Sedici corde
Palazzo Pfanner accoglie un applauditissimo concerto del Quartetto OLB dedicato a Schubert e Dvořák
LUCCA, 11 settembre 2026– C'è qualcosa di particolarmente felice nell'idea di una rassegna come Suoni di Lucca, che si inserisce nella caratteristica – tutta lucchese - di una città nella quale chiese, palazzi, piazze e altri luoghi che appartengono alla vita quotidiana possono trasformarsi, per una sera, in altrettanti spazi teatrali per la musica. Anche un concerto di quartetto d'archi finisce inevitabilmente per assumere un rapporto particolare con il luogo che lo ospita e questa sera Palazzo Pfanner accoglie il Quartetto OLB, formazione costituita dalle prime parti dell'Orchestra da Camera Luigi Boccherini – Luca Celoni ed Enrico Bernini ai violini, Angela Paola Landi alla viola e Paolo Ognissanti al violoncello – con un programma che si assume il rischio di affrontare due titoli ben più che celebri del repertorio quartettistico, il Rosamunde di Schubert e l’American di Dvořák Sono opere che appartengono a due momenti profondamente diversi della storia e che, per ragioni altrettanto diverse, hanno finito per occupare un posto stabile nel repertorio cameristico, con tutti i pro e i contro di quando si propongono brani del repertorio più navigato.
Parlando della musica da camera del XIX secolo, questa richiama un legame quasi indissolubile con la figura di Schubert, in particolare verso due elementi di forte unicità: la riflessione formale e il caratteristico clima. Oggetti compositivi come la sonata, il quartetto o l’improvviso conosceranno un grande interesse nel corso del secolo romantico (e pure nel cosiddetto secolo breve), talvolta raggiungendo orizzonti prima impensati. Fra Haydn e Mozart che fissano la forma, Beethoven che la fa esplodere e Schumann e Mendelssohn che cercano di uscire dal cono d’ombra del compositore di Bonn, Schubert si muove su binari tutti personali, cosa che nel Quartetto n. 13 in la minore op. 29 si avverte fin dalle prime battute. L'ostinato del secondo violino, il motore ritmico affidato a viola e violoncello e la cantabilità – assolutamente liederistica – del primo violino definiscono un mondo sonoro nel quale la musica sembra procedere senza la necessità di affermare continuamente un vettore esplicito, ritenendo più interessante cantare, ritornare, indugiare, ricordare. Ci sono tutte le caratteristiche che possiamo attenderci dal compositore, dal clima dolcemente nostalgico alla già menzionata cantabilità dal tipico gusto viennese, ma esiste anche quel senso di Wandern: l’inizio in una situazione di tranquillità domestica (l’Heimat, il «nido» o «luogo dell’anima») che scivola in atmosfere quasi oniriche o che attraversa regioni più remote e adombrate dal passaggio di un pensiero più pesante, per poi ritornare – seppur cambiati dall’esperienza del viaggio – allo stato iniziale.
Il secondo movimento porta questa idea ancora più avanti, con il suo famoso tema desunto dall’entr'acte Rosamunde, un’autocitazione peraltro utilizzata, con lievi trasformazioni, anche in altre pagine come Improvviso n. 3 dell’op. 142 n. 3. È difficile non leggere una simile ricorrenza come qualcosa di più di un semplice riutilizzo del materiale, sembra quasi che Schubert guardi le proprie idee attraverso la lente del tempo, lasciando che ritornino in altre sembianze. Delle autentiche reminiscenze, tracce di qualcosa che è già passato e che la musica rende nuovamente presente.
Il Quartetto OLB ha saputo cogliere molto bene questa dimensione: la capacità di restituire quella particolare intimità cameristica che appartiene alla pagina, che non è attenuazione del suono, ma quella situazione domestica nella quale quattro persone si incontrano per il piacere di suonare insieme, di ascoltarsi, di condividere un'esperienza musicale. In breve, una dimensione privata.
