L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La "più grande artista del secolo"

di Gina Guandalini

Gina Guandalini ci accompagna alla scoperta di grandi cantanti del passato con un curioso filo conduttore: non sarebbero mai apparsi sul palcoscenico della Scala. Ecco la seconda parte del ritratto di Pauline Viardot.

Prima parte: Non cantarono alla Scala: Pauline Viardot I

Hector Berlioz conosceva da anni la voce, la personalità e la cultura di Pauline Viardot. Rielaborando l’Orphèe di Gluck prese come base la versione francese, tornò in alcuni punti e ne traspose altri dalla versione di Vienna in italiano. Fu assistito dal giovane compositore Camille Saint-Saens e consultò frequentemente la nostra Pauline, componendo nell’insieme un poderoso omaggio al mitico mezzosoprano di cui si era innamorato. Nell’estate ’59 la Viardot cantò in un grande concerto, oltre a Cenerentola e Sonnambula che Hector non amava, scene della sua opera ancora in fieri Les Troyens, convincendolo di essere la “sua” cantante.

Nel novembre 1859 al Théâtre Lyrique di Parigi Orphée et Eurydice di Berlioz e Viardot trionfò. Costumi e scene erano di Eugène Delacroix, che invitò George Sand a precipitarsi a Parigi; le coreografie di Lucien Petipa, fratello di Marius (il genio che rivoluzionerà il balletto in Russia); in orchestra c’era un timpanista diciassettenne, Jules Massenet. 183 recite in tre anni furono prese d’assalto dai parigini e da tutta Europa.

A proposito della grande aria di bravura che chiude il I atto, il critico inglese Henry Chorley fece una straordinaria – per l’epoca - dichiarazione d’amore al virtuosismo di quell’artista: «Il torrente di roulades, la catena di note, insignificanti in sé, sono state scagliate con tale esattezza, volubilità infinita e maestà, da convertire ciò che è essenzialmente una banale scena di esibizionismo in una dimostrazione di entusiasmo appassionato, che non avrebbe spazio in qualcosa di meno fiorito. E “J'ai perdu mon Eurydice” ha provocato un’ovazione di due minuti interi». Sull’importante Journal des Débats Berlioz dichiarò: «La sua voce, di un’estensione eccezionale, è al servizio della più sapente vocalizzazione e di un’arte di maneggiare il ‘cantar largo’ di cui oggi abbiamo esempi rarissimi. Su Mme Viardot c’è tutto uno studio da fare. Ella unisce a una vitalità indomabile, trascinante, dispotica, una sensibilità profonda e delle facoltà quasi dolorose di esprimere le sofferenze immense. Ha il gesto sobrio, tanto nobile quanto vero, e l’espressione del viso, sempre così coinvolgente, lo è ancor più nelle scene mute che in quelle dove deve dare forza all’accento del canto. Ha un talento così completo e variegato che tocca tanti punti dell’arte, unisce a tanta scienza una così trascinante spontaneità che produce nello stesso tempo sbalordimento ed emozione; sconvolge e intenerisce, si impone e persuade».

Gustave Flaubert scrisse: «Sono stato due volte a teatro, per ascoltare la Viardot nell’Orphée. È una delle più grandi cose che conosca. Da molto tempo non provavo un tale entusiasmo.» George Sand aggiunse «È senza dubbio la più pura e perfetta espressione artistica che abbiamo sperimentato nell’ultimo mezzo secolo, questo suo Orphée. Lei lo ha compreso, rivestito, recitato, mimato, cantato, parlato e pianto…» A una replica Turgenev. scorse in un palco Charles Dickens che applaudiva con le lacrime giù per le guance. Il creatore di David Copperfield e della Piccola Dorrit scrisse a Pauline una lettera da vero fan: «una performance assolutamente straordinaria...al massimo livello di pathos e compiuta con una recitazione sublime». Quattro anni dopo le confidava un incontro segreto con l’attrice Ellen Ternan, il suo grande amore, e la invitava a pranzare con lei.

