e nel superamento dei modelli del passato verso una scrittura sincretica, di integrazione strutturale tra solista e ensemble mai prima osata. Ne è nata una lettura certamente trascinante, ma forse un po’ a senso unico della pagina d’impianto, in cui le ombreggiature, i ripiegamenti malinconici, le variazioni formali e di carattere sono apparse sacrificate in una monumentalità non del tutto appropriata – a nostro avviso – all’intenzionalità artistica di Brahms. A titolo di esempio, nel primo movimento il materiale tematico impiegato è esiguo, eppure, l’inventiva turbinosa, la sapienza di orchestrazione e la sequenza abbagliante di timbri infinitamente mutevoli è in grado di mettere in testo un’Idea, la quale risiede in una concezione dell’esserci come divenire e permanenza allo stesso tempo, che è poi lo strato significante più profondo dell’intera tradizione musicale e culturale tedesca che riscopre la classicità antica, da Goethe in poi: il concetto di metamorfosi ne è sotteso, per mettere a fuoco il quale, tuttavia, il pianismo di Andsnes e l’orchestra di Slobodeniouk a noi sono parsi lievemente monocromi, poco duttili nel rendere quelle intermittenze, quei mutamenti, quelle diversificazioni senza le quali il suono e l’architettura risultano assai meno pregnanti. Fatto sta che l’opulenza sonora comunque ottenuta nei forte e fortissimo hanno dato conto di una maestria e perizia davvero ragguardevoli, e hanno certamente giustificato gli entusiasmi britannici (segnatamente della rivista «Gramophone», che l’ha inserita tra le sei migliori orchestre del mondo lo scorso anno) riguardo l’eccellenza della compagine norvegese. Andsnes ci è piaciuto di più, invece, in altre occasioni. Oppure nei due bis concessi, la Tarantella di Chopin e l’Impromptu n. 5 di Sibelius, dove abbiamo ritrovato proprio quelle nuances espressive, quelle tante diversificazioni di tocco che lo rendono oggi tra i migliori pianisti del mondo.
Poco da aggiungere sulla Quarta di Čajkovskij: Slobodeniouk possiede gesto elegante insieme e preciso (in costante dialogo visivo con le prime parti che non lo perdono d’occhio un solo istante), con un anticipo sempre chiaro e pertinente, nonché la giusta dose di enthousiasmós contagioso per i momenti epici e trionfali. Essendo la Sinfonia in argomento capolavoro meno sfaccettato e complesso del Brahms, l’esecuzione ne è riuscita pienamente appagante, con particolare menzione per il nitore degli ottoni, l’ottimo balance tra le sezioni e un pizzicato del terzo movimento a un tempo leggero, danzante e fatato, proprio come dev’essere. Successo vivissimo e richiesta di fuori programma insistente, concesso con La morte di Åse dal Peer Gynt di Edvard Grieg.
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