Qualche passaggio del Minuetto avrebbe potuto beneficiare di una maggiore trasparenza nell'articolazione delle parti; nel complesso, tuttavia, l'esecuzione ha riacquisito la sua compattezza soprattutto nel quarto movimento, in cui equilibri e ottocentesche buone maniere non impediscono a questo Allegro moderato di ammantarsi di un'energia trascinante, in grado di restituire pienamente il carattere luminoso e a volte inqueto della pagina.
Ancor più incisivo l’amato Quartetto n. 12 in fa maggiore op. 96 di Antonín Dvořák, più caratterizzato, soprattutto definizione dei colori. Già il primo movimento offre una tavolozza timbrica straordinariamente mobile: il tremolo degli archi, il bellissimo colore della viola nell'enunciazione del primo tema, le diverse combinazioni degli strumenti producono una superficie sonora continuamente cangiante, una situazione in cui il Quartetto OLB sembra incontrare una particolare naturalezza, donando alla pagina un carattere particolarmente fresco.
Com’è noto (e come denuncia il sottotitolo), Dvořák compose questo lavoro durante il soggiorno negli Stati Uniti ai tempi della direzione del fu National Conservatory of Music of America di New York. In questo periodo si trovò immerso in un ambiente musicale che assorbì con una capacità invero prodigiosa, con la straordinaria qualità di riuscire ad assimilare fino al midollo alcuni principi della musica popolare che lo circondava e interiorizzarli nel proprio linguaggio. Scale pentatoniche e sincopi sono soltanto la superficie della questione, sotto al quale brulicano modi di organizzazione ritmica, di concatenazioni armoniche, di costruzione delle frasi e – non ultimo – di pensare il colore. Dvořák in questo senso era una spugna dotata di una personalità e di un’intelligenza compositiva fortissime; non è un caso che il rapporto con la musica degli Stati Uniti emerga anche in altre pagine, come nella Sinfonia “Dal nuovo mondo”. La mimesi musicale in quel caso è così riuscita che il compositore in prima battuta non ebbe difficoltà a far passare – per meri fini di marketing – alcuni temi per melodie desunte dalla tradizione statunitense, afroamericana e dei nativi (una leggenda ancor oggi dura a morire vuole che tema del Largo fosse una «ninnananna pellerossa»), salvo poi chiarire, all’indomani del grande successo riscosso dall’opera, che i temi erano suoi e originali. Al di là dell’aneddoto, questo è sufficiente a far capire quanto profondamente egli fosse riuscito ad assorbire gli idiomi di questo tipo di musica.
Nel Quartetto op. 96 questa assimilazione si sente con particolare evidenza. Il carattere ritmico, l'uso della sincope, la particolare fisionomia dei temi e quella qualità quasi elastica della frase fanno pensare a un compositore che non si è limitato ad applicare qualche ingrediente esotico alla propria scrittura, ma che ha realmente modificato la propria maniera di ascoltare (l’incipit dell’ultimo movimento potrebbe tranquillamente appartenere a una ballad degli anni Cinquanta). L'esecuzione del Quartetto OLB ha valorizzato proprio questi aspetti, come nel Molto vivace in cui l'articolazione ritmica ha trovato una notevole naturalezza, trasformando il movimento in una sorta di danza continuamente attraversata da accenti irregolari e cambi di prospettiva. Ma è soprattutto il carattere timbrico della pagina ad aver trovato una realizzazione particolarmente felice, restituendo correttamente la sperimentazione ritmico-timbrica che caratterizza in modo tanto radicale questo quartetto. Sarebbe davvero interessante poterlo ascoltare con le orecchie di un europeo del 1893!
Come bis, la formazione ha proposto l'Adagio del Quartetto di Giacomo Puccini, una pagina ormai legata alla loro storia esecutiva. La conclusione della serata non avrebbe potuto ricevere accoglienza migliore: in tanti anni, chi scrive non ha mai assistito a tanto autentico entusiasmo per della musica da camera. Men che meno per dei quartetti.
Leggi anche
Riolo Terme, concerto Katarina Quartet, 29/07/2026
Torino, concerto Gadjiev/Quartetto Consone, 04/02/2026
Milano, concerto Quartetto di Cremona e Quartetto Goldberg, 11/11/2025