Ogni tanto nella storia dell’opera il virtuosismo torna a scuotere gli animi grazie alla sua appassionante espressività. Su Le Monde possiamo leggere: «Poche cose hanno importanza accanto alla presenza formidabile del chanteur che declama le strofe emblematiche del poeta incoronato di alloro, dell’allegoria incarnata in Orfeo. La voce si eleva, sbalorditiva, ora limpida ora buia, condotta con tale maestà, impegnata in una vocalizzazione così fantastica e terrificante che alla fine si resta schiacciati sulla poltrona!». Non sto parlando della Viardot nel 1859: con queste parole una corrispondente raccontava l’Orphée et Eurydice, versione Berlioz-Viardot, interpretato nel 1988 a Parigi da Marilyn Horne. «La Horne fende la folla come la prora di un veliero e la voce si eleva con questo sbalorditivo timbro duplice, chiaro e grave». Oltre a queste recite parigine, riversate in CD, l’ Orphée riscritto da Berlioz per – e con – Pauline è ascoltable nell’antico disco 1935 con l’elegante contralto francese Alice Raveu; in tempi via via più recenti, nelle registrazioni con Rita Gorr, Ewa Podlès, Magdalena Kozena e Vesselina Kasarova.

Torniamo alla mitica Pauline: in quegli anni iniziò una prestigiosa attività di docente di canto. Una delle prime e più celebri allieve fu Paolina Lucca, in realtà Pauline Koppelmann Lucka (1841-1908). Figlia di ebrei convertiti, fu una celebre diva di area tedesca. Debuttò non ancora ventenne in Ernani poi fu Valentine degli Ugonotti e Norma. Meyerbeer la scritturò subito all’Opera di Berlino e la mandò a perfezionarsi con la Viardot per tre estati di seguito. Italianizzò il nome in Paolina Lucca e annoverò tra i suoi fans il cancelliere Bismarck. Anche perché era molto carina: i Lucca Augen, gli occhi della Lucca, sono ancora oggi, nelle sale da tè tedesche e austriache, dei pasticcini ripieni di panna e glassati. Si sa che Adelina Patti, quando venne a Berlino, si recò ad omaggiarla: trovandosi davanti una coetanea, decise di non farle guerra e di esserle amica.

Nel febbraio 1860 Richard Wagner venne dalla Viardot a Parigi insieme alla sua protettrice, la nobildonna polacca Maria von Nesselrode Kalergis, per offrirle un’anteprima del Tristan und Isolde. Berlioz e un pianista erano presenti, Pauline e Wagner cantavano. La lettura a prima vista e la perfetta pronuncia tedesca dell’improvvisata Isolde sorpresero Wagner; la definì «la più grande artista e musicista del secolo» e anni dopo le chiese di diventare consigliera del Festival di Bayreuth. Lei declinò l’offerta, probabilmente perché nel frattempo era stato reso noto il famigerato saggio sull’ebraismo in musica del compositore. Si sa che Wagner diceva ai cantanti: «Andate dalla Viardot e imparate come si canta Mozart. Dopo sarete in grado, senza rovinarvi la voce, di cantare le mie opere».

Pochi mesi dopo l’ante-anteprima del Tristan fu la volta di Leonora del Fidelio: in francese, con libretto “rifatto” dalla storica coppia Michel Carré e Jules Barbier. L’azione si svolgeva a Milano nell’anno 1495, Florestano diventò Gian Galeazzo Sforza, Pauline fu Isabella d’Aragona anziché Leonore, e Pizarro fu Ludovico il Moro; forse per problemi di censura del messaggio troppo “libertario” del libretto. Berlioz e la sua musa continuarono a collaborare, con la ripresa di Alceste a Parigi nel 1861 e la composizione di Les Troyens, che lui nelle lettere a Pauline chiamava "la nostra opera."

I coniugi Viardot, repubblicani e progressisti come si è detto, mal sopportavano il regime di Napoleone III. Dovettero subire perquisizioni e nel 1863 presero la decisione di lasciare la Francia e trasferirsi a Baden Baden, nel sudovest della Germania; con le sue terme, le sale da gioco e gli ippodromi era la capitale estiva d’Europa. Turgenev. arrivò poco tempo dopo. Pauline aveva detto addio all’Opèra di Parigi ma certo non alla musica. E un filone importante del suo contributo è l’insegnamento; nell’arte di preparare professioniste del canto si può dire che rivaleggiò con Mathilde Marchesi (1821-1913), la tedesca che fu allieva di Manuel Garcia Junior fratello di Pauline e gestì per decenni la più produttiva e fulgida scuola vocale della storia.

Negli anni 1869 1870 a studiare a Baden-Baden con Pauline furono Marianne Brandt (1842-1921) e Mila Röder (1847-1888). La prima fu un <contralto viennese di grande fama, che tenne in repertorio Fidès e Azucena. Fu rinomata soprattutto come interprete di Wagner per la voce potente ed estesa; i tre dischi che incise nel 1905 sono su YouTube. LaRöder, nata a Riga, prese in seguito il cognome “d’arte” Rodani, di suono italiano come era in uso nel teatro lirico. Era molto carina e piena di brio e si fece ammirare a Vienna e a Londra. Cantò per l’ultima volta al Niccolini di Firenze, per poi morire di cancro allo stomaco. Citerò anche l’attivista pacifista e scrittrice Bertha von Suttner, aristocratica boema, le cui idee libertarie e di lotta all'antisemitismo dovevano accordarsi con quelle dei Viardot. Fu orgogliosa di frequentarli e di esercitare la voce con Pauline anche se non intraprese la carriera di cantante; Alfred Nobel creò per la von Suttner il premio Nobel per la pace e glielo attribuì nel 1905. L’ungherese Aglaia Orgeni (1843–1926) studiò a Baden Baden con la Viardot, nel suo castello ai bordi della Foresta Nera; divenne un soprano di coloratura acclamato in tutta Europa, tra l’altro in Sonnambula e Traviata. A suo tempo ebbe tra le allieve la tedesca Margarethe Siems; questa fu prediletta da Strauss, che scrisse i ruoli di Chrysothemis, della Marschallin e di Zerbinetta per lei, e incise dischi che furono di modello a Joan Sutherland. Possiamo ascoltare la Siems su YouTube nelle Variazioni di Proch, nella Figlia del Reggimento, in Norma, come Marguerite negli Ugonotti e in molte altre arie; abbiamo qui la “staffetta”, il passaggio della tradizione vocale da Viardot a Sutherland, che è un documento di grande interesse.

Sempre attiva nei concerti, nella composizione e nell’insegnamento, la Viardot tenne casa aperta anche in Germania. Tra i visitatori, Johannes Brahms era assiduo. La definì «una donna notevolissima e superiore e la più grande artista del secolo». Per un suo compleanno scrisse una serenata; soprattutto la volle per un’altra grande “prima”, la Alt Rhapsodie o Rapsodia per Contralto, che Pauline interpretò a Jena il 3 marzo 1870.

Non possiamo tralasciare la Viardot compositrice. 96 brani vocali, 16 opere da camera e di insieme, 32 composizioni per piano, 14 arrangiamenti. Oggi si tenta di riportare in scena le sue operette - Trop de femmes (1867), L'Ogre (1868) e Le Dernier Sorcier (1869) - le musiche per la pantomima Au Japon e per le tragedie di Racine Andromaque, Phèdre e Athalie (dopo il 1871). Riprese recenti hanno permesso di conoscere Le Conte de fées, un’opera vocale e corale del 1879, e l’opéra-comique Cendrillon. È una pièce che dura poco più di un’ora e vide la luce nel 1904 nel salon di Pauline. Va detto che ai critici francesi e tedeschi, molti dei brani composti da Pauline Viardot si presentavano con un carattere spagnoleggiante, esotico, mostrando che la compositrice era legata alle tradizioni del suo paese di origine. Ecco per esempio un brano come “Hai Luli!”, dal ritmo di habanera cubana, che compare frequentemente nei recital dedicati alle sue musiche.

Dopo un malinteso sostegno alla causa prussiana, nel 1870 i coniugi Viardot lasciarono la Germania e tornarono a stabilirsi a Parigi, dove lei assunse la cattedra di canto al Conservatorio tra il 1871 e il 1875. Produsse altre grandi cantanti. La tedesca Bertha Schwarz (1855-1947) prese il nome d’arte di Bianca Bianchi ( perché non Neri? Lo studioso e collezionista Luciano Di Cave aggiunge il cognome Carità). Il grande impresario amburghese Bernhard Pollini inviò Bertha a Parigi a studiare con Pauline dal 1870 al 1871. L’Opera di corte di Vienna ospitò la Schwarz/Bianchi per molte stagioni come soprano di coloratura; un asteroide scoperto nel 1880 fu chiamato 218 Bianca in suo onore. Fu la prima interprete del valzer Frühlingsstimmen , scritto da Johann Strauss per orchestra e soprano solista. Poi va ricordata Rosa Papier (1858-1932), austriaca, che studiò con Mathilde Marchesi oltre che con Pauline e nei più importanti teatri di area mitteleuropea si fece apprezzare come Orfeo, Fidès, Azucena e Sieglinde. Era madre del direttore e musicologo Bernard Paumgartner; ebbe una lunga e fruttuosa carriera di docente al conservatorio di Vienna: tra le alunne spiccarono Anna Bahr-Mildenburg, wagneriana insigne sentimentalmente legata a Mahler, Sabine Kalter, contralto che tenne Lady Macbeth tra i suoi ruoli-feticcio, Lucie Weidt, che fu la prima Kundry della Scala e la prima Nutrice nella Donna senz’ombra. Altra allieva della Papier fu Rose Pauly,interprete straussiana di forte presenza scenica.

Poi la Viardot fu al centro di un’altra illustre “prima”: per Jules Massenet cantò il ruolo di protagonista del suo oratorio Marie-Magdeleine al teatro Odéon nell’aprile 1873. E che fosse una straordinaria musa ispiratrice si vede nel fatto che Saint-Saëns scrisse Samson et Dalila per lei; nel ’74 Pauline organizzò costumi e scene e rappresentò i primi due atti del Samson come protagonista e accompagnatrice al piano, insieme ad alunni e colleghi. Il compositore lasciò scritto. «La sua voce era estremamente potente, prodigiosa come tessitura, sormontava tutte le difficoltà nell’arte del canto; ma era un po’ dura e veniva paragonata al gusto dell’arancia amara» (paragone già rievocato per sua sorella Maria Malibran).

Nel 1874 Pauline e Louis Viardot e Ivan Turgheniev acquistarono insieme una villa in stile italiano vicino a Bougival nell'Île-de-France. È una poetica località fluviale sacra alla Signora delle Camelie, a Turner, a Corot, a Renoir, a Monet, a Berthe Morisot. Il nostro trio ispano-franco-russo vi istituì una “nuova Atene” di musica e letteratura. Qui studiò con Pauline la più grande tra le sue alunne, Félia Litvinne (1860-1936). Di padre russo e madre del Québec resta forse la più grande tra le pupille della Viardot. Fu acclamata in tutti i teatri in Gluck, Meyerbeer, Wagner e nelle prime mondiali di Hélène, L'ancêtre e Déjanire, tre opere di Saint-Saëns. I molti dischi rimasti non rendono completa giustizia alla scuola e alla potenza della sua voce. Ricordiamo poi Lola Beeth (1864-1940), una polacca dalla voce risonante. Un anno di studio a Parigi con la Viardot le premise di interpretare con immenso successo Elsa nel Lohengrin all’opera di Berlino nel 1882. Qualche anno dopo passava a Vienna trionfando in molti ruoli wagneriani ma anche come Marguerite e Juliette di Gounod. Nel 1904 la Gramophone & Typewriter pubblicò quattro sue registrazioni in tedesco, tra cui un brano della Juive e “M’ama non m’ama” di Mascagni, dischi ritrovati e studiati dai collezionisti solo di recente.

Tra queste storiche allieve va ancora ricordata Esther Palliser (vero cognome Walters, 1872-?). Nata a Filadelfia da genitori musicisti, studiò con lei a Parigi e si perfezionò con Mathilde Marchesi. Il suo nome è legato alle operette di Gilbert e Sullivan, in particolare The Gondoliers e Ivanhoe, di cui fu brillante interprete. In tutt’altro repertorio trionfò come Brangäne nel Tristan al Covent Garden Era una bella donna e i collezionisti conoscono una sua foto autografata con l’iscrizione “Aida in Los Angeles”. Cercò sempre di rendere popolari le musiche composte da donne alla fine Ottocento con esecuzioni in concerto e articoli nelle riviste specializzate. Sei registrazioni Gramophone del 1902 sono ascoltabili su YouTube, in un video intitolato 5 Marchesi pupils.

Il “mito Viardot” fu portato avanti da Maria Philippi (1875-1944), contralto tedesco che si dedicò esclusivamente all’oratorio e ai Lieder. Nel 1912 cantò nella prima esecuzione a Praga del Lied von der Erde di Mahler. Voce dolce, di bel legato, è ascoltabile online, nell’Ave Maria di Gounod, in Erbarme Dich, mein Gott dalla Matthäus-Passion di Bach, in canti di Natale e melodie popolari svizzere.

Infine ci fu Mafalda Salvatini (1886-1971), oggi dimenticata, nota solo a storici e collezionisti . Finalmente un’italiana, si dirà. Non del tutto: nata vicino a Napoli da genitori italiani, fu messa in un convento parigino a otto anni. Gli studi con la Viardot le diedero una formazione belcantista, poi il debutto trionfale a Berlino in Aida accanto a Caruso fece sì che di quel teatro divenne il principale soprano italiano (ma i ruoli si cantavano in tedesco) dal 1908 al 1932. E non solo non cantò alla Scala, ma non risulta che abbia mai messo piede nei teatri italiani. Ha lasciato una discografia interessante, spesso insieme a colleghi illustri – con il tenore Herrmann Jadlowker, di cui parlerò, e con il baritono Pasquale Amato. Fa rabbia pensare che morì a Lugano nel 1971, quando era iniziata la belcanto Renaissance, e nessuno ha mai pensato di intervistare un’artista – che ha inciso brani de La Juive e della Saffo di Pacini - sul suo lavoro con Pauline Viardot.

I salotti Viardot furono assemblee internazionali prima della comunità europea. Un amico di Turgenev. era l’anarchico Mikhail Bakunin, sempre bene accolto tra musicisti e scrittori, e negli ultimi anni di vita Bizet, che risiedeva a Bougival, fu fra gli assidui. A partire dal 1876 i salons di Parigi e Bougival ospitarono anche il romanziere americano Henry James. Nelle sue lettere James si lamentava all’inizio delle «sviolinate interminabili» con cui la padrona di casa, a suo giudizio, suppliziava gli ospiti. Ma al fascino del canto non era insensibile e lasciò scritto «Ma quando canta è superba. L’ultima volta ha cantato una scena dall’Alcestis di Gluck, che è stato il più bel brano di declamazione musicale, nel genere tragico grandioso, che io riesca a concepire».

«Vado avanti con l’esistenza», scriveva Turgenev. in fase depressiva, «passo la vita appollaiato sull’orlo del nido di un altro uomo». Nel maggio 1883 Louis Viardot morì, lasciando un grande vuoto nell’esistenza della moglie, che fu sempre consapevole della sua generosità e saggezza. Pochi mesi dopo, mesi di malattia, sofferenze e confusione, da Bougival se ne andava anche Turgenev... «Ecco la regina delle regine! Quanto bene ha fatto!» furono le ultime parole che poté dire al grande amore della sua vita. A questi abbandoni Pauline Viardot sopravvisse ventisette anni. Nel 1884 si trasferì nel Boulevard St.Germain e continuò a insegnare. Nel 1889 le fece visita Čajkovskij, che si stupì della sua vitalità.

Entrò in scena come allieva una testimone storica della sua arte, Anna Eugénie Schoen-René (1864–1942). Nata a Coblenza da famiglia aristocratica, prese lezioni da Pauline su raccomandazione di Brahms; e lei disse della sua voce «Un soprano con il colore di mezzosoprano: una vera voce renana!»e la preparò in ruoli mozartiani. «La mia vera vita di musicista e cantante è iniziata solo dopo aver iniziato i miei studi con lei», dichiarò l’allieva. Lavorò anche con Manuel Garcia junior; poi lasciò il canto per una grave forma di tubercolosi. Una volta guarita la Schoen-René si trasferì negli Stati Uniti, dove organizzò scuole di canto, società corali e orchestre. Nel 1908 la Viardot – che la cataratta stava accecando – le affidò i corsi della scuola Garcìa a Berlino. Alla Juilliard School di New York l’instancabile Anna istituì negli anni Venti e Trenta una accademia vocale fondamentale: formò il soprano Lucrezia Bori, i mezzosoprani Karin Branzell e Risë Stevens, il tenore Charles Kullmann e il basso Paul Robeson. Fu Marilyn Horne a segnalare l’importanza dei ricordi di Risë Stevens per approfondire gli insegnamenti di Pauline Viardot.

Pauline Viardot nata Garcia morì il 19 maggio 1910. Sarà vero che l’ultima parola sulle sue labbra fu «Norma»? Sul Figaro il suo elogio funebre fu scritto da Gabriel Faurè, che più di trent’anni prima era stato brevemente fidanzato con la figlia di lei Marianne.


 

 

 
 
 

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